Dicembre 2020 – Editoriale e Controeditoriale

Dic 21 2020

Un dipinto in bicromia dai toni caldi, dove il freddo del magenta si fonde con il calore del giallo,
creato per Arbiter dall’artista Alberto Montorfano. Così nasce la copertina di dicembre. Un’immagine
rosso fuoco che ho voluto dedicare al Sommo Poeta, Durante di Alighiero, detto Dante, l’italiano più celebre e tradotto al mondo. Lo scrittore che ha saputo tradurre in poesia la scienza universale. Non è semplice parlar di Lui in uno spazio così ristretto come questo: artista sublime, immenso, elegante e cortese cavaliere, un Arbiter elegantiarum del ’300 fiorentino. Rende banale ogni tentativo di ricordarlo, anche ora, nell’anno delle celebrazioni per il 700esimo della sua morte. Un Poeta oggi più che mai contemporaneo, che ha ispirato nei secoli pittori, scrittori e registi alla ricerca di un rinnovato umanesimo. Perché Dante vive in ogni uomo. Una copertina rossa come la veste scarlatta vescovile di San Niccolò che il poeta evoca quando descrive il loro incontro, in compagnia di Virgilio, nel XX canto del Purgatorio. Una narrazione che sin da piccolo mi ha sempre affascinato.
Una storia antichissima sull’unico vero Babbo Natale e sull’usanza di scambiarsi i doni nei giorni del solstizio d’inverno. Era un augurio di prosperità, si scambiavano e regalavano doni di ogni tipo. Era
la famosa «stre¯na», così chiamavano i latini i regali di buon augurio. Tutto ha inizio nell’antica Roma nei giorni in cui si celebravano i Saturnali, un ciclo di festività della religione romana, durante l’epoca imperiale:
si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, periodo stabilito da Tito Flavio Domiziano. La tradizione pagana dello scambio dei doni rimase, anche quando attorno al 325 i Romani cominciarono a festeggiare il 25 dicembre, la data della nascita di Gesù. Con il passare dei secoli, i portatori dei doni vennero poi identificati in vari personaggi: i Re Magi,
la befana, Santa Lucia e persino… Gesù Bambino! Dante Alighieri si trova con Virgilio nella V cornice del Purgatorio, dove all’interno espiano le anime degli avari e dei prodighi. Il poeta ascolta le anime ricordare esempi di povertà e una la proverbiale liberalità di San Niccòlo. Il santo, raffigurato con tre palle d’oro, o sfere, in mano, è celebrato
proprio ora, in dicembre. Nel XX canto del Purgatorio, nei versi 31/33, il poeta scrive: «Esso parlava ancor de la larghezza / che fece Niccolò a le pulcelle / per condurre ad onor lor giovinezza ». Si racconta che il Santo venne a sapere che tre figlie di una buona famiglia, caduta ahimè in disgrazia, furono costrette dal padre a prostituirsi. San Niccolò decise di aiutare le giovani malcapitate, così per tre notti consecutive lanciò di nascosto dalla finestra tre palle d’oro, oro prezioso che avrebbe costituito la dote delle tre «pulcelle ». L’ultima notte trovò la finestra sbarrata, non si perse d’animo, si arrampicò sul tetto e gettò l’ultima palla d’oro attraverso il camino, salvandole e offrendo alle tre pulcelle una vita onorevole. Una copertina rossa come l’Inferno delle tavole di Renato Guttuso. Calda
come l’amore per Beatrice. Rossa come il fuoco che arde da sempre in me per le cose belle, per la gioia di vivere, di conoscere, di sapere e di far sapere. Rossa come la voglia di vivere anche in questo tragico e pessimo anno il nostro Natale, all’insegna di meno ma meglio. In pochi, in famiglia, ma viverlo intimamente nel rispetto della tradizione
italica che da secoli unisce e aggrega il mondo cristiano attorno alla nascita di un bambino di nome Gesù.
