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in gamba

Una storia secolare, nata oltre la Manica: oggi i pantaloni sono diventati la scelta di una minoranza che rispetta la tradizione virile. Il loro compito? Sottintendere gli arti inferiori senza farli fisicamente emergere in alcun punto. Ecco le loro regole

DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Roberto Sorrentino
Tempo medio di lettura: 13' 40''

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Quando andavo alle elementari, oltre mezzo secolo fa, qualsiasi maestra avrebbe sottolineato in rosso la parola pantalone, oggi assolta con formula piena. Le grammatiche del tempo, infatti, affermavano che avesse solo il plurale e ne raccomandavano l’uso insieme a «paio». Le leggi della  lingua insegnano però a quelle che governano gli uomini ad adeguarsi con serenità ai cambiamenti nella percezione di ciò che è giusto o sbagliato. La stessa sentenza va estesa per analogia ai calzoni, nato come accrescitivo di calza e come tale discendente dal capostipite comune a tutti i lemmi che condividono la radice calzare. Si tratta del calcæus, calzatura romana che fasciava il piede con una tomaia di pelle flessibile e aderente che andava dal calcagno al metatarso, lasciando scoperte le dita. Pantaloni, invece, era un ironico modo francese di chiamare i veneziani, devoti di San Pantaleone. Prese poi a definire per metonimia l’indumento che li distingueva e in tale accezione si diffuse anche nella nostra lingua. Tutte le fogge di pantaloni o calzoni, larghi o attillati, corti o lunghi, rigidi o elastici, fanno parte della grande famiglia delle braghe, termine che con varie scritture si trova in tutte le lingue europee morte e moderne.

LA STORIA | La gran parte della storia dei pantaloni si svolge oltre la Manica. Diodoro Siculo è il primo storico a documentarli indosso ai britanni, prestanti uomini biondi che vestivano con ampie braghe lunghe e variopinte. Costumi tribali, avranno pensato i cittadini romani, fieri delle solenni toghe che così bene esprimevano un sentimento di grandezza quale il mondo non aveva e non avrebbe mai più conosciuto. Fatto sta che i pantaloni lunghi e comodi resteranno per molti secoli uno strumento dei lavori più duri e come tale un attributo delle categorie socialmente svantaggiate. I sanculotti fecero leva proprio su questo loro linguaggio, quando li scelsero come bandiera dello schieramento rivoluzionario meno disposto ai compromessi.

Nobili e alto borghesi indossavano all’epoca i breeches, in francese coulottes, braghe più o meno attillate che terminavano al polpaccio e finivano in calze o stivali, secondo la situazione. Agli scossoni antimonarchici seguì la stupefacente epopea napoleonica, che almeno dal punto di vista di abbigliamento e arredamento rappresenta una parentesi praticamente avulsa dal corso della storia. Quando si chiuse con una sconfitta, sul piano del gusto lasciò l’Europa continentale un passo indietro al Regno Unito, che pur avendo perso l’America si era andato espandendo in un Impero che già al momento di Waterloo disponeva di una flotta leader in tutti i mari conosciuti. Anche grazie alla geniale opera di Brummell, nel periodo della Reggenza l’intera Inghilterra divenne un immenso laboratorio d’eleganza e Londra, che nel 1830 era già la città più popolosa al mondo, emerse sulla rivale Parigi come superpotenza estetica e rimase tale per un secolo e mezzo, sino agli anni 60 di Mary Quant e della Peacock revolution. Ora tutta quella gloria sembra accartocciarsi su se stessa e l’intero regno tornare verso il provincialismo celtico delle origini, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che, tanto per cominciare, fu a Londra che nel 1843 il sarto Haumann introdusse l’apertura centrale dei pantaloni. In quel tempo si andava affermando la giacchetta corta, che relegò le redingote lì dove finiscono tutti i capi al tramonto: nelle cerimonie, nelle soffitte e indosso a vecchi conservatori nostalgici. Il nuovo modo di vestire rese comune anche di giorno l’abito completo nello stesso tessuto, come sino ad allora avveniva solo nel frac. I pantaloni cambiavano foggia ogni cinque o dieci anni, ma restarono un tubo più o meno goffo sino a quando, nell’ultimo decennio del XIX secolo, Sua Grazia il Principe del Galles introdusse la piega anteriore e il risvolto al fondo. La raffinata formula dell’uomo classico, che combinava vanità e dignità, libertà e canone, carattere individuale e identità collettiva, era ormai completa e pronta a dominare l’immaginario maschile per i successivi 90 anni.

