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Donna
allo stato puro
Sette modelle, una fune da palcoscenico, una pietra. Tre elementi per raccontare la sensualità delle forme, per una fotografia che guarda all’essenza
DI Mattia Schieppati - FOTO DI Gianni Rizzotti

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Tempo medio di lettura: 4' 30''

L’idea è nata semplicemente facendo quello che ogni fotografo fa, o dovrebbe fare, ogni secondo della sua giornata: guardando. «Mi sono fermato a osservare le tre grandi sculture in resina nera realizzate da due artisti, Verter Turroni ed Emanuela Ravelli, e che erano lì nello spazio del mio studio. C’erano, ma non le avevo mai osservate davvero con attenzione». È guardando le linee sinuose che quelle pietre disegnano nello spazio, la porosità della superficie, il gioco di chiari e di scuri della materia, dove a volte la luce rimbalza e a volte viene inghiottita, che in Gianni Rizzotti è scoccata l’associazione con il «comportamento» del corpo umano. «Sono forme sinuose, invitanti, seducenti, come un nudo femminile».

 

 

Poi, sempre lavorando per analogie di sensi e di immagini, «il mio occhio è stato catturato da un altro oggetto presente nel mio studio», continua il fotografo, professionista poliedrico allievo di Gian Paolo Barbieri che spazia con intensità dal ritratto allo still life con un riconoscibile tratto personale: «Una grande corda da quinta teatrale, cimelio di un lavoro fatto per la Scala di Milano, che scendeva dal soffitto e si adagiava al pavimento in maniera scomposta ma dolce». Altre curve, altri stimoli materici, altre sinuosità, ma che, differentemente dalle pietre, rendono un’idea di verticalità: è la corda con cui giocare, cui appendersi, lasciarsi cullare, da arrampicare, che ti avvolge e ti protegge, o ti stritola. Pietra, corda, corpi. Per me è pura energia, senza interferenze culturali, pura forma in azione», spiega.

 

 

E si i intitola proprio Shapes in Action il progetto che è nato da quegli sguardi, e che arriva a compimento ora, dopo due anni di progressiva costruzione. Trenta scatti di nudo femminile, rigorosamente in bianco e nero, esposti fino al 30 ottobre presso lo studio milanese del fotografo in occasione del PhotoFestival 2015. Sette le modelle coinvolte, da tutto il mondo (dal Messico all’Olanda, dalla Guadalupa al Kazakhstan) chiamate a rapportarsi a questi oggetti primordiali, a dargli vita davanti all’obiettivo discreto e indagatore del fotografo danzandoci insieme, entrandoci pian piano in confidenza, esplorando senza limiti, senza vincoli, senza pudori. Conquistando la materia con la propria femminilità, oppure giocandoci come eterne bambine

 

Rizzotti Gianni

Gianni Rizzotti. Originario di Spilimbergo, 62 anni, ritrattista e autore fin dagli anni 90 di campagne per il beauty e la moda. Ha realizzato diversi progetti fotografici a tema: l’ultimo è «Beyond the Chef. Grandi cuochi lontano dai fornelli» (Skira). A fianco, quattro scatti di «Shapes in Action». Dall’alto, da sinistra, in senso orario, Lorena Manelli, Daniela de Jesus Cosio, Virginie Lentulus, Myrthe de Poel.

 

«Man mano il progetto proseguiva, prendendo forma, e avevo sempre più la conferma che il corpo femminile è una cosa meravigliosa. Vederlo svelarsi così, giorno dopo giorno, posa dopo posa, mi ha dato un’emozione estetica fortissima», racconta Rizzotti: «Già dopo 10 minuti di lavoro sul set l’imbarazzo scompariva (solo una delle modelle coinvolte aveva già posato nuda, tutte le altre erano alla prima esperienza, ndr); chiedevo a ciascuna modella di muoversi liberamente nello spazio, di entrare in dialogo con la pietra e con la corda, di farle loro in qualche modo.

 

È stato come se l’elemento totemico della pietra e quello dinamico della corda attendessero di assecondare la loro libertà di espressione, di far emergere la loro personalità». Un progetto portato avanti con caparbietà, con una sola difficoltà, iniziale: «La quotidianità del mio mestiere mi ha abituato a una routine di lavori svolti su commissione. Qui invece, come negli altri progetti che ho sviluppato autonomamente, tutto è partito da me, da una mia idea… è stata una sfida con me stesso». Anche la scelta di allestire l’esposizione nello spazio del suo studio fa parte del progetto, del senso che il lavoro vuole comunicare: «È uno spazio in cui i visitatori possono vivere la mia quotidianità professionale, entrare ancora meglio nell’atmosfera che ha fatto da contesto alla realizzazione del lavoro. Diventa una mostra organica, che vive e rivive a ogni sguardo».  

 

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