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Una scelta
di testa
Trilby, fedora, homburg... parole quasi magiche per un’iniziazione ai segreti di quello che rimane forse il più necessario degli accessori. Dove pesi le misure sono fondamentali linee guida all’acquisto
DI Giancarlo Maresca

Tempo medio di lettura: 11' 30''

Il cappello è fuori moda. L’evidente verità e sincerità di tale affermazione mi mettono subito al riparo da quanti possano pensare che chi ne parla viva in un mondo astratto. Il cappello è fuori moda, dicevamo, e allora? Innanzitutto la sua decadenza è iniziata oltre 80 anni fa, il che dimostra come gli sia sempre rimasto da dire e fare qualcosa di estrema importanza. Già verso la metà degli anni 30, più o meno quando i colletti inamidati venivano relegati in soffitta senza alcun rimpianto, le riviste di tutto il mondo lamentavano un diffuso abbandono del cappello. La sua vicenda si presenta quindi molto simile a quella della cravatta, che negli anni 70 entrò in crisi respiratoria e negli 80 venne dichiarata morta dai grandi dottori di quella cosa lì, la moda, salvo resistere e godere ancor oggi di una certa salute dopo 40 anni di maledizioni da un lato ed elegie funebri dall’altro. A me sembra che a morire sia stata proprio la moda, almeno nella sua concezione classica.

 

 

L’upper class, che la generava e faceva gocciolare lentamente verso il basso, ha perso il suo appeal in favore di influenze che vengono dalla strada, dallo sport, dalla musica e da altri ambienti popolari. La massa trova dunque i nuovi modelli di vita e di gusto all’interno di se stessa. L’haute couture, palestra di un talento creativo e manuale verticistico, non è ormai che un ghetto dorato frequentato solo da attrici con esigenze di red carpet. Le altre donne non la desiderano più o, per dirla con meno tatto, se ne fregano altamente.

 

Scomparsi i veri atelier, banalizzate le boutique, le grandi firme continuano a finanziare sfilate faraoniche per promuovere il loro pronto a basso costo e alto ricarico, mentre della moda come nobile sistema di produzione di arte e significati non resta nulla più di una madre premurosa che, pur avendo superato i limiti d’età, continua a lavorare al soldo di marchi globali pur di mantenere la sua figliola sciocca: l’emulazione. Se è dunque la moda a dirci che il cappello è morto, possiamo risponderle che pensi alla sua salute. Noi pensiamo alla nostra, sapendo però che non viene affatto dalla tavola, come si ripete fino allo sfinimento, quanto dalla gioia di vivere. Mi sento di affermare che un bel cappello, indossato con piacere, giova al sistema nervoso centrale e periferico più di qualsiasi tisana. Peraltro protegge dai danni termici la centrale dell’intelletto e dei sensi, cosa che la medicina, troppo impegnata a dirci cose che ci piace sentire perché già le sappiamo, evita di sottolineare. Bevete acqua a barili, mangiate verdura a cassette, gracchia ogni estate la Protezione Civile.

 

Mai vi darà la soluzione più semplice e giusta: se uscite al sole, mettetevi una paglia sulla capoccia. Lo stesso dicasi per il freddo, che in fin dei conti è il motivo per cui molti fanno ricorso al cappello pur non amandolo. Si tratta in effetti di un amore difficile, perché il cappello è misterioso come un gatto e orgoglioso come un orso. Non obbedisce come un cane, è vero, ma sa ruggire come un leone e muoversi con la grazia ipnotica di un serpente. Vi pare poco, visto che queste qualità le trasmette a chi lo porta? In cambio non vuole croccantini, bensì cura e conoscenza, che poi sono l’origine comune a tutti i piaceri autentici. Ciò che rende difficile muovere il primo passo verso il cappello non è tanto la sua forte personalità, che non dubito siano in molti a poter dominare. I dubbi riguardano i nomi dei cappelli e delle loro parti, come si comprano, come si scelgono, come si gestiscono. Cercherò di dare qualche risposta di base lasciando il resto, cioè il divertimento, a chi deciderà di fare il gran passo.

