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Rotta di

maestro

A sessant’anni appena compiuti, Paul Cayard tira le somme di una vita trascorsa più in mare che sulla terraferma. Fra trionfi altisonanti, sogni sfumati e progetti futuri, con un occhio di riguardo verso i giovani velisti

DI Bruno Cianci
Tempo medio di lettura: 7' 15''
paul cayard

Nella foto, Paul Cayard posa in testa all’albero di America One, ai tempi della sfida del St. Francis Yacht Club alla Coppa America del 2000.

In quella sorta di grande catino circondato da coste irte e brulle che è la baia di San Francisco è praticamente impossibile non incontrare i ragazzi del St. Francis Yacht Club, circolo fondato nel 1927, nato come branca di un sodalizio più antico ma troppo scomodo da raggiungere per chi risiedeva nella città prima dell’apertura del Golden Gate Bridge, nel 1937. I ragazzi del «St. Francis», come i soci lo chiamano, non sembrano avere alcun timore di quelle acque: prima di prendere il mare si vestono di tutto punto, indossano i giubbetti salvagente, l’abbigliamento tecnico del caso e portano con sé tutto il bagaglio di entusiasmo e di ambizione che un atleta che vuole sfondare deve possedere. Paul Cayard, 60 anni (ben portati) compiuti a maggio, osserva in silenzio quei ragazzi prendere il largo, mentre si dirigono verso l’isola di Alcatraz, e in essi non può che rivedere se stesso. Nella città intitolata al santo di Assisi, infatti, lui è nato e cresciuto; lì ha disputato le prime regate e lì, grazie al prezioso supporto di Tom Blackaller, per lui quasi un padre putativo (quello vero, pur avendo costruito la prima barca di Paul, non ha mai assecondato il desiderio del figlio di diventare uno sportivo professionista), ha compiuto il grande salto nella vela che conta. Dopo di allora non si è più fermato, anche se, come ammette lui stesso, «non ho conquistato tutte le medaglie e i trofei che avrei voluto vincere». Già, perché pur essendo stato per oltre 30 anni uno dei velisti più pagati e cercati dagli armatori di tutto il mondo, Cayard non ha mai potuto sollevare al cielo il Graal della vela, ovvero la Coppa America. Colpa del destino, verrebbe da dire, visto che non ha mai avuto la fortuna di trovarsi nel team giusto al momento giusto. Nel 2000 Cayard fu ingaggiato dal magnate Larry Ellison per creare il team destinato a vincere la «Brocca d’argento» dieci anni dopo.

paul cayard

Paul Cayrd con il figlio Daniel rispettivamente al timone e alla prua della Star d’epoca Gem IX

Per una mera questione di gelosia, Paul fu appiedato dall’eccentrico ceo di Oracle al quale non piaceva la popolarità di cui godeva il velista franco-californiano e la sua centralità nel progetto. Allo scadere del 2001, infatti, il tycoon lo convocò, gli mostrò alcune riviste e giornali e gli disse: «Guarda qui, Paul, sembra che io stia sponsorizzando una tua campagna velica, ma non è così».

