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Sognando
Tolstoj
Hanno meno di 30 anni, vogliono fare i narratori e studiano per diventarlo. Siamo entrati alla scuola Holden di Torino, per capire perché ostinarsi a scrivere in un Paese che non legge
DI Ivano Sartori

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Tempo medio di lettura: 1' 45''

Diceva Napoleone ai suoi soldati, per esortarli a dare il meglio di sé, che ognuno di loro portava nel proprio zaino il bastone da maresciallo. La meritocrazia sui campi di battaglia aveva un costo esorbitante, ma era così che si diventava ufficiali della gloriosa Vecchia Guardia che mai si arrese. Non so se i ragazzi che dal nord, dal sud e dal centro Italia, oltre che da diversi Paesi del mondo, calano a Torino per frequentare la scuola Holden fondata dallo scrittore Alessandro Baricco, abbiano mai pensato a Napoleone. Né so se l’affabulatore subalpino li abbia mai incantati al punto da convincerli a gettare la penna (tablet e computer no, con quel che costano…) oltre l’ostacolo. È un fatto però che sui banchi della Scuola di Scrittura Holden di Torino, intitolata al giovane Holden Caulfield, i giovani si affollino e sgomitino. Perché? Perché tentare l’impresa della scrittura in un Paese che non legge?

 

Chi sono questi fanti che aspirano al bastone da maresciallo? Ne abbiamo individuati cinque di diversa estrazione e siamo andati a farli partecipi della nostra curiosità. Come si faceva nelle inchieste degli anni 60, quando l’intervistatore importunava i passanti inseguendoli con un microfono dal filo lungo venti metri e la cinepresa si portava a spalla come una valigia da emigrante e pesava uguale. Quando a fare domande assurde, del tipo «che ne pensi dell’amore?» era putacaso Pier Paolo Pasolini, che alla fine sfoderava il pungiglione. Chissà che dal bouquet delle varie risposte non salti fuori la risposta alla domanda delle 100 pistole: perché oggi un giovane under 30 si mette in testa di fare lo scrittore e che mai gliene può venire in tasca?

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