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Un lord
a Terni
Per Gino Capitò il vestire è arte, oltre che la principale forma di comunicazione. Appassionato di cultura britannica, ritiene che la forma sia sostanza, perché non può esistere l’una senza l’altra
DI Alessandro Botrè - FOTO DI Stefano Triulzi

Tempo medio di lettura: 5' 50''

L’abbigliamento è una forma sublime di arte: soprattutto attraverso la fattura di un sarto puoi comunicare il tuo modo di essere, lo stato d’animo. È la prima tipologia di comunicazione per relazionarsi col prossimo. La forma è sostanza, perché la sostanza non può essere senza forma e viceversa». Parola di Gino Capitò, medico angiologo, fisiatra e reumatologo di Terni, collezionista di opere d’arte contemporanea, capitano medico dei Carabinieri in congedo nonché Lord di Glencoe. Capitò ha infatti acquistato un ettaro di terreno in Scozia, ottenendo il conferimento da parte di Highland Titles del titolo di Lord. Gli è stato attribuito naturalmente il proprio tartan, che porta orgogliosamente sul kilt, corrispondente a quello di Glencoe, nella regione di Lochaber. Capitò è un vero appassionato di tutto ciò che è britannico. «Una passione nata quando studiavo in Inghilterra», racconta, «dove frequentavo sartorie e un circolo a Pall Mall. Viaggio in Range Rover e Triumph, indosso tessuti inglesi, bevo Scotch e Gin & tonic e la mia borsa quotidiana è Mulberry».

In una stanza del suo appartamento a Terni ha ricavato un autentico club inglese, che fa anche da studio e da cabina armadio: legno, poltrone Chesterfield, collezione di pipe, di fucili e pistole, di trofei di caccia, ma anche di katane, coltelli regionali e penne Montblanc. E naturalmente, il guardaroba.

l’armadio con altre giacche sportive da spezzato e i cappotti sportivi. Si noti la quantità di cravatte regimental sulle ante.

Costruiti dal suo falegname, gli armadi sono stati disegnati da lui stesso, con l’aiuto dell’amico Salvatore Parisi. Ogni giacca da spezzato ha abbinato il proprio pantalone con le bretelle già montate. Gli abiti interi sono solo tre pezzi: indossando il camice con il gilet si rimane più vestiti. La foggia è a tre bottoni con il primo «strappato», monopetto con ampi revers, spalla napoletana, ticket pocket per custodire l’accendino, due spacchi laterali tranne qualche rara eccezione come un covert blu o un cavalry twill che ha voluto con lo spacco centrale e tasche oblique per conferire ancora più sapore inglese. Pantaloni a vita alta, doppia pince, bretelle, cravatta infilata nel pantalone per evitare che spunti dal gilet. Il fondo è abbastanza stretto, 19,5 cm, e alto, con risvolti da 5 cm dotati di bottone per aprirli e pulirli. «Sono arrivato a definire questi canoni grazie ai miei maestri Giancarlo Maresca e Salvatore Parisi», spiega Gino Capitò. «Ma ho dovuto commissionare diversi abiti fino a farli diventare miei. Ho avuto un esempio importante da parte di mio padre e di mio nonno. Mio padre lo vedevo senza giacca e cravatta forse al mare, dove portava camicia e pantaloni di lino bianco. Da quando ho 18-20 anni mi vesto così, la sartoria ho iniziato a frequentarla verso i 26 anni, quando ho cominciato a guadagnare. Porto sempre con grande piacere anche abiti vecchi, apprezzo la loro storicità».

Il manichino che Capitò veste tutte le sere con i capi che indosserà l’indomani

Splendida la schiera di blazer con bottoni in metallo, di svariate fogge, numerosi i cappotti, tra cui spiccano ulster, covercoat, monopetto in tweed con maniche raglan, un casentino doppiopetto arancione con collo in pelliccia di lupo, un doppiopetto inglese militare blu, un crombie preso in un mercatino del vintage a Londra, un John G. Hardy in covert. E naturalmente le sahariane in tweed, cucite dal camiciaio romano Sabatini. Spettacolari i giubbotti in pelle, da quelli da aviatore come un G1 americano della Seconda guerra mondiale, un G1 anni 90 in pelle di capra, un A2 attuale, un montone B3, uno Schott, e da motociclista, in particolare due Stewart in cordovan. Le calzature sono custodite in una scarpiera prodotta dalla Turms: dieci paia di scarpe, uno al giorno e ogni dieci giorni si sostituiscono con altri dieci. Capitò non ordina scarpe su misura, non avendo ancora trovato un calzolaio che lo soddisfi; porta principalmente Alden e Church’s: norvegesi in cordovan Alden, cordovan di Berwick, Consul, Chatwin o Burwood di Church’s. Non mancano le pump e le francesine da abbinare allo smoking anni 40 del nonno, o gli scarponcini da moto e da caccia di Tricker’s, che abbina a giacche e coppole in tweed e a cravatte Atkinsons a tema venatorio: «Vivo la caccia come un momento di profondo controllo dell’estetica, portando grande rispetto all’animale», puntualizza. Tra le numerosissime cravatte, cattura la mia attenzione una distesa di Vivax inglesi degli anni 70 e di regimental militari di Benson & Clegg. Poi c’è la collezione di Drake’s e di Marinella, custodite nella fodera di plastica per mantenere meglio la forma. Tra gli accessori, non si possono non menzionare i cappelli: fedora, lobbia, paglietta, panama, cilindro, bombetta, caschetto coloniale, da buttero, di Borsalino, Barbisio, Christys, Panizza e Lock. Tutte le sere, nella sua cabina armadio, Capitò veste un manichino con gli abbinamenti che indosserà l’indomani. Quando sono andato a a trovarlo, questo servomuto sfoggiava un abito tre pezzi gessato beige in ruvido Sportex Dormeuil confezionato dal sarto Bernardo La Guardia di Habitus, Roma. Ma il suo artigiano storico era Del Tosto di Terni, ora ritiratosi in pensione. Gran parte dei suoi tessuti li ha comprati Capitò stesso quando la bottega ha chiuso: ora un centinaio di pezze esposte nel suo salotto attendono gesso, forbici, ago e filo per dare vita ad altrettanti capi.

La scarpiera Turms, nella quale Capitò custodisce dieci paia di scarpe diverse ogni dieci giorni, a rotazione.

 

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