Rossa e oro come le nostre tavole, addobbate per celebrare il sapere e i sapori d’Italia. Rossa come il demonio della Divina Commedia che racconta nel suo ultimo libro Pupi Avati, ultimo Maestro della cinematografia italiana. L’abbiamo incontrato per farci spiegare perché Dante sia ancora contemporaneo. Perché Vittorio Gassman e Roberto Benigni non sono mai andati oltre, nelle viscere, come fece Carmelo Bene. Perché tutti si sono occupati della sua
Somma opera, la Divina Commedia, ma mai nessuno della sua vita. Il suo film sarà sull’uomo Dante: dolcissimo ma sconfitto, esiliato ma affettuoso, mite ma polemico. Uno scrittore che non finisce mai di dire ciò che ha da dire. Come scriveva Italo Calvino: «La sua forza fu, all’epoca, quella di fare dell’Inferno una sorta di denuncia. Anticipò,
anche in questo caso, le inchieste giornalistiche. Mi verrebbe voglia di dire che inventò, lui per primo, il modo di fare cronaca. E lo fece attraverso una lingua talmente potente da diventare quella italiana».
Una copertina rosso fuoco, come il rogo dove brucerebbe questa società spregiudicata, che si nutre del nulla, di vanità, tutta omologata verso il basso, priva di valori, di amore verso il prossimo. E allora tutti giù in basso, giù verso gl’inferi: «S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo», scrisse l’Angiolieri. La mente inevitabilmente corre al XXVI canto, dell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, nei Canti di Ulisse, dove Virgilio spiega a Dante perché le due anime che incontrano, quelle degli eroi Ulisse e Diomede, sono avvolte nella stessa fiamma. Perché entrambi
idearono il cavallo di Troia, uno degli inganni più grandi della storia, ma non solo, condanna altresì l’eroe acheo di aver oltrepassato i limiti imposti alla natura umana rappresentati dalle colonne d’Ercole. In questi mesi siamo in uno tsunami ben oltre le colonne d’Ercole.
Siamo tutti nella decima bolgia. Il primo ministro Giuseppe Conte e il suo governo, composto di onesti, ma di arroganti incapaci, non sono citati nel Paradiso. Di certo il Sommo Poeta li incontrerebbe al IX cerchio, nel lago Cocito, immersi nel Flegetonte, fiume in cui sono imprigionati i traditori. Nel frattempo stanno mettendoci loro al rogo, tramutando il Bel Paese in un Paese infernale, invivibile. Ecco perché dobbiamo avere la forza e il coraggio di reagire e andare oltre. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Ricordiamoci chi siamo e come potremmo ritornare! La notte di Natale fermatevi un momento, uscite, guardate in alto, osservate il cielo intenso verso sud-est, verso Betlemme, un magico tappeto blu cobalto; dove vedrete splendere la Cometa, tra mille stelle, là, oltre Dante Alighieri, si nasconde l’enigma dell’uomo.

Controeditoriale

Chi segue Arbiter sa e conosce le mie passioni, la subacquea, i motori, le auto e, soprattutto, le competizioni
automobilistiche. Così, lunedì 19 ottobre, come previsto e fissato da tempo, vado a Castel San Pietro, sulle colline che dominano Imola, per provare la bellissima Dallara Stradale: 400 cavalli per 855 chilogrammi, perfetta per il mio modo di guidare, di concepire il rapporto uomo/auto, il rapporto peso/potenza, il rapporto abilità/incoscienza. Ma oggi tutto questo non è più un valore aggiunto, oggi fanno macchine che anche uno scimpanzé potrebbe condurre. Come un bambino che deve andare a giocare, mi regolo la sveglia per le 06:30, barba, doccia, ma sento che il mio motore non gira come dovrebbe, ha le temperature un filo alte.
