Editoriale

Ago 05 2022

Un paio di settimane fa ero con amici al nuovo ristorante DaV dei fratelli Cerea a Milano, in City Life. Ambiente moderno, bello, mi ricorda molto Hong Kong. Attorno tanta gente. Giovanissimi, giovani, quarantenni e belle donne. Essendo un curioso di natura e non facendomi mai gli affaracci miei, osservo, scruto, sentendo e vedendo solo ciò che m’interessa. In un tavolo vicino erano seduti otto giovani, quattro ragazze carine messe giù da corsa e quattro ragazzi, a vederli sicuramente benestanti. Seduti come dei cowboy, per fortuna senza stivali ma tutti senza calze. Pantalone, giacca, orologio, vino, piatto, tutto quello che li circondava coincideva con il colpo d’occhio: era costosissimo. Con circospezione, nel corso della serata, dopo la buona pizza al tonno tonnata, ho osservato il gruppo. I giovani intenti a pavoneggiarsi elogiando il marchio di un orologio da 35mila euro di «pinco», l’altro un segnatempo di «pallo» da 65mila, una scarpa da 5.500 euro di «tizio» e una maglietta di «caio» da 4.500 euro. Tutta moda, nulla di fatto a mano e su misura. Le ragazze, nel frattempo, concentrate, assenti e immerse nei loro iPhone. Dopo aver gustato i gamberi croccanti ho dato un’altra occhiata al gruppo. Le ragazze ferme, immobili come prima, inchiodate ancora sull’iPhone, i giovanotti questa volta parlavano, per farsi sentire, di abiti su misura. Cavolo, questo sì che è un bel coup de théâtre. Ho finto di andare a vedere se avesse smesso di piovere, poco prima si era scatenato un diluvio, tutt’orecchi passando accanto al loro tavolo. Ognuno stava elogiando a gran voce il suo sarto (!): «Bravissimo. Devi vedere che roba! Un taglio pazzesco. Guarda, costa… ma è fantastico». Ogni commento era preceduto dal prezzo del capo e dal nome dell’azienda. Demoralizzante sentire tanta ignoranza diffondersi nello spazio gratuitamente. Mi rendo conto che molte aziende nazionali e internazionali millantano di fare prodotti «su misura», «sartoriali», «artigianali», dall’abito alle scarpe, comunicandolo, scrivendolo e pubblicizzandolo, peccato che in molti casi sia solo uno specchio per le allodole per ingannare il prossimo. In compenso le cifre che si dicevano e ho sentito sono prezzi importanti da grande sarto. Con la stessa cifra dal mio sarto mi facevo tre abiti su misura, scegliendomi il tessuto, la fodera, i bottoni e la foggia.

Ma questi giovani dove vivono? Certo che non impareranno più a nuotare! Del resto s’informano sul tam-tam del web, dei social dove ormai tutti parlano e giudicano, anche gli asini. Ma le calze mi sono cadute dal ginocchio sino alle caviglie quando uscendo sono passati dinnanzi, in passerella, un défilé di soldatini, tutti con la stessa costosa divisa. Per fortuna mi era arrivato un buon Porto invecchiato da centellinare. La voglia era quella di alzarmi, inseguirli, presentarmi, dargli il biglietto da visita e invitarli a Milano Su Misura, ma ho visto che erano troppo felici e tronfi di essere una squadra, con le loro insegne, fregi, striscioni uguali. Mah, contenti loro, contenti tutti. Del resto, perché stupirsi? Se nessuno sin da piccoli spiega loro, in famiglia, le buone maniere, cosa vuol dire eleganza, educazione, urbanità, bellezza, cosa pretendiamo? La battaglia in corso per distruggere la famiglia ha coinciso con la battaglia per abbattere i valori dell’istruzione, provocando un degrado generale, oggi più che mai evidente e che ha effetti nefasti sul nostro Sistema Paese, sul sociale e, inevitabilmente, sulle nostre capacità produttive. Per invertire queste tendenze catastrofiche è necessario ricostruire la sacralità della famiglia e il contesto scolastico, cominciando proprio dai comportamenti. Altrimenti, come vediamo quotidianamente, crescendo scimmiottano i «nobili» esempi di gente famosa che vedono in pubblicità, in televisione, sui servizi marchetta dei rotocalchi, sui social che tendono a convincere e omologare tutto e tutti verso un pensiero unico, schiacciandoli verso il basso. Borghesi, poveri, ricchi, ingegneri, manager, operai, giornalisti come tanti minchioni a seguire la legge del marketing dettata dalle nazioni anglosassoni. Si vive così, ci si veste così, si mangia così, si lavora così e si ama solo così: in totale promiscuità. Di cosa stupirsi? Ciò cui assistiamo è la logica conseguenza.

Proprio in quei giorni leggevo due articoli sul Corriere della Sera. Il primo di Andrea Camurani che racconta l’inaccettabile e ingiustificata maleducazione e aggressività di giovani e giovanissimi in una discoteca di Varese denunciate dal titolare, un «vecchio» di ben 45 anni. Ma avete visto in qualche filmato o per strada come la maggior parte dei giovani si veste, parla e si comporta? Bestemmiano, insultano, sputano, bevono a canna per strada, gettano le bottiglie vuote dalla macchina, sempre più spregiudicati e maleducati. Quello che manca oggi sono gli esempi, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. L’altro è un articolo divertente ma avvilente di Fabrizio Roncone che racconta e mette in risalto attraverso alcuni esempi i calcoli, i miserabili ragionamenti e il modo di esprimersi coatto di alcuni deputati e senatori dei 5 Stelle il giorno dopo la caduta del Governo Draghi. Due su tutti, opera della senatrice Paola Taverna: «A bbelloooo! Nun so’ mica ‘na politica de professione, io». L’altro molto più legato alla professionalità: «Aho’ famo a capisse: io me ricandido, nun ce piove». Complimenti, bell’esempio. Ma questi politici che ci governano o dovrebbero, tranne qualche eccezione, li avete mai visti da vicino? Come si vestono, come stanno a tavola, come parlano? Eppure 60 anni fa, osservando l’abito e il portamento dei politici percepivi che una tenuta decorosa esprime serietà ed è doverosa per il singolo che decide per una moltitudine. Esempio per una vita verso l’alto. Che vale non per un vestito che si indossa, ma per i modi di portarlo, per la grandezza d’animo, l’educazione, la capacità di investire bene il proprio tempo, con armonia e semplicità. Valori che ci rendono più bella e piacevole l’esistenza e che fanno sentire l’uomo elegante libero di godere la vita come Honoré de Balzac. 

 

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