 

 

«Full homburg» anni 60 di Borsalino (dalla collezione dell’autore), del peso di 110 grammi circa; si noti la tesa cambrata.

 

Prima di affrontare i nomi dei principali cappelli, ricordo che per foggia si intende una sorta di disciplinare non scritto che prevede un certo numero di dettagli, materiali e proporzioni essenziali. Gli oggetti che possiedono tali requisiti hanno tutti diritto a quel nome e ne rappresentano i diversi modelli. In sostanza ogni foggia è una canzone, i modelli le interpretazioni. La foggia del cappello dipende in primo luogo dalla tesa, o ala, in secondo dalla cupola. Ci sono i cappelli con la tesa cambrata, ovvero ripiegata su se stessa in un ricciolo che corre lungo l’intera circonferenza, e quelli a tesa rivoltabile, che in genere presentano l’ala abbassata avanti e alzata dietro. Quanto a questi ultimi, in linea generale sono trilby se la tesa misura circa 5 cm, fedora se raggiunge o supera di poco i 5,5 cm.

 

Il fedora «Roberto» in feltro di coniglio melousine foderato, una proposta di Doria 1905 (202 euro, doria1905.com).

 

Entrambe le fogge presentano due guance simmetriche alla carena frontale e la maschettatura, cioè l’avvallamento della parte alta della cupola, sviluppato in senso longitudinale. Il trilby ha generalmente la cupola più bassa e la carena più tagliente. Sotto i 5 cm di ala si hanno i pork pie, la cui cupola schiacciata non consente una maschettatura allungata. Sono quindi bassi e quasi piatti, con maschettatura rotonda o a goccia. Come vedremo parlando degli abbinamenti, il pork pie è decisamente sportivo, il fedora tendenzialmente formale, il trilby serenamente informale. I pesi variano dai 70 gr dei feltri più leggeri, rasati e sfoderati, ai 120 e passa di quelli riccamente apparecchiati. È meno di un decimo di un casco da moto, un carico che un maschio adulto dovrebbe essere in grado di sopportare.

 

Trilby «Elkader» di Stetson in feltro di lana Asahi Guard, con cupola di 10 cm circa e larghezza della falda di circa 4,8 cm (79 euro, stetson.eu)

 

Nella nazione dei cappelli a tesa cambrata l’imperatore è da sempre il cilindro, che qui non ci riguarda in quanto chi lo mette non ha bisogno di consigli. Regina ne è la bombetta, della quale dirò solo che viene ingiustamente quanto inevitabilmente trascurata. Sua maestà il re è indiscutibilmente la lobbia, o homburg, che nasce con cupola rigida, alta, mossa solo dalla profonda maschettatura longitudinale della corona. La tesa, anch’essa rigida, è ampia e ricca, guarnita con lo stesso gros grain del nastro. Un cappello così è un full homburg, con le guance è un half homburg e con tesa morbida e sguarnita un quarter homburg.

 

In verità tale scala delle lobbie è una mia invenzione, di cui il vostro cappellaio potrebbe non essere a conoscenza. Ritengo però che la distinzione calzaturiera tra full, half e quarter brogue possa applicarsi utilmente a molte altre fogge. La modulazione dipende dal contenuto maggiore o minore dei dettagli distintivi di una determinata foggia di base, il che aiuta a comprendere e ritenere quali siano. Passiamo alla seconda esigenza: giudicare e scegliere. I cappelli sono realizzati in fibre animali o vegetali, ma gli ultimi sono estivi e ne parleremo a tempo debito. Il pelo utilizzato per i primi può essere, in ordine crescente di qualità e costo, di pecora, coniglio, lepre e castoro. Il feltro di pecora è rigido, rustico, adatto solo a fogge etniche. Il coniglio è il vello di base, che man mano che viene arricchito o sostituito dalla lepre acquisisce finezza e luminosità. Il castoro sta alla lepre come il cachemire alle migliori lane merinos. La finezza del vello è equivalente, la differenza è tutta nella leggerezza e resa cromatica. Infeltrire e tingere il pelo del castoro non è facile, ecco perché solo poche case offrono questo nobile materiale e forse più nessuna lo produce internamente. Oltre il castoro ci sono il visone e altri velli pregiati, in genere lasciati a pelo lungo, che ormai si trovano solo sul mercato collezionistico.