Prendo un caffè, una Tachipirina e via verso l’autostrada, direzione Bologna. Sono in anticipo, mi fermo in un autogrill. Dentro, una bolgia, sembra di essere ai cancelli di Monza il giorno del Gran premio. Stringo al naso la mia Ffp2, faccio con cura e attenzione la fila, con qualche difficoltà, difendendomi da soggetti modello cavallette riesco a destreggiarmi e ordinare un cappuccino. Dopo di che, ne approfitto e mi dirigo verso la toilette per fare un «pit-stop»: peggio che peggio, preferisco non buttarmi nella mischia, rinuncio. Riprendo l’autostrada e mentre guido
rifletto: «Ma quei geni di Roma hanno chiuso tutto, ma non hanno regolamentato questi punti di sosta e ristoro? È come entrare al supermercato del Covid, senza sconto, è tutto tuo, e gratis! Complimenti!».
Arrivato a destinazione mi sento meglio, sarà perché ho visto la gialla Dallara e l’adrenalina ha preso il posto del malessere, e forse perché ho ritrovato vecchi amici: Stefano Scatà, con lui collaboriamo sin da Gente Viaggi, era il 1980; Gianmaria Cesari, che ci ospita nella tenuta e proverà con me la vettura; Marco Tonelli, che proverà
per Spirito diVino i vini della cantina di Gianmaria. Salgo, sistemo la pedaliera, trovo la posizione ideale per incrociare e controsterzare, verifico la corsa del cambio manuale, accendo e via, tra le suggestive, impegnative
e tortuose strade delle colline, tra emozionanti calanchi e sconfinate vigne. Regolo assetto intermedio, terza, quarta, e per alcune manciate di metri, quinta, punta-tacco, scalata rapida quinta-terza-seconda, traiettoria
pulita e giù il piede in uscita per sentire gli zoccoli dei 400 cavalli mordere lo sconnesso asfalto. Che bellezza! Forse questa sarebbe stata la mia vera professione!? Forse, chissà. Sarà per la prossima vita. Alla fine ero un filo provato, con poco fiato, sudato. Scendo dalla Dallara, mi tolgo il giubbino e mi faccio accarezzare dall’aria fresca dell’autunno di Romagna. Poi mi viene freddo, mi ricopro. Verso le 15:00 saluto tutti, ringrazio il giovane (e bravo) collaudatore, prendo la strada verso Milano. Mentre guido sento che qualcosa continua a non quadrare, a non tornare. Non va. Ciononostante, tra Modena e Milano, riesco pure a prendermi una multa per eccesso di velocità: 140 km/h. Che palle! Evviva la Germania! Come uno zombi arrivo comunque a casa, tremo, la temperatura, anche al minimo, è alta, il termometro mi indica 38,4 °C. Spengo il motore, mi metto tranquillo in poltrona a leggere e rispondere alle centinaia di mail e vedere i servizi preparati oggi dalla redazione. Ho freddo. Continua a non girare. Una bella pastina, una Tachipirina e filo di volata a cuccia. Notte calda, la temperatura non scende, la mattina di martedì
20 mi sveglio che sono uno straccetto, infreddolito, raffreddato. Credo e penso di essermi preso un bel raffreddore guidando su e giù dalla macchina e dalle colline romagnole. Decido, come altre migliaia di volte, che la Tachipirina non è sufficiente, prendo l’ipercollaudato Augmentin. Passa il giorno, la notte, arriva un altro giorno, ma la temperatura non scende, anzi, continua a salire, chiamo il medico di base, nulla, non risponde. Ormai siamo a mercoledì 21 ottobre, decido con mia moglie che è meglio andare oltre e fare al volo un tampone. Già, un tampone,
detto niente, un semplice esame da fare a casa, visto che la febbre ormai era salita ben oltre i 39 °C. Tento di richiamare il medico di base: nulla. Mandiamo una mail: nulla. Per la cronaca, va detto che, avendo (per fortuna mia) sempre goduto di buona salute, erano 16 anni che non chiamavo il medico di base, che peraltro mi era stato assegnato da poche settimane e dunque nemmeno conoscevo. Rimane in ogni caso un’impresa ardua, è più facile chiamare il papa. Purtroppo anche a Milano, nella famosa e blasonata regione Lombardia, la sanità ha fatto cilecca.
