Editoriale

Come d’abitudine al mattino, più che al pomeriggio, mi fermo al bar per prendere un caffè o un cappuccino. Quando pago e mi danno il resto, prima di metterlo in tasca, scruto rapidamente il retro delle monete italiane da 20 centesimi, non per trovare degli eventuali difetti ed errori del conio, ma perché mi piace rivedere l’immagine della figura incisa dedicata all’opera Forme uniche della continuità nello spazio realizzata nel 1913 da Umberto Boccioni. Anche se in miniatura, a guardarla ogni volta trovo la stessa gratificazione. Quella scultura è la pietra miliare, il simbolo, il manifesto dei concetti cardine dell’espressione del futurismo. Da qualsiasi lato la osservi è tridimensionale, avanza con potenza e dinamismo, con movimenti costanti, lasciando luminose scie dettate dalla velocità. Emanando un’energia dirompente, sempre protratta alla conquista dello spazio, proiettata in avanti, alla ricerca e desiderio del nuovo. Un’opera rivoluzionaria. Su un tema caro a molti artisti del ’900, basti pensare all’Uomo che cammina di Auguste Rodin, o al Nudo che scende le scale (N°2) di Marcel Duchamp o Giacomo Balla con la Bambina che corre sul balcone. Così come a tutto il nucleo fondativo dei futuristi, partendo da Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Papini, Carlo Carrà, Aldo Palazzeschi: furono proprio loro a inizio ’900 a vedere e capire che nell’automobile si poteva trovare il fulcro per costruire una nuova cultura, un nuovo simbolo. Fecero e trasformarono il dinamismo e la velocità in opere d’arte. Filippo Tommaso Marinetti aveva ragione quando cent’anni fa accusava che i musei andavano stretti alle auto. Per contro, oggi, le strade sono diventate veri musei a cielo aperto, e i musei finalmente hanno dato spazio all’automobile come oggetto e fine della creatività artistica, come metafora e simbolo dell’esistenza e del progresso. Questo numero di Arbiter parte proprio da qui, da questo punto nello spazio. L’Auto è Arte.

Non è un caso che l’opera di Umberto Boccioni, ideata nel 1913, fusa in bronzo con patina d’oro, sia stata aggiudicata per 16 milioni di dollari all’asta di Christie’s a New York nel novembre del 2019. Così come non è per caso che lo scorso 4 aprile, all’asta organizzata per fini benefici sempre da Christie’s e sempre a New York, sia stata battuta a 475mila dollari una Bmw Serie 8 Gran Coupé, la The 8 X Jeff Koons. Opera unica, che avrete già potuto vedere in copertina, realizzata da Jeff Koons per Arbiter il 20 aprile a New York. L’artista ha cercato di perseguire quel minimalismo che John Baldessari realizzò nel novembre del 2016 quando presentò ad Art Basel Miami la Bmw M6 Gtlm, vettura che debuttò nel gennaio 2017 alla Rolex 24 Ore di Daytona. Non è un caso che l’opera realizzata da Koons sia la ventesima Art Car creata per Bmw, come l’opera Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni sui nostri 20 centesimi. Sono i valori dell’arte che da oltre 100 anni seguono la contemporaneità dell’auto. Venti artisti internazionali come Alexander Calder, César Manrique, Frank Stella, Ernst Fuchs, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Sandro Chia, chiamati a sbizzarrire la propria creatività e intelligenza, firmando una Bmw da collezione. Ogni Art Car è una riflessione sulla contemporaneità, è un oggetto che segna il tempo in cui è stata realizzata, non solo dal punto di vista artistico ma anche sociale e culturale. Esattamente come la mostra inaugurata l’8 aprile al Guggenheim di Bilbao: Motion. Autos, Art, Architecture. Esplora territori d’appartenenza unici, di un’opera figlia del ’900, espressione di velocità, di libertà e di indipendenza. Automobili per forma e stile tra le più belle, integrate alla perfezione in dieci gallerie da dipinti di Le Corbusier e Andy Warhol alle sculture di Constantin Brâncus¸i e Umberto Boccioni con la sua Forme uniche della continuità nello spazio padrona assoluta nella sezione Visionaries. Un appuntamento da non perdere, curata dal genio Norman Foster (molte delle vetture esposte appartengono alla sua collezione), che celebra le affinità dell’automobile con l’arte, l’architettura e il tempo.

Parlando di tempo, architettura, arte e auto, viene spontaneo e di riflesso aprire il cassetto dei ricordi per parlare di un Signore a me tanto caro: Luigi «Gino» Macaluso. Tutto quello che ho scritto nelle righe precedenti era parte del suo mondo, che conosceva, frequentava e con sapienza amava coniugare, parlare, vivere, creare. Le sue opere? La sua vita, i suoi orologi, la sua Maison, la Girard-Perregaux. Automobilismo, architettura, design, artigianato e orologeria. Tra propulsori, movimenti e pietre che sanno emozionare, per Gino la vera bellezza di un oggetto è la bellezza degli uomini che l’hanno costruita. Amava sottolineare: «L’orologio dà emozioni perché non è solo un prodotto estetico o tecnologico: è carico di valori simbolici legati alla nostra vita che passa. Anche le automobili danno emozioni, pur se diverse, attraverso le forme, le funzioni, il senso di libertà, le prestazioni. L’auto è legata al tempo attraverso la velocità». Come ci ricordava Jeff Koons: «Accetto ogni cosa tale quale è in quanto perfetta nel suo essere. Cercando di comunicare alla gente che qualsiasi cosa è una metafora di noi, che siamo circondati da oggetti e strumenti per aiutarci nelle situazioni che si creano nella vita, ma in verità quello che ci interessa non sono gli oggetti, bensì gli altri e noi stessi. Così alla fine quello che impariamo ad accettare veramente è il prossimo». Esercizio di cui oggi c’è un grande bisogno! Tutto ora torna: l’Auto è Arte, vero, ma è anche lezione di vita.

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