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Tre modi di comunicare
a confronto
La pittura vista attraverso le parole dell’artista. Le canzoni studiate in base alla loro aderenza o meno al mondo del parlato. I modi di dire della lingua italiana. Tre modi di comunicare a confronto
DI Giuseppe Martini

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Tempo medio di lettura: 3' 30''

La pittura dei cataloghi di mostre, dei corsi accademici, delle riviste specializzate è dominata in Italia o dall’attribuzionismo («x dipinge nei modi di y con influssi di z») o dal citazionismo («secondo Caio», segue virgolettato autorevole e bibliografia). C’è chi si diverte tantissimo con queste cose, peraltro a loro modo encomiabili e produttive, e ci gioca punti d’onore e intere carriere, con gran dispendio d’energie. Auguri. Ma questa non è pittura, o meglio è intellettualizzazione esoterica della pittura. La pittura ubbidisce, per secoli ha ubbidito, ad altre leggi, che sono quelle che si danno i pittori. Basta confrontare un qualsiasi libro o catalogo su Van Gogh, ne è pieno il mondo, con le parole di Van Gogh stesso sui propri dipinti, raccolte in questo splendido I miei quadri raccontati da me, a cura di Piergiorgio Dragone per Donzelli Editore (29,50 euro), che sfrutta in modo più sistematico un’idea già usata a un’esposizione del MoMa nel 1935: prendere lettere di Van Gogh, quasi tutte sono al fratello Theo, illustrarle con schizzi e dipinti, che lo stesso pittore si premura di descrivere, e raccontarne la fatica dell’idea e la ricerca delle soluzioni.

 

Oltre a scoprire un pittore spietatamente consapevole, tutt’altro che improvvisativo o istintivo, oltre a meravigliarsi di sorprenderlo dubbioso che un giorno i suoi dipinti possano avere valutazioni lusinghiere, la conquista più bella è che si può guardare la sua pittura con i suoi occhi, o almeno vicino ai suoi occhi. Magicamente si vedono in modo diverso pennellate e colori e punti di vista. Tutto sembra di colpo quadrare. Si viene pervasi da una gioia sottile, quella della pittura che torna a essere un luogo di libertà, non un ring per disquisizioni bizantine.

 

 

La fatica dell’arte è insomma una faccenda da sporcarsi le mani e sfugge alle analisi. Eccone però una molto buona, quella di Luca Zuliani su L’italiano della canzone (Carocci, 12 euro), articolata e ricca indagine sulle trasformazioni della lingua italiana dalla poesia del ’400, che non ripudiava la musica, alla canzone moderna, i cui testi ubbidiscono a regole più complesse della poesia svincolata dalla musica. Anche qui le sorprese sono in agguato. E non si tratta solo del passaggio dall’opera o dai madrigali al cantaurato, e neanche della differenza fra il linguaggio delle canzoni di Vasco e quelle di Sergio Endrigo, ma anche delle cause che presiedono al vero fenomeno costante della lingua delle canzoni, cioè la sua aderenza o la sua presa di distanza dal mondo del parlato. 

 

 

E non è vero neppure che solo l’italiano soffre (o si avvale, perché no?) di questa forbice. Prendiamo per esempio i modi di dire. I modi di dire esistono in tutte le lingue, perché hanno una loro necessaria utilità al parlato. Sostituiscono le circonvoluzioni, soccorrono nel bisogno di sintesi, accelerano la comunicazione. «Siamo alla frutta», «Per filo e per segno», eccetera. Quella roba lì. In Peste e corna (Sperling & Kupfer, 15,90 euro), Massimo Roscia ne fa un catalogo impressionante (sono più di quelli che credevamo) e li mette alla berlina con una soluzione narrativa divertente. Ci guardiamo allo specchio perplessi: quanti ne usiamo senza accorgercene! Ma chi va messo alla berlina in realtà non sono i modi di dire, ma chi li usa a casaccio nella lingua scritta.

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