Trascorsi due giorni, riusciamo finalmente a trovare un infermiere mandato da una struttura privata di Monza. Il nuovo problema è che a Milano è impossibile avere i risultati prima di tre-quattro giorni, mentre se mandassimo il tampone in un laboratorio dell’Aquila (dove lavorano anche nei giorni festivi), mi garantiscono i risultati in unodue
giorni. Optiamo per Monza e L’Aquila (a pagamento). Siamo all’ottavo giorno di febbre, fissa, mai al di sotto dei 38,8 °C. Verso sera, finalmente, arrivano via mail dal laboratorio i risultati: positivo, sia io sia mia moglie. Per prima cosa faccio un giro di telefonate: avviso gli amici che erano con me a Castel San Pietro, quindi Enzo Rizzo, il mio vice, e Valentina Ceriani, il caporedattore, per chiudere la redazione, sottoporre tutti al tampone,
due volte in dieci giorni (a pagamento), ordinare una sanificazione (a pagamento), provvedere all’organizzazione delle chiusure, della stampa e distribuzione dei giornali, che di conseguenza saranno in edicola in ritardo e, purtroppo, come nel caso di Kairós, saltate. Piange il cuore… Come mi si spezza nel mandare fuori casa, dall’amica Laura, il mio amato Baloon, del resto la gestione del fedele amico a quattro zampe sarebbe stata impossibile
per noi. D’altra parte mi rendo conto che sto sempre peggio, la febbre continua a salire, la Tachipirina non basta più. Ma il peggio è che prendo coscienza che non posso fidarmi delle strutture della Regione, dello Stato. Ho perso solo del grande e prezioso tempo, chili e capelli, lasciando spazio al virus di dilagare. Chiamiamo due amici professionisti
della medicina meneghina, per chiedere cosa fare. Bruno Restelli del Cdi, che mi manda a casa al volo un infermiere per un prelievo (a pagamento), e Alberto Testori dell’Humanitas, che ci dà alcune precise indicazioni.

Nel frattempo siamo al nono giorno, la situazione sta per sfuggirmi di mano. Il mio cruscotto è un lampeggiare di spie rosse, quelle di pericolo; la pressione e la febbre continuano a salire verso il fuorigiri, in zona rossa; il  aturimetro che mi azzanna l’indice lampeggia e suona come un albero di Natale ogni qual volta scende sotto il valore di 93, ma quel numero resta un sogno perché da due giorni e due notti la saturazione dell’ossigeno è sempre sotto il livello del 93%, oscilla costantemente tra 91 e 88! È come quando bruci la guarnizione della testata. Sembra che mi stia smontando, sono a pezzi, come se mi fosse passato sopra uno schiacciasassi. Il primo a leggere gli esiti (catastrofici!) degli esami e allarmarsi è Bruno, che consiglia subito a mia moglie di farmi ricoverare: «Con questi esami ti ricoverano al volo, è da casco!». Un filo più ottimista, ma dello stesso parere, Alberto: «Vediamo le prossime 24/36 ore». Sono tutti molto preoccupati, non lo dicono, lo leggo chiaramente negli occhi di Antonella, colgo, oltra
alla sofferenza fisica, i suoi dubbi, la sua paura, il suo amore. Cerco allora di sdrammatizzare, di darle serenità, di darle coraggio parlando solo del futuro. Sono sereno, tranquillo, conscio del rischio che prendiamo con la scelta: non mi ricovero, resto qui e combattiamo insieme tra le quattro mura di casa. Circondati dalla bellezza delle cose che ci piacciono, che ci siamo scelti, cose e oggetti che mi gratificano ogni volta che le guardo, che mi fanno sentire bene:
i libri, i quadri, i mobili, la mia cabina armadio, la nostra casa. Non voglio farmi raccomandare per andare in
un «ospedale amico» modello Italietta, né voglio chiamare il 118 per farmi ricoverare chissà dove, magari in luoghi sempre più intasati e saturi di ricoveri. No, grazie, MI CURO A CASA MIA. Sono giorni difficili e pesanti. Ma non mi sono mai fatto prendere dal panico, anche quando l’ossigeno scarseggiava. Sembra quando arrivi in prossimità di una curva, freni ma in staccata il pedale va giù a fondo corsa senza frenare. Oppure quando sei a meno 42