All’inizio del XX secolo i pantaloni si asciugarono in una tagliente conicità, dando alla figura un aspetto ideale, anzi idealizzato. Negli anni 30 si affermarono le pinces anteriori, che rendono il capo più comodo e imponente. Il desiderio di forza e peso che allora percorse la società occidentale indirizzò in senso volumetrico l’architettura, l’arredamento e altre arti maggiori e minori. I pantaloni da sciabole divennero colonne, fino a che negli anni 40 si trovarono nel costante rischio di cadere dal monumentale nel ridicolo. Negli anni 50 l’umanità conobbe un’epidemia di gioia pari per virulenza a quella degli anni 20, ma ulteriormente aggravata dalle maggiori disponibilità economiche per spostarsi e far tardi la sera. Tranquilli, quel male che faceva battere i cuori troppo forte, che faceva sorridere le ragazze e arrossire i ragazzi, non ci colpirà di nuovo. Tutte le comunità di cui facciamo parte, che siano politiche, religiose, commerciali, istituzionali, sportive o altro, hanno imposto un culto della salute come dovere universale e instaurato in suo nome un regime di prevenzione e sicurezza più severo dell’Inquisizione. Un potere grigio e dogmatico, che ha santificato i divieti diventando così invasivo da sconfiggere per sempre l’ingenua incoscienza del singolo necessaria a godere delle cose più importanti: quelle semplici e quotidiane.

Dall’11 settembre 2001 a oggi siamo tutti passati da una millenaria spinta verso qualcosa di concreto a una paura indefinita e generalizzata che ci fa fuggire da mostri inafferrabili. Piogge acide, buchi nell’ozono, Aids, colesterolo, polveri sottili, influenze aviarie e bovine, fantomatiche isole di rifiuti galleggianti, olio di palma, microplastiche, riscaldamento globale e, ultimo arrivato in attesa del prossimo, il temibile glutine. Il flagello della voglia di vivere non tornerà mai più, eppure in quel breve decennio e nel successivo fu alla base di grandi risultati estetici. Nei pantaloni si trovò il compromesso definitivo, quindi non più superabile, tra linea e volume, ma già nei 70 la vita si abbassò e il fondo assunse larghezze sproporzionate. Dopo quegli anni a trazione contestatrice il classico perse lo status di cultura dominante e per l’uomo iniziò il processo di effeminazione ancora in corso, guidato da stilisti androgini e caratterizzato dalla cancellazione delle diverse età in nome di una gioventù che da facoltativa è diventata obbligatoria.

Negli ultimi tempi la regressione mira addirittura a raggiungere una confusa condizione infantile, dimostrata dal massiccio ritorno dei pantaloni corti in qualsiasi stagione. Non di rado li si vede assortiti a cappellini a visiera, che completano egregiamente l’agognato effetto «primo giorno di scuola». Da Fonzie siamo finiti a imitare Lucignolo, in una corsa verso un’approssimazione sdoganata con il nome di individualismo che è sotto gli occhi di chiunque li abbia. I pantaloni sono diventati la scelta di una minoranza che rispetta la tradizione virile, mentre a livello di massa si sono affermati i calzoni, cioè lunghe calze, spesso anche leggermente elasticizzate, che aderiscono più o meno lungo tutta la gamba. Anche il capospalla principale, del resto, ha seguito un percorso simile che ha mutato la nostra solenne giacca in un frivolo tailleur corto e attillato.

