Editoriale

Dic 06 2023

Quando nell’aprile del 2015 decisi di far tornare in vita e in edicola Arbiter dopo 47 anni, fu esaltante ma non semplice. Esaltante perché finalmente potevo riprendere il discorso e il percorso interrotto nel 1983 in Rusconi. Perché finalmente potevo tornare a raccontare la vera storia dell’eleganza partendo dalle radici della cultura maschile. Era il 1927 quando Lui, la rivista per l’uomo italiano cominciò a tracciare le linee guida concentrandosi su argomenti come l’arte, l’architettura, la letteratura, lo sport, la tavola, il fumo, il viaggiare e il ben vestire. Arte di vivere e valori di cui l’Italia non era seconda a nessuna nazione al mondo. Allora si parlava solo di moda francese, inglese, americana, nessuno citava mai quella italiana. Dopo vari viaggi e incontri con capi di Stato europei tra il 1930 e il ’35, Benito Mussolini, indispettito dal riscontro, organizzò e radunò a Palazzo Torlonia a Roma la prima fiera della Drapperia Italiana. Invitò alla manifestazione tutte le aziende produttrici di tessuti, artisti, pittori, architetti e i migliori sarti d’Italia con un preciso fine e intento, come si legge dagli archivi del ’35 della rivista: «Una moda italiana non esiste. Crearla è possibile. Bisogna crearla», sentenziò il Duce. Fu così che i direttori dell’epoca, Gino Magnani e Mario Soresina, presero la decisione di cambiare logo e presentazione della rivista in Arbiter Elegantiarum, rivista di vita maschile. La locuzione fa riferimento ben preciso all’abbigliamento. Palese il richiamo a Publio Cornelio Tacito, che raccontò la storia e la vita dell’Impero Romano, nel corso del I e II secolo dopo Cristo. Raccontò la vita, le abitudini aristocratiche e la raffinatezza dei costumi del politico e scrittore Titus Petronius Niger. Tacito definisce infatti Petronio come «arbiter elegantiarum», appellativo insito in colui che stabiliva mode, etichette e metodi comportamentali. Arbiter prese spunto dal momento storico, la moda era allora sartoriale, cambiò il progetto editoriale con una precisa missione: portare nel mondo il verbo del pensiero Arbiter. Far capire con orgoglio chi siamo. Che sappiamo. Che siamo capaci di pensare, disegnare, creare e fare fantastici tessuti, bellissimi abiti, di grande emozione e qualità. Con l’aiuto del regime, e di tante aziende di drapperia e accessori, fecero un grande lavoro di posizionamento dei mestieri legati alle tre M: Mente, Mano e Materia. Partendo non dagli artigiani ma dagli artisti. Molte le indicazioni che pittori e architetti avevano suggerito, e che non sfuggirono ai direttori di Arbiter: introdussero e portarono l’arte e i giovani artisti nelle aziende di tessuti e nelle sartorie d’Italia. Bastava osservare i servizi di «moda» del giornale per capire. Funzionava così: i direttori sceglievano i nuovi tessuti prodotti dalle varie drapperie; convocavano due, quattro, sei, in certi numeri della rivista anche 12 artisti; raccontavano il genere di servizio che avrebbero voluto realizzare e spiegavano il tema, per esempio lo sci e la montagna; consegnavano quattro-sei campioni di tessuti scelti come guida per il servizio; approfondivano le tematiche suggerendo l’occasione, il luogo, il tipo di uomo, se giovane, sportivo o di mezza età; definivano i personaggi e lasciavano che la cultura, l’arte, lo stile, la tecnica dell’artista si esprimessero al meglio. Così per tutti i vari servizi e temi dedicati all’ufficio, all’ippodromo, a una cena di gala, in barca così come in banchina o in aereo. Spesso erano gli stessi artisti che venivano chiamati dalle aziende tessili per disegnare nuovi tessuti. Nascevano così centinaia di bellissime tavole pittoriche, che diventavano vere e proprie linee guida dello stile italiano. Pagine di cultura che fondevano l’arte con il tessuto, la capacità creativa con la tecnica di sarti illuminati che sapevano sapientemente interpretare tavole e dipinti. Una guida da cui prendevano spunto per ricavare abiti, giacche e pantaloni di vari tagli secondo il tessuto. Ognuno le interpretava a modo suo, rispetto alla sua preparazione e cultura, ricreando ognuno la sua personale foggia, il proprio taglio, spalla, manica, stile. Accostando tessuti e cromie differenti a seconda della latitudine e della longitudine della sartoria.

È un cosmo che non esiste più. Ho cercato e ricercato giovani artisti che sapessero creare figurini come opere d’arte. Ho fatto vari tentativi, ma nulla da fare. Da una parte, chi oggi dipinge manca della cultura dell’eleganza, del dettaglio, iperrealista, colto, raffinato, del sapere creare figurini di uomini di classe e stile nelle varie situazioni della vita. Tutto è abbozzato, indefinito, senza arte né parte. Dall’altra, le aziende di tessuti hanno in casa i loro «stilisti» più che artisti, ormai da tempo più impegnati a inventare tessuti tecnici piuttosto che tessuti belli, emozionanti e raffinati. Tranne qualche giovane fuoriclasse illuminato e i grandi maestri, gli altri sono tutti nati imparati… Se penso a Lucio Fontana, alla sua eleganza sartoriale e maniacale. È per questo che nel 2015, quando ripartì Arbiter, decisi di tralasciare l’operato dei miei predecessori e di commissionare e far realizzare la copertina a tanti nuovi giovani talenti, ma anche a grandi artisti contemporanei, italiani e internazionali, uomini e donne. Parto da un’idea giornalistica, mi confronto con amici esperti, Frangi, Gerosa, Fenaroli; scegliamo l’artista che meglio possa interpretare il pensiero e commissiono l’opera che diventerà la copertina del numero. Ogni copia è numerata progressivamente e firmata dall’artista e ogni storia di copertina è tradotta, per chiudere il cerchio, in latino. Con questo numero Arbiter giunge all’opera di copertina n. 101. È per questo che non demordo, sto convincendo qualche artista, azienda di tessuti e sarto a collaborare con Arbiter per ricercare il cosmo che c’è dentro noi, che ci lega e accomuna. Dopo tutto, la vita che cos’è se non un meraviglioso sogno a colori!

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