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PER LA GOLA

Superbi, ma non per tutti. si declinano in diverse fogge e tessuti ed è il taglio a fa re la differenza. Ascot o cache-col, è qui che si nasconde quel tocco di vanit à maschile, da scoprire là dove alla camicia è concesso di sbottonarsi, perché questi accessori da collo sapranno dare quel senso di compostezza, sdrammatizzando le formalità

DI Giancarlo Maresca - FOTO DI H2O
Tempo medio di lettura: 6' 20''

L’estetica classica è basata sulla precedenza di stagionalità, età, contesto, livello sociale e sesso, criteri di scelta che l’attuale cultura dominante ha eroso, sostituito o bandito. Non accadde forse lo stesso quando Cristianesimo e Medioevo edificarono Chiesa e impero feudale sulle rovine e con le rovine del paganesimo e dell’Impero romano? La stagionalità ha conservato valore sul piano mercantile, perché vetrine, fiere e collezioni continuano a essere proposte alternando primavera-state e autunno-inverno, ma sono cambiati i materiali e soprattutto lo spirito con cui vengono utilizzati. In età classica l’inverno era dei cardati e follati, le mezze stagioni dei pettinati e l’estate delle fibre cellulosiche, mohair o lane fini armate a tela. Ora regnano tutto l’anno cotone e lane quattro stagioni, che non avvertono più la necessità di quel ciclo cromatico che prevedeva una progressiva virata verso il chiaro tra equinozio di primavera e solstizio d’estate, cui seguiva un lento spegnimento e così via. Il parametro dell’età è del tutto desueto. La gioventù è diventata eterna e obbligatoria, così l’infanzia è scomparsa e la vecchiaia condannata all’emarginazione.

Se serve un modello maturo, ne viene sistematicamente esaltata l’atleticità per far capire che la sua salute resta quella di un adolescente. A parte il fatto che la guerra al tempo è persa in partenza, bisogna accettare che la gioventù è fatta di incoscienza, non di prestazioni. Esiste sino a quando si rischia l’osso del collo senza alcuna preparazione, per impressionare una ragazza, battere lo sconosciuto che ci ha sorpassato in moto, alzare la bandiera in cui si crede di credere, insomma per poco o niente. Quando subentra il calcolo, la spinta irragionevole per cui tutti prima o poi abbiamo rischiato una morte inutile e prematura è finita per sempre. Del terzo cardine, il rispetto del contesto, si è conservato qualcosa perché per sua natura il formalismo è lento a dissolversi come a imporsi. Si moltiplicano comunque gli ambienti di lavoro che si dichiarano lean, cioè asciutti e leggeri, dove a ogni livello è praticamente vietata la cravatta e sconsigliata ogni tenuta che abbia una struttura riconducibile alla tradizione. Il livello sociale è la quarta manopola della sintonia tradizionale e fu la prima a spezzarsi. Come ogni monarca è necessariamente monarchico, così il classico è stato classista anche senza saperlo o volerlo. Fu l’attitudine alla vera esclusività il suo pilastro più debole, che crollò in pochi anni sotto slogan, bandiere e fiaccolate delle rivendicazioni di inclusione. Il classismo non è sostenibile, quindi sul fenomeno non ho che una considerazione da sottoporvi. I diritti sono la scatola di montaggio del progresso, ma la civiltà è un’altra faccenda, ben più complicata in quanto fondata sui doveri. Si può quindi avere il primo senza la seconda, che è poi la situazione in cui ci troviamo.

Veniamo ora al quinto elemento, quintessenza degli altri. Il classico riteneva la divisione dell’umanità in maschi e femmine un presupposto scontato. Anche senza leggi in proposito, usi e costumi imponevano loro giochi, scuole, vestiti e mestieri diversi. Tutto ciò è finito e la stessa classificazione in sessi viene messa in dubbio, o al più concepita come ternaria e non binaria. Qui un giudizio ce l’avrei, e anche una considerazione. La questione sul numero dei sessi da rispettare è residuale, perché primario deve essere solo e sempre il rispetto in generale e non quello di posizioni particolari. Aggiungo che rinunciando al patrimonio di identità che la tradizione concede a chi si senta profondamente uomo o donna, la vita tende a essere meno ricca. In ogni caso se ho imboccato questa strada non è per fornirvi una mia ininfluente posizione, ma perché porta al punto dove può essere meglio compreso uno dei pochi e semplici principi classici. L’uomo deve stare ben coperto sino a quando non ci sono validi motivi in contrario, mentre la donna può scoprire braccia, spalle, gambe, schiena e decolleté nella combinazione, modo e misura che il gusto personale suggerisce e il comune decoro consente. Orbene, negli anni 30 del secolo scorso l’affermarsi di una classe borghese più competitiva, mobile, aggiornata e avida di nuove esperienze spinse l’uomo a distaccarsi da un’iconografia ancora impregnata di aristocratico distacco, fatta di colletti inamidati, guanti attillati e scarpe affusolate. Il cinema, grazie anche alla stampa illustrata, portò ovunque l’immagine di un maschio sicuro alla Clark Gable, avventuroso alla Errol Flynn, creativo alla Fred Astaire, misterioso alla Humphrey Bogart. Il sigillo definitivo venne dal principe del Galles, che col suo magico stile coniugò in ogni situazione e sotto ogni cielo l’ideale dinamico che era dietro il cambiamento in atto. Materiali, colori, fogge e disegni si indirizzarono quando e quanto possibile verso spigliatezza, audacia e fisicità. Tra gli altri si pose però un piccolo problema: come si può nella vita reale sbottonarsi la camicia come Capitan Blood o Zorro e allo stesso tempo rispettare il canone di compostezza appena enunciato? Guarnendo il collo con un apposito accessorio, fu la risposta. Anche se alcuni critici dell’abbigliamento sostengono che tale abitudine sia nata nel XIX secolo e altri anche prima, le fonti documentali dimostrano che fino a tutto l’800 sciarpe e cravatte di seta si portavano sopra il colletto e non a pelle, il che fa molta differenza. Ne consegue che il cache-col nella sua moderna accezione non è nato prima della fine degli anni 20, insieme all’esigenza di alzare il tono di soluzioni sportive e introdurle in ambienti un po’ più impegnativi. In seguito lo si è usato anche per sdrammatizzare combinazioni formali, ma in questo ruolo il nostro buon amico fa la fine del terzino che vuole saltare l’uomo come un attaccante. Quella volta che ci riesce, difficilmente fa gol. Ora che abbiamo chiarito la loro funzione, vediamo quali sono gli accessori da collo e come si usano.

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