metri, in una bella immersione: improvvisamente, senza alcun preavviso, la guarnizione della maschera si rompe e il vetro salta fuori sede scivolando giù, nel profondo blu. Situazioni difficili, ma non impossibili: MAI farsi catturare dall’affanno e dal panico, avere massimo controllo di sé e disciplina. Una regola di vita. La paura può anche arrivare, certo, è naturale, ma dopo. È così che, con ferrea disciplina, ho gestito quelle 48 ore. Cercando di fare un minimo di imperventilazione, di mandare quella poca aria che riuscivo a immagazzinare giù nei polmoni, sempre più giù. Cercando di utilizzare l’aria che ristagna e poggia sul diaframma, espirando poi piano, premendo dolcemente il ventre, aiutandomi con le mani, godendomi quella poca aria come fosse una bombola di inebriante ossigeno. Ho pensato anche di rispolverare il mio vecchio respiratore Aro, peccato che da anni l’abbia abbandonato, il sacco contro-polmone tagliato e il bombolino dell’ossigeno non verificato. Peccato, adesso sarebbe utile. Penso che, sinceramente, mi sarebbe seccato prendermi una embolia sotto le coperte dopo aver fatto 2mila immersioni sott’acqua! Contemporaneamente, in quei giorni, l’amico Gian Riccardo, il Marini, suggerisce a mia moglie il buon Cristiano Pieri, un dottore specializzato in malattie dell’apparato respiratorio, del fegato e della reumatologia. Che, senza ma e senza se, si prende immediatamente cura di me e Antonella (a pagamento). Letti con attenzione gli esami, ci prescrive immediatamente la sua ricetta d’attacco: Deltacortene, Clexane, Azitromicina (poi Ciproxin), Plaquenil
e Lucen più varie vitamine a sostegno (nella foto). Nel frattempo, rapido come un fuorigiri, arriva l’undicesimo
giorno. Sono sempre più a pezzi, ma non voglio darla vinta al virus. Contrattacco con la vecchia e sana disciplina:
sveglia alle ore 07:00, barba, doccia, capelli e vestirsi come se dovessi andare in redazione.
Uno sforzo disumano! È come lavare un pullman con un secchio d’acqua e una spugna per poi asciugarlo con una pelle di daino. Solo l’undicesimo e il dodicesimo giorno resto in branda. Solo, si fa per dire: mi sento in stato comatoso e ammetto di lavarmi come fanno i gatti, ma non ce la faccio a fare diversamente come nei giorni scorsi in
cui sono stato me stesso. Nel frattempo, le televisioni intervistano tutti: virologi, scienziati, ricercatori. Tutti dicono
tutto e il contrario di tutto. Un vero casino. La verità è che poco sanno, quello che dicono è per mantenere una posizione di rilievo nel loro contesto professionale. Ma quante marchette hanno fatto quest’anno? Mi piacerebbe fare i conti in tasca e sapere al centesimo quanto è costato un paziente agli ospedali tra febbraio e maggio, quanto è costato tra ottobre e novembre e quanto sono costato io! Trovare nella battaglia uno come Pieri è un po’ come quando in guerra prendi una fucilata, cadi a terra ferito e non sai cosa ti accadrà, poi ecco un militare con al braccio una fascia bianca e una croce rossa stampata sopra: ti sembra l’angelo della salvezza.
All’ospedale da campo, poi, trovi la crocerossina, un altro angelo: mia moglie. Così, giorno dopo giorno, per 35 giorni, Pieri si prende cura di noi: alle 07:00, alle 13:00 e alle 19:30 vuole da me e Antonella un rapporto
dettagliato della temperatura, della pressione, della saturazione dell’ossigeno e un’analisi dettagliata della giornata, di come stiamo rispetto al giorno prima, di quali malesseri abbiamo in genere accusato.

