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Sfiorano

l'onde nere...

I sommergibilisti italiani sono stati dei pionieri e si sono coperti di gloria negli ultimi due conflitti compiendo imprese temerarie e coraggiose che hanno alimentato i valori della storia e fatto riemergere l’onor patrio

DI Alessandro Botrè
Tempo medio di lettura: 6'

Arbiter dedica il nuovo numero all'importanza della salvaguardia dei mari e del nostro pianeta

Ha riscosso grande successo la serie televisiva Das Boot, andata in onda a gennaio scorso sul canale Sky Atlantic e diretta dall’austriaco Andreas Prochaska, tanto che ci sarà la seconda stagione. Lo sceneggiato si ispira allo spettacolare film omonimo del 1981, di Wolfgang Petersen, e narra le vicende del sommergibile tedesco U-612, basato al porto di La Rochelle. Tuttavia, ci piacerebbe vedere, un giorno, anche una serie tv che glorifichi i sommergibilisti italiani, i quali operarono fianco a fianco di quelli teutonici per i sette mari, con mezzi meno manovrieri e dai tempi d’immersione rapida quattro volte superiori. La nostra base atlantica era a Bordeaux ed era denominata Betasom (Beta per «B», Som per «sommergibile»). Da lì partivano i temibili delfini d’acciaio, a caccia di naviglio angloamericano. Quegli uomini, marinai, siluristi, elettricisti, armieri, sottufficiali, ufficiali, comandanti, vivevano per settimane, mesi, in condizioni inimmaginabili. Quando andava bene. Quando invece andava male, sacrificavano la loro vita sotto bombe di profondità, cannonate, siluri, mitragliate, incendi o affogavano tra le lamiere. Come accadde al secondo capo silurista Pietro Venuti, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria, 28 anni, friulano. Il 24 giugno 1940, nel corso di una missione di guerra nelle acque del Mar Arabico, in Oceano Indiano, il suo sommergibile Galvani fu improvvisamente attaccato da unità nemiche di superficie e colpito nella zona poppiera da un proiettile, la cui esplosione provocò una pericolosa via d’acqua nel locale a lui affidato. Consapevole di votarsi a morte certa, anziché cercare la propria salvezza, vi si chiuse all’interno, bloccando la porta stagna: con il suo cosciente sacrificio, rese possibile la salvezza dell’unità e del suo equipaggio. La quotidianità delle missioni di questi combattenti era fatta di noia alternata ad adrenalina se non terrore, esalazioni dei gas di scarico dei motori diesel, di olio, della latrina (una sola, per decine di uomini), sudore di chi non si lava da settimane, caldo e umidità che costringevano spesso a stare a torso nudo, scarsità d’ossigeno, buio, insetti, spazi ristrettissimi dove tutti sanno tutto di tutti e si vive gomito a gomito, indumenti quasi sempre umidi di acqua marina. Il cibo fresco finiva subito, nei primi giorni di missione, poi si viveva di alimenti a lunga conservazione: scatolame, salumi, montagne di gallette così dure e insapori che prima di mangiarle spesso venivano inzuppate in acqua di mare. Il tempo scorre lento, i turni sono 4-4, ossia quattro ore di guardia e quattro di riposo, il sonno è perenne, le brande sono poche e il marinaio smontante si infila direttamente nel tepore, e fetore, del montante: la cosiddetta «branda calda». Il sole lo vede eventualmente chi sta in torretta di vedetta. Le missioni, che duravano anche tre mesi, raggiungevano le coste nord e sudamericane, quelle africane, i poli. A bordo la forma era quasi abolita, contavano la sostanza e il valore personale.

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In quei frangenti si distinsero ufficiali come Carlo Fecia di Cossato, comandante del Tazzoli, che si sparerà a Napoli il 27 agosto 1944, prostrato dall’ignominioso tradimento dell’8 settembre 1943. Luigi Longanesi Cattani, le cui imprese navali gli sono valse quattro Medaglie d’argento al Valor militare, due di bronzo, due Croci al merito di guerra, una Croce di guerra al Valor militare e due Croci di ferro. Salvatore Todaro venne definito «Don Chisciotte del mare» dall’ammiraglio tedesco Karl Dönitz: dopo aver affondato col cannone del suo sommergibile il piroscafo belga Karbalo, si era fermato a raccogliere i naufraghi, li aveva rimorchiati su una zattera per quattro giorni e, quando il cavo del rimorchio si spezzò, li aveva ospitati a bordo prima di sbarcarli. Continuò a salvare naufraghi delle navi da lui affondate. Entrò nella Decima Flottiglia Mas, da cui uscì per essere assegnato a un peschereccio armato. Morì mitragliato da un caccia inglese Spitfire.

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Gianfranco Gazzana Priaroggia, comandante del Da Vinci, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria e Croce di cavaliere, era stato secondo ufficiale di Fecia di Cossato sul Tazzoli. Colò a picco 12 navi per complessive 67.972 tonnellate, venendo a sua volta affondato con tutto il suo equipaggio il 23 maggio 1943 a circa 300 miglia a ponente di Vigo (Spagna) dall’azione combinata del cacciatorpediniere Active e della fregata Ness. A Mario Rossetto, invece, il 22 gennaio 1943, giorno del suo 28esimo compleanno, venne affidato a Betasom il comando del Finzi: il più giovane comandante italiano in Atlantico. E poi Enzo Grossi, comandante di Betasom e dei sommergibili Medusa e Barbarigo. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Quando si parla di sommergibili, non si può tuttavia non citarne due geniali interpreti italiani, che pur non vi hanno mai combattuto: Angelo Belloni e Pietro Vassena. Inventori entrambi, il primo fu ufficiale di Marina e autore dell’unico furto di sommergibile della storia, a Muggiano (La Spezia), il 3 ottobre 1914, azione interventista per scuotere la neutralità nazionale, finita in un nulla di fatto. Già allora Belloni era sicuro che questa fosse l’arma dell’imminente guerra, e che l’Italia dovesse approntare subito una flotta di 300 sommergibili che agissero come «branchi mobili di mine vaganti». Anticipava quindi di 30 anni le tattiche dei «branchi di lupi» degli U-Boot tedeschi. Il secondo, con la terza elementare, tra le sue decine di creazioni annovera il sommergibile tascabile C.3, da lui ideato e costruito, che nel 1948 stabilì il record mondiale di immersione: 412 metri nel lago di Como, davanti ad Argegno.

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In foto: Angelo Belloni (1882-1959), inventore della «vasca Belloni» (foto sotto)

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