Editoriale

Gen 30 2023

Tutte le strade partono da Roma. Le mie partono sempre dall’alto di Milano. Vanno verso destinazioni diverse. Verso città uniche, splendidi punti di partenza per la nascita e la formazione della cultura italica. Città come laboratori d’arte, come biblioteche storiche. Strade che da nord a sud e da est a ovest percorrono, intersecano e delimitano un territorio formato da milioni di musei a cielo aperto. Una nazione unica al mondo. Da Ponza a Bergamo, da Brescia a Palermo. Città officine, dove da secoli si coltiva l’attitudine a trasformare le materie più semplici in somme eccellenze e raffinatezze. Rotte di alta qualità. Dal modo di vestire a quello di cibarsi, di bere, di essere e di vivere la vita quotidiana. È lo stile e l’eleganza dell’uomo italiano. Da Milano a Firenze, passando per Roma sino al cuore di questo numero, Napoli. Città che ho iniziato a conoscere fin dall’adolescenza. Negli anni ho imparato ad apprezzarla, frequentarla e poi ad amarla. Nel marzo del 2002 dedicai una copertina di Monsieur alla città associandola all’Avana, il titolo era esplicativo: HavaNapoli. Dedicai 22 pagine alla città per raccontare: «Loro, di Napoli».

Per secoli, sino al 1861, fu sede e capitale di un regno dove il sovrano parlava spesso in dialetto, oltre che in italiano e in latino. Amava passeggiare tra i suoi vicoli e vicarielli, attorniato dal popolo, assorbendone da una parte lo spirito e trasmettendogli dall’altra esempi di stile, eleganza e raffinatezza di corte. Napoli è tuttora una capitale: di cultura, di tradizione, di cortesia, di abiti, magistralmente tagliati e cuciti, e di delizie del palato. Gustare a tavola i piatti della tradizione della cucina napoletana è una gran bella esperienza. Non sono molte le città che possono competere con lei. Il servizio allora lo commissionai all’amico Giancarlo, l’avvocato Giancarlo Maresca. Cultore dell’eleganza maschile e del patrimonio storico e sociale partenopeo, ma non solo. Stretto collaboratore dal ’96, lo ritengo unico. La moda, lo stile e l’eleganza maschile li seguo professionalmente dall’80, ho letto libri, giornali, ma nessuno è come lui. Non è un caso che Maresca dal 2015 sia inserito nel tamburino di Arbiter come «Elegantiarum Sub Editor». È per me un’unità di misura culturale importante; dopo 27 anni, quando leggo articoli dedicati alla moda maschile, allo stile, all’eleganza su quotidiani, settimanali, blog mi viene da ridere/piangere, sembra di leggere Topolino, Braccio di Ferro e Tom e Jerry. Questi almeno sono divertenti e destinati a un lettore in target e consono, gli altri sono ridicoli, vuoti e spesso patetici da leggere. Le interviste e i servizi sono fatti soltanto per esaltare le aziende e i loro Chef Patron. Non c’è nulla da imparare. Nell’autunno del ’21 gli inviai una e-mail provocatoria, con allegate alcune immagini di vetrine di negozi da Merano a Torino, da Milano a Roma, che esponevano un cartello con scritto: «Giacca sartoriale napoletana. Scarpa napoletana. Camicia napoletana. Cravatta sette pieghe, vera napoletana»! Il commento alle immagini era lapidario: «Giancarlo, ormai tutta l’Italia copia e si è impadronita e arrogata del fatto a Napoli! Anche perché i giornali di moda maschile continuano a pubblicare servizi di abiti di palese confezione industriale, contrabbandandoli come sartoriali con tagli/design napoletani. La foggia questi devono ancora scoprirla. Attenzione però, il troppo storpia. Ci facciamo un articolo di denuncia?».