 

Un pezzo unico in castoro realizzato dalla viennese Szaszi: si tratta di un fedora con tesa larga 7,5 cm, altezza della cupola 11 cm e della fascia 3,8 cm (3mila euro, szaszi.com).

 

Un cappello calza perfettamente se poggiandolo in capo si ferma a un centimetro dalle orecchie, ecco perché la taglia è basata sulla circonferenza della testa misurata in quel punto. Viene espressa in centimetri in Europa, in pollici nel sistema anglosassone. Il terzo problema da risolvere riguarda il modo in cui si scelgono e abbinano i cappelli. Il principio fondamentale è che il capo va coperto ogni qual volta si indossi un soprabito. Non ci sono eccezioni, solo capi indegni di considerazione. Mi riferisco ai soprabiti in fibre sintetiche, coi quali si può fare quello che si vuole e non si vuole, tanto valendo esteticamente zero il risultato sarà sempre lo stesso. Con gli impermeabili si può portare anche il berretto, che è da privilegiare con coprigiacca corti. Con cappotti dalla manica a giro, di giorno stanno bene i fedora o altre fogge dalla tesa proporzionata ai loro volumi importanti. Con capi a manica raglan e linee scivolate si possono prendere in considerazione il berretto o i cappelli in tessuto. Non quelli flosci, tipo pescatore, che in città sono tristi come una dichiarazione di resa. Di sera, specialmente se in età matura o in occasioni mondane, la scelta più giusta è quasi sempre la lobbia. In ogni caso, di giorno o di notte, con cappello e cappotto non bisogna farsi mai mancare i guanti. Guanti e cappello sono in una comunicazione diretta e naturale, dovuta sia al comune riferimento a uno status dominante (capi religiosi e militari li usano entrambi da tempi remoti) sia all’antica prassi di poggiarli gli uni dentro l’altro. È probabilmente da questo spontaneo rito che nasce l’abitudine di intonare i guanti al cappello e viceversa. Chi è abituato al cappello lo indossa anche senza soprabito, in tal caso rispettando la tavolozza di stagione come per la giacca. Nella scelta della forma e colore del cappello occorre tener presente il registro in cui si veste. Le tenute formali si gioveranno del grigio, magari reso più estroverso da una fascia marrone che richiami le scarpe e/o i guanti. La fascia del cappello è determinante. Fino a due centimetri è sportiva, da viaggio, intorno ai tre è insipida. A quattro centimetri raggiunge l’altezza aurea, valida per tutti i registri, ma chi non teme di addentrarsi nel meraviglioso e insidioso terreno della vanità può andare oltre. Le fasce in seta foulard sono estive, innegabilmente graziose, ma fanno un po’ americano in vacanza. L’ultima domanda, la più angosciante, è quella che a mio avviso demotiva più persone. Una volta uscito col cappello, che ci faccio? Uno dei doveri più piacevoli dell’uomo col capo coperto è quello di scoprirlo di fronte a una signora. La misura del gesto offre l’occasione di rivelare in modo ineccepibile la nostra considerazione, così andrà dal fuggevole sorriso con un tocco della tesa che appena la solleva, fino a una sosta con solenne presentat arm e quell’accenno di inchino che rappresenta l’equivalente di un baciamano.

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