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Sempre
il Solíto
Il napoletano Gennaro Solito era già un maestro a 17 anni. Affiancato dal figlio Luigi, i suoi abiti sono un piacere durevole, i suoi cappotti un privilegio.
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Luciano Di Bacco

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Tempo medio di lettura: 4' 15''

La prima gilda di sarti non fu l’Università dei Sartori fondata a Roma da Gregorio XIII nel 1575 e poi rifondata come Accademia dei Sartori nel 1947. Già nel 1351, una Confraternita dei Sartori nasceva a Napoli nella chiesa di Sant’Eligio, nel quartiere Mercato dove tuttora hanno sede molte drapperie all’ingrosso.  La qualità dei tessuti in lana e seta lavorati in Campania, in un periodo in cui i materiali venivano considerati anche più determinanti del taglio, favorì lo sviluppo della sartoria lungo tutta la dominazione aragonese. Gli artigiani napoletani cominciarono a essere richiesti dai signori di tutta Europa e già nel 1611 la Confraternita riconosceva nella sola Napoli 607 maestri, un esercito il cui primato durò sino alla fine del secolo. Non tutti sanno che in quella stessa chiesa di Sant’Eligio, e precisamente nella cappella di San Michele Arcangelo, erano esposti i quadri di Angelo Sicignano e Romano di Stefano, due sarti che facevano regolarmente dono alla cappella di parte dei proventi della loro attività. Realizzando i capi in città e vendendoli fuori, pare che oltre che filantropi siano stati i precursori della confezione.

 

Nel ’700 tale egemonia si appannò, restando la nostra corte ancorata a uno sfarzo che risultava pedante e provinciale rispetto al civettuolo aggiornamento della concorrenza francese e inglese, che prese il sopravvento. Il dinamismo economico e culturale del Regno delle Due Sicilie fece sì che nell’800 Napoli tornasse a essere considerata una capitale del gusto, non seconda a nessun’altra. Il passaggio dall’esibizione all’eleganza, dalla retorica alla canzone, dal vestire per stupire al vestire per raccontarsi, era ormai completamente digerito, al punto da restare la cifra vincente che sarebbe stata ulteriormente sviluppata dal genio visionario e leggero dei sarti napoletani del XX secolo.

 

I patriarchi della sartoria partenopea del ’900 furono Salvatore Morziello e Renato De Nicola, cui seguirono i Sardonelli, i Caggiula e finalmente l’imprenditore Gennaro Rubinacci, il cui sodalizio col maestro Vincenzo Attolini portò nella giacca napoletana la scioltezza che il mondo sembrava attendere e nessuno riusciva a offrire, anche con le migliori intenzioni. Savile Row, coi tagli english drape prima e London lounge poi, aveva dato morbidezza ai davanti.

 

Via Chiaia, faglia dove la zolla tettonica britannica si sovrappose a quella mediterranea generando scosse telluriche epocali, rivide il capo rinunciando ulteriormente al sostegno degli interni e spesso alla fodera. Svuotando anche le spalle, la figura maschile veniva privata di solennità ma arricchita di fascino, una direzione che avrebbe fatto la differenza e sarebbe stata seguita da quasi tutti i migliori sarti napoletani, sino ai giorni nostri. I capolavori di Antonio Gallo, Antonio Schiraldi, Vincenzo Rotondo, Angelo Blasi e molti altri meriterebbero il museo che a Napoli non è stato mai pensato. Acquisite le proporzioni del petto messe a punto dallo stile londinese degli ultimi anni 20, la lezione napoletana si concentrò sulla spiombatura sfuggente e sulle spalle.

 

Di queste ultime, chiave di volta dell’architettura napoletana, possiamo individuare due tipologie. Una concava, piccola e nervosa, un po’ lanciata in avanti e segnata da un rullino il cui scatto conferisce un tratto giovanile, l’altra convessa, che casca leggermente evocando un dominio di sé e della situazione più mentale che fisico. Tra i più capaci interpreti di questa impostazione c’è Gennaro Solito, napoletano a denominazione d’origine controllata e garantita. La sua carriera iniziò a 11 anni nella bottega di papà Luigi, che notandone il talento lo mandò a fare gavetta presso il maestro Luigi Di Vincenzo, che aveva bottega in via Roma (già via Toledo e oggi di nuovo tale) al 329.

 

Dopotutto la sartoria è anche disciplina e metodo, strumenti che è più facile acquisire fuori dalla famiglia. A 17 anni Gennaro era già maestro, cioè capace di realizzare la giacca così come voleva e dall’inizio alla fine. 

  

      

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