Maresca è andato ben oltre: con Damiano Annunziato, Raffaele Pagano, Ugo Cilento e 21 Maestri artigiani d’eccellenza ha creato l’associazione Le Mani di Napoli. L’artigianato napoletano è un immenso serbatoio di cultura e bellezza. Un patrimonio di conoscenze tecniche e stilistiche che da oltre un secolo viene tramandato nelle famiglie e nelle botteghe. Vedete, se andate a far visita in una sartoria milanese, torinese, romana o londinese, non troverete mai maestri e maestranze di quelle città, semmai vi capiterà, quasi sicuramente, di trovare un sarto che arriva da Napoli. Per contro, se andate in visita nei laboratori delle sartorie partenopee, vi accorgerete che i maestri e le maestranze sono esclusivamente composte da napoletani o campani. Questa è la vera forza di Napoli! Non è un caso che per la copertina di questo numero abbia chiesto come opera un grande murale. Brava la giovane artista Alessandra Carloni a interpretare il mio pensiero. Già vincitrice nel 2020 del premio Arbiter Fata Verde al SyArt di Sorrento, è riuscita in brevissimo tempo a realizzare l’opera. Immaginatela dipinta su una parete alta 20 metri di un palazzo dei quartieri spagnoli a Napoli. È un grande murale, dedicato ai Maestri artigiani e un omaggio alle cromie di questa città. Un’associazione di maestri dell’arte partenopea del fare e del saper fare è scesa in campo per difendere e tutelare questo patrimonio, favorendo la crescita di nuove Mani e valorizzando i prodotti e i produttori che ne rispettino gli elevati standard di ammissione. È stato quindi normale, un piacere e un dovere per Arbiter ospitare i Maestri delle Mani di Napoli alla lounge di Pitti a Firenze, per presentarli, farli conoscere e condividere con loro questa bella, nuova iniziativa. Un piacere vedere anche la partecipazione e l’interesse manifestato dai due sindaci, di Firenze Dario Nardella e di Napoli Gaetano Manfredi. È lo specchio dell’Italia. È un esempio per tutte le regioni, le province e le città. Tutte dovrebbero seguire l’esempio di Napoli. Perché tutto esiste, e c’è, da secoli. Basta scoprirlo, lucidarlo, aggregarsi e farlo sapere. Per capire di che cosa stiamo parlando e contestualizzarlo, è meglio ricordare che in Italia, secondo il Registro delle imprese, le sartorie sono 11.446, di cui 10.280 sono iscritte alle varie Camere di commercio. Il 70,5% dei sarti sono donne, il 10,3% giovani, il 36,8% stranieri. Di tutto il comparto, l’85,9% sono artigiani. La regione con maggiori sartorie è la Lombardia con 2.051, seguita dal Lazio con 1.261, dalla Campania con 1.174 e dal Piemonte con 1.088. Tra le città primeggia Roma con 1.011 laboratori, seguita da Milano con 953, Torino con 706 e Napoli con 640. Dopo tre anni di Milano Su Misura, e il 3° Trofeo Arbiter, tenere a battesimo le Mani di Napoli è stata una grande soddisfazione ed emozione.

In sei anni, con 91 numeri usciti in edicola, Arbiter ha dedicato a questo mondo dei Maestri artigiani, camiciai, sarti, calzolai e cravattai, oltre 2mila pagine di servizi redazionali. Senza contare quelli dell’inserto Mente Mano Materia, andremmo ben oltre. Organizzazione, viaggio, trasferta, fotografo, giornalista, carta, stampa e distribuzione vogliono dire, mal contati, un investimento di oltre 780mila euro per questi servizi pubblicati. Se aggiungiamo i costi generali per l’organizzazione di Milano Su Misura, più gli speciali cartacei a sostegno dell’evento, beh allora andiamo ben oltre il milione di euro. Non esiste un mensile maschile, al mondo, che dedichi così tanto spazio e faccia una simile ricerca e un investimento così importante sulla cultura del fatto a mano su misura in Italia. Esistono, per contro, mensili che inseguono e dettano le leggi a una società di subdolo dirigismo politico, sostenuto da poteri tecnoscientifici totalizzanti. Maschili come cataloghi, come newsletter delle varie cartelle stampa. Una vera Mecca del consumismo minchione ed esasperato. Alcuni tramutati come per incanto in vangeli e dizionari votati all’ideologizzazione del pensiero unico, del mondo Lgbt, del green o morte. Da un anno a questa parte molti di questi magazine sono implosi malgrado costino da 1,5 a 6 euro, e vendono, se va bene, la metà e anche meno di Arbiter. Allora la domanda è: perché hanno, rispetto a noi, il doppio, il triplo delle pagine di pubblicità? Secondo voi, perché? Oltretutto con rese sproporzionate alle copie realmente distribuite. Dove va finire la loro coerenza con il mondo green? Lo so io: va tutta al macero. Chi vende poco getta carta per il 95% del distribuito, chi va bene l’87%. Grandi divoratori di energia, di etica, di sostenibilità e di balle. Anche se poi con l’indice puntato come maestrini, sui loro giornali, accusano tutto il mondo di assassinare il pianeta. La verità, cari signori, è che la mafia, le bustarelle, pardon, le «over commission», le marchette del marketing gestite per lo più da chi ha deciso di seguire il pensiero fluido e unico non esistono solo a Campobello di Mazara, ma sono ormai da tempo ovunque. La nostra grande soddisfazione è aver creato, piaccia o non piaccia, un giornale classico, diverso da tutto il resto che si trova in edicola. Rifiuto il pensiero del giornale patinato omaggiato in albergo, al ristorante, nelle lounge. Tutto ciò che non ha prezzo non ha valore. Giornali di moda, belli o brutti, ce ne sono tanti, in tanti Paesi, ma giornali come Arbiter non esistono. È oggi il giornale con il target più alto, con una vendita di tutto rispetto, con buona diffusione (malgrado la débâcle delle edicole) grazie a M-Dis, l’azienda che ci distribuisce su misura. Un giornale che procede verso l’obiettivo e la missione che mi prefissai 22 anni fa: ricercare, adunare e aggregare attorno al giornale solo gli uomini, e anche le donne (sono l’8%), che seguono e rispettano l’Ordine del Classico. È libertà, educazione, rispetto, dignità e ruolo, valori a cui appellarsi per opporsi a una cultura progressista che sfregia l’immensità della precedente, perché dal ’68 in poi non ha più trovato gli strumenti, né la capacità e la lucidità per riconoscerla.

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