Le medicine, dopo 48 ore, cominciano a fare effetto. Lunedì 2 novembre, esattamente 14 giorni dopo, la febbre comincia finalmente ad abbandonarmi. E allora via, subito nuovi esami del sangue, grazie all’efficienza del Centro diagnostico italiano: in mezza giornata vengono a casa. Lunedì 9 novembre si ripete con tampone, sangue e test sierologico (a pagamento). Per l’esame del sangue, nessun problema: alle 08:30 del mattino l’infermiere del Cdi suona alla porta. Per il tampone, invece, ecco il bello della diretta: chiamo il medico di base, che mi richiama dopo mezza giornata, prendiamo accordi per fare un tampone ma sul finire della conversazione capisco che non mi ha capito o forse ho capito male io. Il dottore mi comunica che dobbiamo andare alla tal ora in un laboratorio convenzionato. Ma come «dobbiamo andare»? E se sono ancora positivo, vado tra la gente in coda? E poi, ammesso che fossimo negativi, andiamo in coda in mezzo alla gente, tra positivi e negativi? Tutto questo è contro il buon
senso, è demenziale. Gli chiedo allora di mandarci a casa un infermiere.
Risposta negativa: «Impossibile, dovete andare voi, questo prevede il protocollo». Bel protocollo del c…avolo! Io e Antonella ci mettiamo allora alla ricerca di qualcuno che venga a casa per il tampone: Milano? Zero! Tutto come al primo giro. Una vergogna! Dopo 15 telefonate inutili, troviamo assistenza e conforto presso la clinica San Martino
di Malgrate (Lecco!). Martedì 10 novembre vengono per il tampone (a pagamento); mercoledì 12, al mattino, mi comunicano l’esito: negativo, così come aveva indicato pochi giorni prima il sierologico.
La battaglia sembra finita, ma non è così, molti sono gli strascichi che il Covid ti lascia in dote. Ho potuto constatarlo dai referti della Tac, delle varie ecografie, spirometrie e da esami più approfonditi, che rifarò a gennaio (a pagamento). Dopo 45 giorni a casa io e Antonella siamo finalmente tornati a lavorare, 45 giorni a casa non li
avevo mai fatti in vita mia, nemmeno di ferie, oppure sì, certo, ma avevo 13 anni e frequentavo ancora le scuole medie. Questa esperienza mi ha segnato e insegnato molto, mi ha fatto altresì riflettere sui buchi della
Sanità e dell’organizzazione sanitaria della mia regione, la Lombardia.
Ancor peggio le voragini del ministero della Salute e di questo governo di scappati di casa. Ma un cittadino che viene catturato da questo infame virus deve fare tutto da autodidatta o avrà il diritto a essere informato e a essere curato senza pagare supplementi? Ma non dai telegiornali e dai giornali (quelli fanno un altro mestiere), dal governo! Anziché perdere tempo a scrivere il suo inutile libro, quel genio del ministro Roberto Speranza aveva il dovere e l’obbligo nei confronti di noi cittadini italiani di controllare che il suo ministero realizzasse e distribuisse,
prima dell’estate, un vademecum, un manuale cartaceo tascabile e online contenente informazioni, istruzioni, nozioni di base e comportamenti a cui scrupolosamente attenersi in caso di positività al Covid-
19. Un Abc dell’urbanità da seguire in modo da sapere che cosa fare, chi chiamare, come comportarsi. Per esempio: risulti positivo, sei ovviamente preoccupato, febbricitante o, peggio, stai bene e non hai alcun sintomo, che cosa faccio? Allora, vediamo: avviso l’azienda per cui lavoro.