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COME DOVREBBERO ESSERE | Vestire è un linguaggio simbolico, il che significa indiretto. Si basa su allusioni subliminali la cui sofisticata modulazione è incompatibile con la rigidità univoca del segno verbale. Ecco perché qualsiasi scritta o etichetta leggibile non ha diritto di cittadinanza in un contesto espressivo classico. Vestire è raccontare senza mostrare, questo è il grande principio che chiarisce la componente artistica e la carica emotiva dell’abbigliamento tradizionale. Ciò detto, un buon paio di pantaloni è quello che sottintende le gambe senza farle fisicamente emergere in nessun punto. Il suo principale lavoro è allungare la figura, dando agli arti inferiori uno sviluppo verticale maggiore di quello del tronco. Un desiderabile snellimento non è che la conseguenza naturale di questo risultato primario, il quale presuppone che la vita sia abbastanza alta da allungare le gambe. Un paio di pantaloni attillati con la cintura bassa fa apparire magri, non longilinei. Anche l’asino ha le zampe sottili, così mi chiedo se una persona equilibrata preferisca apparire come l’Apollo del Belvedere, canone di proporzione, oppure come Ciuchino. Il punto al di sotto del quale non scendere mai è marcato con chiarezza nel nostro stesso corpo e chiunque può verificarlo. Basta cingersi i fianchi con le mani messe a ganascia e spingere verso il basso. Più o meno all’altezza dell’ombelico le sentiremo fermarsi sulle anche, la cui sporgenza forma un appoggio ideale. E’ da quell’altezza in su che dovrà trovarsi la circonferenza del bustino dei pantaloni, tutto qui. Tenete presente che il pantalonaio prende al cliente solo quattro misure: lunghezza coscia esterna, lunghezza coscia interna (la differenza è il cosiddetto cavallo, che ora sapete come non ridurre ad asino), circonferenza vita e circonferenza al sedere. Sembrano dati già scritti nel fisico, ma non lo sono affatto. La nostra volontà e il nostro gusto ne determinano ben due, più un terzo non meno importante che è il diametro del fondo. Se abbiamo una pancia prominente, ma per circonferenza vita preferiamo quella molto inferiore presa al di sotto dell’addome, i pantaloni partiranno da lì conferendo all’uomo sovrappeso il magnifico aspetto del passero, con due sottili gambette che sorreggono ed evidenziano la fiera rotondità del ventre. Partendo dal primo bottone della camicia, per arrivare alla cintola, la cravatta dovrà essere lunga uno sproposito anche senza dover superare il promontorio dell’eventuale pinguedine. La prima misura che possiamo stabilire di nostra iniziativa è dunque l’altezza alla quale far giungere i pantaloni, che a sua volta influisce sensibilmente sulla circonferenza vita presa a quel livello. I pantaloni classici, che siano messi in piano o indossati, devono presentare una conicità quasi continua dalla cima al fondo. Per evitare che si fermino su quadricipiti particolarmente muscolosi o polpacci curvi, rivelando la presenza di una carne che almeno in posizione di riposo va tenuta nascosta, un bravo pantalonaio adotterà opportune strategie aumentando le tolleranze. Le tasche sono molto più belle se si aprono nella cucitura laterale, che deve presentarsi avanzata rispetto alla mezzeria ideale della coscia inclinata leggermente in avanti proprio nella parte superiore, in modo da favorire l’imbocco delle mani. Per essere comode, le tasche devono misurare dai 24 ai 26 cm di profondità ed essere fatte con fodera in twill di puro cotone morbido e resistente. La patta, rigorosamente chiusa da bottoni e non da una zip, terminerà in alto con almeno un contro bottone leggermente disassato che entri in un’asola aperta tra bustino e grembiale. Meglio se si installa anche un altro bottone, contro bottone o clip, che fissando tutto il bustino in un anello chiuso alleggeriscono il lavoro del cinturino e gli lasciano un ruolo prevalentemente estetico. Un altro dettaglio da tener presente è la V rovesciata che si apre all’interno dei pantaloni quando stiamo in piedi in posizione naturale, ovvero coi piedi leggermente aperti. Le sue pareti laterali devono cadere quanto più possibile dritte. Se compaiono torsioni bisogna smontare il capo e rivedere la montatura, che è il bilanciamento tra parte anteriore e posteriore. Come nella giacca, in una pagina o in un’architettura, così nei pantaloni i vuoti sono importanti quanto i pieni. Forse anche di più. Pertanto è determinante che quella V sia netta, alta e precisa. Se termina fuori centro vuol dire che qualcosa non va nella battitura, quell’asimmetria che serve a ospitare il nostro «difetto». Se è scarsa, i pantaloni sono troppo larghi di coscia. Non commento nemmeno tutti quei pantaloni che presentano tensioni orizzontali dovute a tolleranze insufficienti, trattandosi di strumenti di automortificazione indegni di qualsiasi considerazione.

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DUE FOGGE TIPICHE | I blue jeans

Nel 1873 l’imprenditore Levi Strauss mise in commercio negli Stati Uniti una salopette che già si distingueva per il robusto tessuto denim, cuciture doppie ribattute esternamente, impuntura ad arco alle tasche posteriori e rivetti in rame ai punti di tensione. Sebbene esista ancora, nel 1890 venne affiancata e presto superata dal modello a cinque tasche N. 501, prototipo di tutti i blue jeans degni di tanto nome. Nati come capo da lavoro all’aria aperta, la Grande depressione ne fece una necessità quotidiana per moltissimi disoccupati che vagavano per il Paese. Dopo essere stati a lungo associati all’indigenza, si ricominciò a vederli con piacere quando il cinema li mostrò nel loro ambiente originario, ampiamente mitizzato.

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