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Rinascimento
in forma sartoriale
La nobilitazione del prodotto attraverso il principio, rigoroso, del «fare meglio». Così Stefano Ricci ha dato al concetto lusso un valore di nuovo umanesimo. Che torna ora a sfilare a Palazzo Pitti, storica culla dell’eleganza italiana. Dove tutto ebbe inizio...
DI Giancarlo Maresca

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Tempo medio di lettura: 5' 55''

Nei primi anni 70 Stefano Ricci, giovanotto già contagiato dall’inguaribile febbre del tessuto, pensò che anche la più bella cravatta esistente avrebbe potuto essere migliorata. Del resto il meglio, come il peggio, non ha un limite. Così nel 1972 registrò il proprio marchio ed esordì nel ’74 a Pitti Immagine Uomo con una piccola collezione di cravatte realizzate con sete tessute, stampate a mano e cucite secondo quelle che mi appaiono come le cinque regole che ha continuato a seguire: fare, fare in Italia, fare a mano, fare col meglio, fare al meglio.

 

Tali principi non sono scritti da nessuna parte, ma si leggono chiaramente nella sua opera («opera» che sfila, l’11 gennaio, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove si tenne nel 1952 la prima sfilata della moda maschile italiana, e che riapre per l’occasione: evento che rappresenta la chiusura di un cerchio). «Fare» lo metterei al primo posto, perché il fondamento della sua filosofia è che anche il dettaglio più prezioso non è efficace se non su un supporto che abbia già un proprio valore intrinseco.

 

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Il formidabile colpo d’occhio dell’atelier di via dei Pescioni.

E nulla nobilita un prodotto come il lavoro che porta dentro. C’è una seconda fonte di valore assoluto, ed è nella tradizione. Di qui la necessità di produrre in Italia, che quanto a gusto, storia e capacità artigianali non ha rivali. Poiché automazione e informatizzazione tendono a uniformare, non si può trasmettere una sensazione di unicità se le si lascia comandare. Devono solo servire la mano, quando questa ne ha bisogno. «Fare col meglio», la quarta scelta, è la più ardua e precisa.

 

Comporta conoscenza, ricerca e denaro, col rischio di non essere capiti se poi non si fa tutto veramente al meglio, tanto da volare così in alto che tutti ti possano vedere e nessuno raggiungere.

 

 

Credo che il simbolo della casa, l’aquila, abbia questo significato, ma potrei sbagliarmi perché Ricci è un cacciatore purosangue e come tale sa degli animali cose che anche etologi e naturalisti ignorano. Lo spirito di questa rubrica è raccontare gli abiti, ciò che c’è dietro, le sensazioni che danno e quelle che si raccolgono dall’ambiente fisico e umano in cui il cliente viene accolto.

 

 

 

Vengo subito al punto. Lo stabilimento della Stefano Ricci SpA occupa 9mila metri quadri a Fiesole, dove viene realizzato tutto tranne gli abiti. La sartoria è rimasta nella sede di via dei Niccoli a Firenze, che originariamente era la casa abitata dalla famiglia Ricci. Sebbene il laboratorio non sia aperto al pubblico, mi è stato concesso di visitarlo. Cerco di seguire l’intero procedimento e subito mi colpisce il bagno ai tessuti, che vengono avvolti in tele umide, lasciati riposare e poi asciugare naturalmente. Sebbene le case ne garantiscano la stabilità, si vuole essere certi che le condizioni meteorologiche non influiscano sul comportamento dei tessuti e così li si addomestica alla vecchia maniera.

 

Per la verità, il bagno non serve solo a stabilizzare la stoffa. Impregnando a fondo le fibre, vengono smontate le ultime fasi del finissaggio e in particolare la pressatura. Al termine della lavorazione, saranno ancora una volta il calore e l’umidità della stiratura a ridare alla superficie compattezza e luminosità. Il tessuto, però, a quel punto avrà assunto una personalità nuova, convertendo tempo e abilità nella pregiata moneta dell’unicità. A questo punto i tessuti vengono tagliati a mano, uno per uno. Niente laser o fustelle, solo forbici. La segnatura avviene seguendo modelli di carta erogati da una stampante gigantesca, dalla cui bocca escono cartoni come quelli che il sarto usa per il cliente. Le macchine sono tutte lineari e vengono usate per la punteggiatura delle tele e la cucitura delle varie parti, tranne il collo che viene giuntato manualmente. Anche le maniche, prima di essere cucite definitivamente, vengono posizionate una per una con un’imbastitura manuale. Certosina la finitura degli interni, che fanno la differenza.

 

 

Non solo le fodere vengono cucite a mano, ma lungo tutta la paramontura viene applicata una sottile bordura nello stesso tessuto del capo. Non avevo mai visto nulla di simile e bisogna dire che l’effetto è piacevole, anzi notevole. La linea è di una sobrietà immune al minimalismo imperante, che mette addosso a uomini fatti la giacca del fratello minore o del figlio che frequenta la terza media. Lunghezza giusta, bavero filante che termina con un cran alto, taglio a sei bottoni per il petto doppio e due per il singolo, sempre con bottoni al di sotto della tasca per consentire una maggiore apertura. Quello di Ricci è un uomo importante e sicuro, quindi le spalle sono generose, sostenute leggermente oltre il punto naturale.

 

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Il laboratorio di via dei Niccoli. La boutique fiorentina Stefano Ricci si trova invece in via dei Pescioni 1, all’interno di Palazzo Tornabuoni.

 

Le stoffe sono tutte disegnate dallo stesso Ricci, che infatti si definisce «tecnico dei tessuti», non stilista. Il punto più forte della casa è comunque il trattamento del cliente, a cominciare dagli ambienti dove viene ricevuto. Il negozio di via dei Pescioni è un monumento, un palco al centro del quale ci sono solo due opzioni: sentirsi in soggezione o protagonisti. In ogni caso il servizio altamente professionale, di una cortesia da hotel viennese a cinque stelle, è in grado di mettere a proprio agio chiunque. Qualcuno obietterà che tanta profusione di fibre e materiali nobili è fatta per i nuovi ricchi, per i mercati ad alto potere d’acquisto.

 

 

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