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Quel che resta
dell'italiano
Il tema della degenerazione affrontato da punti di vista differenti. Con acume per far fronte alla sciatteria linguistica e con il sorriso per sopravvivere all’andropausa.
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 2' 30''

Non ho ancora finito di ridere con l’ultimo di Paul de Sury, Come sopravvivere all’andropausa (Imprimatur, 15 euro), e già mi chiedo se rido per non piangere o rido proprio per il gusto di ridere. Il fatto è che de Sury sa mostrare tutto quanto c’è di grottesco nel primo invecchiamento maschile, cioè nella fase umana più predisposta al battutismo insieme all’adolescenza (e comunque ridendo dell’adolescenza vi accuserebbero di invidia andropausica), al punto da generare una rocambolesca coincidenza fra la realtà e la sua caricatura e dubitare persino, sublime traguardo, che si stia facendo umorismo. Ciò accade perché de Sury sa mischiare italiano alto, riferimenti letterari, linguaggio dei media in uno stile elegante che non deforma le cose per mostrarle reali, ma mostra che sono già deformi di loro. L’andropausa descritta da de Sury è una fortuna che si trasforma in iattura nel momento in cui si cerca di evitarla, perciò l’unico scampo è la risata, che con de Sury si colloca in una zona oscillante fra il lato cinico di Wodehouse e quello ludico di Campanile. Da qui, immagino, due reazioni: il lettore ancor giovine pensa «io non sarò mai così», il lettore over 50 «per fortuna non sono così» (altre risate).

 

A proposito di senescenza, sono decennali i lai sulla degenerazione della lingua italiana, forse mai così in salute. Errori di grammatica se ne fanno come prima, le sciatterie mediatiche sono ciclicamente destinate a obsolescere. Ed è certo che se l’italiano soffre è perché si legge male, non perché si legge poco. Anche Gian Luigi Beccaria, il noto linguista, segnala quest’emergenza nel suo L’italiano che resta. Le parole e le storie (Einaudi, 9,99 euro), pieno di opportune considerazioni non inutili alla vita spiccia (siamo tutti parlanti, scrittori, educatori). Lessico, comportamenti del parlato, il cattivo italiano della politica (qui si sarebbe potuto affondare di più sulla lingua del demagogismo, peccato), ma il dito di Beccaria brucia nella piaga della scuola, ammaccata da una didattica arrovellata e da finalità aziendali che escludono la cultura dell«inutile» che forma e arricchisce. E, quel che conta, guarda ad ampio raggio, cosa che oggi, appiattiti sul presente, non siamo più abituati di fare.

 

Attenzione, forse anche a causa di questo appiattimento, la sete di passato chiede stimoli. Da qui, un fenomeno editoriale in ascesa: la storia per esempi. 

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