Evidentemente per Ellison doveva essere ben chiaro un concetto: quella era la sua sfida e Cayard lavorava per lui. I due smisero di collaborare ed Ellison affidò così il progetto a Chris Dickson, suo skipper di fiducia dai tempi del maxi Sayonara. Questo screzio ebbe luogo quasi tre anni prima dei Giochi di Atene del 2004. Paul aveva più volte mancato la partecipazione alle Olimpiadi nella Star, la classe che lo aveva visto vincere un campionato del mondo nel 1988 (primo di molti titoli iridati vinti in altre classi). Ciò successe per varie ragioni, in primis perché fu impegnato in troppe attività, mentre una classe olimpica richiede tempo e dedizione. Nel complesso disputò qualcosa come sette campagne di Coppa America e due logoranti giri del mondo, uno dei quali vinto da skipper di Ef Language nel 1998. Lo stesso anno la federazione americana della vela e Rolex lo elessero Yachtsman of the Year, riconoscimento che precedette di poco l’investitura a testimonial della Maison orologiera, che continua ai giorni nostri. Paul, però, desiderava più di ogni altra cosa rappresentare gli Stati Uniti alle Olimpiadi e così si mise a lavorare alacremente per coronare il sogno in vista dei Giochi del 2004. Se fosse riuscito a qualificarsi e se le condizioni meteo non fossero state troppo severe («sulla Star, prediligo il vento tra i sette e i 15 nodi», dice), forse avrebbe potuto dire la sua. La sospirata qualificazione giunse, ma ai Giochi si dovette accontentare del quinto posto, la stessa posizione del mondiale di classe disputato a Gaeta; il sogno a cinque cerchi ebbe così definitivamente fine.

paul cayard

Paul Cayard davanti alle foto dei commodori del St. Francis Yacht Club

Ancora oggi quei due spazi vuoti nella sua personalissima teca pesano. Interpellato se gli manchi più la Coppa America oppure una medaglia olimpica lui risponde dopo una lunga riflessione, come se non si fosse mai posto quell’ingombrante domanda prima: «Una medaglia è tutto ciò di cui un atleta ha bisogno; è il suo biglietto da visita. Se qualcuno si presenta come vincitore di una medaglia olimpica nessuno deve aggiungere altro, perché vuol dire che il tuo curriculum ha già raggiunto l’apice». Parla tranquillamente, Cayard, dedicando alle regate non vinte lo stesso tempo di quelle vinte, con la serenità che è caratteristica di chi sa di avere messo il 101% dell’impegno in ciò cui si è dedicato. Il destino ha deciso per lui diversamente, ma gli ha consegnato altri trofei, alcuni dei quali
pesantissimi.

L’ultima regata che ha vinto non rientra tra queste, però ha un sapore molto speciale perché profuma di famiglia. Si tratta della Vintage Gold Cup, una coppa riservata agli armatori di barche storiche della classe Star. Da quando ha acquistato Gem IX, lo scafo con cui il duo bahamense Knowles-Cooke vinse l’oro a Tokyo-Enoshima nel 1964, Cayard prende parte a questo evento sul lago Michigan in coppia con il figlio Daniel, che gli fa da sparring partner. Vede i figli di rado, Paul: Daniel vive in Svezia, mentre la sorella Alessandra, nata negli anni in cui Paul e l’ex moglie Icka Petterson abitavano a Milano ai tempi del Moro di Venezia, si è trasferita nella lontana Australia. Con loro, ci ha raccontato, ha trascorso alcuni dei momenti più belli in assoluto su una barca a vela: «Qualche anno fa partecipai a una regata da San Francisco alle Hawaii; fu un compito di grande responsabilità perché portavo un uomo e le sue sfide in mare ben sei ragazzi, tra cui i miei due figli, con l’aiuto di un solo altro adulto. Quando transitammo sotto al Golden Gate Bridge per impegnare il Pacifico, Daniel mi chiese se lo stavamo facendo per davvero, al che gli dissi di sì, ma ebbi come l’impressione che la mia risposta non lo avesse convinto. Otto giorni dopo, quando avvistammo le Hawaii alle prime luci del mattino, fu Daniel a rassicurarmi che saremmo giunti a destinazione. Il mare aperto ha un sapore speciale e per questo i miei ricordi velici più belli sono legati ai giri del mondo e alle regate d’altura con i miei figli». Di vittorie, ne siamo sicuri, ce ne saranno ancora, sebbene per lui si profili sempre più una carriera da dirigente. I soci del «St. Francis », nel cui direttorio già siede, chiedono che Paul ne diventi il commodoro, ma lui replica: «Non mi sento pronto per quella carica perché per essere commodoro bisogna essere fisicamente presente nei fine settimana». 

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