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Un tardo autunno all’insegna della cultura d’oltremanica e oltreoceano, da Oscar Wilde alla mitica libraia ed editrice Sylvia Beach. Fino a esplorare quel legame che non t’aspetti tra fascismo e musica jazz
DI Giuseppe Martini

Libri

Tempo medio di lettura: 2' 25''

uesta non è proprio una recensione di laudatio temporis acti, ma un po’ sì. Un tantino di nostalgia può essere utile a fare  il punto. Lindau pubblica una nuova edizione dell’epistolario di Oscar Wilde sotto il titolo ammiccante Vita di Oscar Wilde attraverso le lettere (32 euro), con traduzione e commento supergarantiti da un anglista di classe come Masolino D’Amico, e la lettura sprofonda nel lusso della mente. È una raccolta ampia, viene sacrificato solo qualche corrispondente minore, contiene anche quell’interminabile lettera del 1897 all’amato Alfred Douglas nota come De profundis, e in effetti si possono osservare cambiamenti d’umori, atteggiamenti, interessi, seguire vicende come le polemiche sul Ritratto di Dorian Gray e accertarsi che l’ironia paradossale di Wilde non è compatibile coi suoi sentimenti più schietti, per cui invano la si cerca nelle lettere a Douglas, mentre abbonda in quelle a giornalisti e in generale negli anni 80 (poi subentrano altri guai e giustamente Wilde s’incupisce, ma sempre con dignità). Impossibile citare una frase senza far torto a un’altra. Che libro preziosissimo e, soprattutto, che leggerezza e che sottigliezze sfoggiava Wilde nell’affrontare temi morali che oggi sembra si possano solo tagliare con l’accetta!

Idem si può dire per la traduzione che Neri Pozza offre (a 14,50 euro) della biografia della libreria più fantastica del mondo, anzi l’unica vera libreria mai esistita, la Shakespeare and Company fondata a Parigi il 19 novembre 1919. La biografa è la sua fondatrice, Sylvia Beach, un’americana testarda e candida che perciò scrive un’autobiografia attraverso la propria libreria, un posto dove sono passati Joyce, Hemingway, Satie, Gide, Valéry, Gertrude Stein, Pound, dove erano appesi disegni di William Blake e foto di Whitman e Wilde, e che si prese il gusto di pubblicare l’Ulysses di Joyce. Quei leggendari ventidue anni spenti dai nazisti diventano stupore compassato nei ricordi della Beach, ma vividissimi nelle descrizioni (memorabile quella di Joyce) e raccontati quasi come un’esperienza normale. Da qui, doppia lezione. Una, è chiaro, è che oggi c’è mancanza di certe menti, gente che nella quotidianità toccava minimi anche imbarazzanti, certo, ma siamo ancora nani seduti sulle loro spalle. L’altra è che

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