Dall’alto di Palermo

D al sesto piano di un signorile palazzo in un quartiere residenziale, Ina Flammia domina la città e realizza da 70 anni camicie su misura all’insegna del suo cavallo di battaglia: il collo fatto a mano

Immaginate il rumore del battere delle macchine da cucito, gli sbuffi dei martinetti idraulici, lo scorrere incessante della catena di montaggio. Pensate alle tante mani operose che impacchettano camicie tutte uguali, in serie lungo linee perfette. Ora fermatevi e girate la clessidra in orizzontale e lì lasciatela per un po’ sospesa, giusto il tempo che serve per entrare con garbo in un altro mondo, quello dell’atelier di Ina Flammia: qui potete osservare il sapore di un’epoca che fu, con la sarta che accompagna la solitudine dei suoi gesti perpetui alle voci d’una radio démodé, sottofondo per azioni imparate da lontano e che nella sua somma confezionano quello che è il capo più a contatto con la pelle di un uomo: la camicia.

Ina è una donna caparbia ed elegante, custode gelosa del suo sapere, tant’è che lavora da sempre da sola ed esclusivamente su misura: nel piccolo laboratorio di casa, invaso dalla luce di Sicilia, cura per tutte le camicie ogni singolo passaggio (tranne le sigle, che appalta a una ricamatrice esterna). Persona riservata, che non ha però timore di rivelare la sua età di quasi 85 anni portati splendidamente, 70 dei quali di lavoro ininterrotto, tra un centimetro giallo con infinite misure e milioni d’impunture con ago e filo. Realizza capi per clienti esigenti: con alcuni di loro, prendendogli le misure nel loro crescere e decrescere (è la vita), ha intrecciato rapporti generazionali, vestendo in taluni casi dal nonno al nipote e inscenando vere e proprie sessioni di misura famigliare in un’unica dedicata prova.

Questa è la microrealtà racchiusa nelle mani di Ina, la sua scintillante passione per un lavoro, ahinoi, in via d’estinzione, ma che proviamo piacere raccontare a chi sa e a chi vuole apprendere, ritagliandosi il tempo, scegliere e comprare, dedicandosi capi come fossero una seconda pelle, frutto di relazioni dirette con maestri d’arte. Comprare è quindi spendere e può declinarsi in due generiche accezioni, opposte tra loro per approccio filosofico: consumare o scegliere. La prima nasce spesso da un moto istintivo, veloce, si limita a soddisfare il necessario, che se riferito all’abbigliamento vuol dire: coprirsi. Ma a volte, specialmente se l’ordine avviene via Internet, si compra solo l’idea del «su misura», si compra un’illusione sartoriale seguendo i passi di piattaforme «bespoke 2.0».

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