Facile, anche uno scimpanzé lo farebbe. Poi, chiamo e avviso l’Ats. Sì, ma al telefono? E i numeri? Via mail? E gli indirizzi? Poi, devo avvisare l’amministratore del condominio? Sì? No? Perché? E la legge sulla privacy? Dopo di che, metti per esempio che viviamo in una casa da 75 mq, siamo in due con due figli, dormiamo in due camere e abbiamo un solo bagno, come ci comportiamo? Quindi la mascherina, la mettiamo tutti e la teniamo tutto il giorno, anche la notte? E a tavola? Tutti insieme? Che cosa è conveniente mangiare e cosa evitare? E il pattume come
lo gestisco? Dove lo butto? Come? E ancora, gli indumenti? Come devo trattarli e gestirli? Infine, che farmaci conviene prendere per anticipare l’eventuale problema. E poi? E poi potrei andare avanti per dieci pagine…
Per dovere di cronaca, il medico di base non l’ho più sentito, della serie chissenefrega. Per contro, una signorina dell’Ats mi ha chiamato per sapere e «intervistarmi» su come stavo: le risultava la segnalazione a mio carico di un tampone positivo eseguito il 22 ottobre. È la mattina di mercoledì 25 novembre, le racconto in breve l’esperienza dicendole che avevo già fatto il secondo tampone ed ero negativo. Ma come, mi chiamano dopo più di un mese? Ma che organizzazione è questa? Fidarsi di questa gente è come camminare sulle saponette! Organizzazione da Terzo mondo. Ma è possibile che da giugno il governo non si sia organizzato? Ma chi non si aspettava un autunno catastrofico con una seconda ondata? Ci sono arrivato persino io, usando solo la zucca e il buon senso. Non è un caso che per Milano Su Misura sono stato irremovibile con i partner sulla data di svolgimento: 18-19 settembre, non oltre. Era scontato e palese, dopo un’estate da irresponsabili dove è stato dato il «rompete le righe», dalle discoteche alle spiagge (Sardegna, così come la Romagna, la Puglia ecc.) fino agli autogrill. È stata una bolgia unica. Bastava solo applicare il buon senso per capire, prevedere, anticipare e soprattutto organizzare le difese allo «Tsunami 2» del Covid-19 di ottobre. Ospedali, dottori, infermieri, laboratori, reparti militari della sanità andavano allertati
e organizzati sin da luglio, parallelamente alla logistica, agli approvvigionamenti di tamponi, mascherine, siringhe, camici e dispositivi di protezione per tutto il personale medico: mettersi a cercare 200 medici a novembre significa essere degli incapaci e degli sprovveduti. Così come andavano organizzate e regolamentate le scuole, i trasporti,
il lavoro. Invece, NIENTE, DI NIENTE, solo chiacchiere, arroganza e distintivo. Parole e parole per dire sempre le stesse cose, la distanza, il non assembrarsi, il lavarsi spesso le mani e la mascherina.
Quello ormai da maggio l’aveva capito anche il solito scimpanzé. Tutti che parlano e si gonfiano come dei pavoni dinanzi alle telecamere. Il Signor presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte, insieme a tutta la sua corte dei miracoli, Pd compreso (una vera delusione!), si sono dimostrati degli incompetenti. Da dieci mesi hanno trascinato e portato avanti questo governo di arroganti cicisbei, vestiti tutti da prima comunione, protetti e coperti dietro le enormi spalle della paura, dei morti, dell’incertezza, delle minacce, degli infiniti bollettini, dei continui editti e proclami dei patetici e incostituzionali Dpcm. Stanno ormai trascinando il Paese in un baratro senza ritorno. Caro Signor Conte, ha confuso la meritocrazia con la mediocrazia, questo non è il suo mestiere. Lei non è Lucio Quinzio Cincinnato, non è un faro per la nostra società, intendo quella sana, capace, fondata su sani principi e profondi valori. Raduni sull’aia la sua corte dei miracoli, prepari uno dei suoi bei proclami e consigli e convinca tutti loro a tornare all’aratro.
P.S. Basta raccontare la balla che la sanità funziona ed è per tutti! Se non avessi avuto due denari e amici, non avrei mai scritto tutto questo.

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