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Pitti: un salone
che ha i numeri
Lucky Numbers è il tema scelto per l’edizione 90 di Pitti Immagine Uomo. Perché la quantità, secondo Andrea Cavicchi, fa crescere la qualità. I consigli di Arbiter per trovarla in Fortezza
DI Mattia Schieppati

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Tempo medio di lettura: 5' 50''

Il titolo, Lucky Numbers, sembra quasi fare da traino a quelli che sono i numeri, decisamente importanti, di questa 90esima edizione di Pitti Immagine Uomo (14-17 giugno, Fortezza da Basso): 1.219 espositori, il 44% dei quali dall’estero, oltre 20mila buyer dei quali quasi 9mila stranieri. E poi visitatori, tanti, e sempre più quelli che hanno fatto di Firenze una meta obbligata durante i giorni della manifestazione, grazie alla crescita di eventi e appuntamenti che sono organizzati fuori dalle mura della Fortezza. Ma bastano i numeri, o i Numbers, a dare la misura del valore di Pitti? È la prima domanda che Arbiter pone ad Andrea Cavicchi, dallo scorso ottobre presidente Centro di Firenze per la moda italiana, «azionista di maggioranza» di Pitti.

 

Domanda. Partiamo dal vostro titolo, ma andiamo oltre i numeri. Perché il prossimo Pitti sarà un successo?

Cavicchi

In alto, Andrea Cavicchi fotografato nella lounge Arbiter all’ultima edizione di Pitti. Pratese, del 1965, dallo scorso ottobre presidente del Centro di Firenze per la moda italiana, holding di controllo di Pitti Immagine. All’edizione 90 del salone sono attesi oltre 20mila buyer.

 

Risposta. È l’edizione più ricca di eventi che sia mai stata messa in campo, e mi riferisco a eventi di valore come la mostra di Karl Lagerfeld, Vision of Fashions, che ha un richiamo mondiale. Ci sono appuntamenti culturali, anteprime, incontri in diverse location della città. Ci sarà la presenza importante di una Maison come Cartier, che ha scelto Firenze e i giorni di Pitti per un grande evento di presentazione di un nuovo orologio. Poi, tra i 1.219 espositori, ci sono molte nuove entrate, e anche l’attesa dei buyer internazionali è alta. Insomma, ci sono elementi concreti per ritenere che questa 90a edizione abbia i numeri per essere un successo.

 

D. I numeri sono esponenzialmente in crescita ormai da diverse edizioni, ma sorge un dubbio: una realtà come Pitti, che si è affermata perché capace di selezionare, di lavorare sulla qualità, non rischia di correre un po’ troppo dietro alle cifre, alla smania da grande evento, perdendo per strada quello che è il suo specifico?

 

R. È una riflessione che abbiamo fatto e facciamo di continuo. Quello che ho verificato è che questi due elementi, quantità e qualità, sono strettamente interdipendenti, innescano un circolo virtuoso. Se riusciamo a tenere alta l’attenzione del pubblico, della stampa, dei buyer, sale anche il livello degli espositori, crescono le richieste e possiamo permetterci di selezionare il meglio. Vogliono esserci i grandi gruppi, e vogliono esserci i brand che hanno una propria riconoscibilità nell’alto di gamma. E, se ci sono questi ingredienti, di conseguenza cresce il numero dei visitatori. Non so da quale dei due capi inizi questo meccanismo, ma il dovere è tenerlo vivo e produttivo. Detto questo, lo stimolo che come Centro diamo a Pitti è sempre quello della qualità. Fare solo cose di valore.

 

D. A poche settimane dal via è arrivata la nomina a ministro per lo Sviluppo economico di Carlo Calenda, colui che due anni fa, da viceministro del neo governo Renzi, lanciò un grande progetto per il rilancio della filiera moda nel mondo. Avete ritrovato un sostenitore del comparto su una poltrona ancora più importante?

 

R. Quello di Calenda è stato un rapido ritorno, visto che nel suo nuovo incarico presso la Ue è rimasto davvero molto poco. E devo testimoniare che, comunque, in tutti questi mesi abbiamo continuato a portare avanti un lavoro eccellente con il viceministro Ivan Scalfarotto, all’interno della strada tracciata due anni fa. Non c’è mai stata frattura, o cambiamento di rotta, e per fortuna dico. Quando si fanno progetti di questa portata non li si può legare al periodo di mandato di un governo o, peggio, di un ministro. Sono traguardi di grande respiro, la promozione del made in Italy nel mondo non può essere appesa ai sobbalzi della politica interna. Anche perché gli investimenti che finora sono stati fatti stanno dando risposte positive.

 

D. Se dovessimo fare un bilancio, dopo due anni dal lancio di un piano che giudica positivo, che cosa non ha funzionato?

 

R. Un aspetto ancora molto migliorabile è quello della razionalizzazione delle fiere del semilavorato: tessuti, accessori, pelle… è un mondo ancora tanto, troppo frazionato, mentre l’intento del Governo era ed è semplificare, fare massa critica, non disperdere forze e risorse in mille rivoli.

 

D. Qual è il ruolo del Centro di Firenze per la moda italiana in questo scenario?

 

R. Credo sia l’esempio virtuoso che abbiamo dato, di come si possano investire bene sul territorio i finanziamenti pubblici, e quanto sia doveroso, oltre che utile, farlo con assoluta trasparenza, lavorando sulla rendicontazione.

 

D. Pitti Immagine guarda al mondo. E la sfida del nostro export è globale. Su che latitudine conviene investire?

 

R. Negli ultimi anni abbiamo tutti guardato a Est, alla Cina come grande catalizzatore di business. Io, allora e a maggior ragione oggi, viste le performance cinesi, sono uno che continua a credere nel valore dell’investimento sul mercato europeo. È il nostro riferimento mentale più immediato, ed è quello che al momento dà risultati. Non solo: è un mercato che ha il livello culturale necessario per poter comprendere il prodotto ricercato, in cui l’Italia dà il meglio. Ha un approccio al prodotto più profondo, ha imparato da anni a non inseguire le sirene del lusso per il lusso, cosa che invece ancora affascina i mercati più giovani.

 

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