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Virilità tra semplicità

e rigore

Lontano dagli eccessi, dove ogni scelta avviene per accortezza e non per civetteria. Per Curzio Malaparte la moda dell’uomo deve essere un giuramento di fedeltà allo stile maschio

DI FURIO
Tempo medio di lettura: 6' 55''

Malaparte siede al tavolo di un ristorante dell’isola partenopea mentre indossa dei pantaloni corti da mare e una polo, look che egli rese famoso a Forte dei Marmi (Lu).

 

Giacca di lana blu-pescatore, pantaloni di vigogna grigi, camicia azzurra, pullover blu-notte, cravatta rossomattone, calze blu, scarpe nere. Questo era l’abbigliamento di Curzio Malaparte, quando io giunsi, d’improvviso, alla sua villa del Forte de’ Marmi: ch’è sita a pochi passi da La Capannina, ed è, all’interno, un po’ modificata e molto abbellita secondo suo gusto. Ci si sente la mano dello scrittore in questa villa, che fu una delle prime a sorgere quando il Forte era spensierato convegno di famiglie patrizie. Furono i Visconti di Modrone, se non m’inganno, a «scoprirlo» e a renderlo in voga. La giacca era monopetto, a tre bottoni. Ma, dai risvolti del collo alle studiate distanze delle tre asole, dalla postura del taschino alle due pattine, dal punto di vita alla larghezza della manica, quella giacca era diversa dalle 100mila giacche monopetto a tre bottoni che siamo soliti vedere.

Sopra, uomo elegante e profondo conoscitore dell’abbigliamento maschile, Curzio Malaparte indossava anche capi più sportivi che comunque portava con grande naturalezza. I suoi pantaloni non avevano né bretelle né cinture, in quanto il suo fisico veniva mantenuto tonico con l’attività sportiva, come quella che regolarmente svolgeva in bicicletta per le faticose strade della sua Capri (foto a destra).

 

E la vigogna dei pantaloni era morbida come un cascemir pur cadendo sulle «bustine» delle scarpe come fosse a piombo; la sua tonalità grigia non faceva contrasto con il blu dello giacca quasi del blu fosse nella vigogna. La camicia era di finissimo cotone «matto» mentre la cravatta, in lana leggera, era senza riflessi. E il pullover aveva la scollatura ben dosata così da lasciar vedere quel che occorre della cravatta, né troppo né poco. Le calze erano in cascemir, lievi come seta. Scarpe a una sola suola, di eccellente fattura artigiana con punta un poco larga e piatta, come debbono essere con un vestito siffatto. Scarpe comode. Malaparte detesta i mocassini. Li detesta e lo dice alla toscana; il che è ironico, ma non dispregiativo. Di quella calzatura da pellerossa, soltanto per seguire con malvezzo il cattivo gusto degli americani, s’è fatta una calzatura di moda, anche tra noi. E nessuno s’è avvisto che il mocassino nulla ha di armonico, di fine, di elegante, ma è uno dei mille barbarismi di cui siam capaci noi, gente civilissima. Se avessi chiesto a Malaparte di togliersi la giacca e il pullover avrei visto ch’egli non usa né bretelle né cintura. A cent’anni (e tanti egli ne compirà, a suo tempo, con l’uguale allegrezza con cui ha compiuto questi 56 che sono appena un soffio nella sua vita un po’ guascona) Malaparte avrà lo stesso fisico ben costrutto e saldo. Un abbigliamento semplicissimo, dunque. Ma non si pensi che Malaparte si fosse vestito a caso. Al mattino, e non è civetteria, ma accortezza, egli si regola dai colori, dalle luci della giornata. Se gli uomini, come sanno fare, d’istinto, le donne, avessero il buon senso di vestirsi a seconda del tempo, si eviterebbero molte stonature. È un nulla, forse. Ma è giusto quel nulla il primo indice di eleganza. Malaparte ha gentilezza spontanea, affettuosa con chi gli sia amico. Non è convenzionale, non è retorico, non è artificioso: è aperto come il suo animo. Si fa ragazzo, quasi. «Sono venuto» gli dissi, quando fummo seduti, l’uno dirimpetto l’altro, nella chiara stanza da soggiorno, «per una sorta d’intervista inconsueta, a lei».

 

Lo scrittore in Africa orientale nel 1938 indossa una giacca principe di Galles a tre bottoni.

 

(Io uso il «lei» con Malaparte, pur s’egli, invece, mi dia del «tu». Gli voglio bene, lo ammiro. Ma c’è, in me, verso lui, chiaro rispetto, com’era consuetudine, un tempo, anche tra coetanei, verso i maggiori. Curzio Malaparte è uomo celebre. Io, sono un cronista oscuro. La mia cordiale deferenza nulla toglie alla nostra affettuosità reciproca. Ma mi piace considerarlo i mille metri al disopra di me). Malaparte è, in realtà, uomo di schietta modestia. Ha in uggia le interviste, anche se, per compitezza, le sopporta. Ma non sono di suo gradimento, perché non ama porsi sul piedestallo. Il contentarmi, questa volta, sarebbe stata prova di amicizia. Interrogandolo sui suoi gusti in fatto di moda maschile volli sapere da lui cosa pensasse di certe eccentricità (vere e proprie intemperanze) che di recente hanno fatto la loro apparizione in alcune «sfilate» di modelli. È da notare che Malaparte non si interessa in modo specifico di queste cose, ma sembra che mille cherubini lo informino, messaggeri segreti, su tutte le novità del giorno. Sa sempre tutto, di tutti. Lo trovai informatissimo. «Ogni eccesso è da biasimarsi, come ogni ambiguità. Io giudico che si debba stabilire una precisa differenza tra moda maschile e moda femminile.

 

Sopra, Curzio Malaparte lavora alla sua macchina per scrivere negli anni 50: impeccabile come sempre, ha abbinato un papillon di seta a una giacca grigia di vigogna, tra i suoi tessuti preferiti. Per scegliere i colori giusti la mattina, si affidava alle luci della giornata e alle sue sfumature cromatiche. Nella foto accanto, da sinistra, Vittorio De Sica, Jean Cocteau e Malaparte a Parigi nel 1951.

 

 

La donna ha sempre seguito la moda, anche se eccessiva. L’uomo non può fare altrettanto, non deve. L’uomo deve rimanere fedele alla sua virilità, il che impone una moda seria, maschia, virile. Io metto in collegamento certi eccessi con l’invasione dei pederasti». Poiché io scrivevo parola per parola, Malaparte scandì con più chiarezza: «Bisogna virilizzare la moda maschile. Essa deve essere virile in ogni sua manifestazione. Non si può indulgere su certune forme di decadenza. E anche gli indossatori debbono essere virili. Si ha paura? Ma anche le paure rendono l’uomo pederasta. La moda americana cos’è se non la concessione della massa ad un gusto decadentistico? La moda inglese è molto più seria. La civiltà borghese sta andando a pezzi per questa tendenza a svirilizzare tutto. Vuoi un esempio? A teatro tutto è “soffiato”. Le attrici, gli attori non recitano: soffiano. A Milano, una sera, il pubblico è esploso in urla, perché gli attori soffiavano. Il mio giudizio è questo: l’eleganza maschile deve porre in evidenza la virilità dell’uomo!».

 

Qui sopra, una foto del 1939 che ritrae lo scrittore ad Asmara (Eritrea) durante un viaggio come inviato per il «Corriere della Sera».

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