Luglio 2020

Lug 14 2020

Prima di tutto permettetemi di ringraziarvi tutti, abbonati, lettori e gli «irriducibili» della Tribù. In questi mesi Arbiter è rimasto un punto fermo per voi, anzi abbiamo registrato molti nuovi ingressi. E nel profondo rispetto che ho nei vostri confronti, ho mantenuto le promesse e l’impegno di essere sempre in edicola e non solo. Sì, perché il coinvolgimento digitale che ha interessato tutti, ha riguardato anche il nostro giornale di piaceri e virtù maschili che dal numero di marzo è disponibile anche in versione sfogliabile sul proprio tablet, cellulare, computer. Sottolineo «anche», perché molti di voi lo hanno interpretato come «solo». Perbacco, jamais! Da quando è nato, Arbiter esce 12 numeri all’anno, a differenza di tutti gli altri mensili maschili con dieci o nove uscite annuali. È una questione di rispetto e serietà nei vostri confronti, verso gli abbonati e il Dio lavoro. È stato impegnativo e oneroso sia dal punto di vista economico sia da quello delle risorse umane, senza però cedere alla tentazione di prendere comode scorciatoie come hanno fatto alcuni periodici che non sono addirittura usciti: sarebbe stato come darvi buca a un appuntamento. Altri mensili ormai da tempo escono con un prezzo di copertina diverso per il Nord, per il Centro e per il Sud Italia (!?!). Ma voi lettori avete capito e avete rilanciato: in aggiunta alla versione cartacea molti hanno acquistato anche quella digitale con parecchie richieste giunte da oltre confine e oltre continente che mi hanno sorpreso non perché arrivassero dall’estero. Per esempio, un 52enne di Praga ha scoperto Arbiter online e, nonostante non parlasse italiano, lo ha così apprezzato che ha richiesto l’intera collezione cartacea di 207 numeri! Idem per un 32enne di Miami.

Ecco perché «prossimamente su questi schermi» si affiancherà la versione digitale in lingua inglese per portare nel mondo i valori della nostra cultura, di quella del fatto a mano e su misura. Un verbo italico che Arbiter diffonde da 85 anni: nessun’altra pubblicazione è in grado di offrire da così lungo tempo una tale pertinenza a questi argomenti. L’Italia vera! Un valore aggiunto che poche nazioni possono vantare. Perché nell’Italia c’è il mondo! È la verità. Abbiamo la nazione più bella del mondo. Anche questa è una verità, sfido chiunque a dire e sostenere il contrario. È un tema che ho affrontato e dibattuto molte volte. Iniziò per gioco nel 1984 durante un viaggio di lavoro tra Londra e Parigi per il lancio de Il Piacere: due settimane fitte di appuntamenti per consultare gli archivi fotografici di Norman Parkinson, Victor Skrebneski, Uwe Ommer, Jean Rougeron. Ero con Alberto Orefice, al tempo mio direttore a Gente Viaggi. Nel corso di una cena, in maniera del tutto informale e allegra, parlavamo di cucina, di ristoranti, di vini, di Champagne che stavamo sbevazzando e gustando, quando l’argomento andò oltre, si passò alla storia, alla Gare d’Orsay, al Beaubourg, alle bellezze di Parigi, della Francia, così dicendo sino a quel: «Sì... però anche l’Italia!». Poche parole ancora e, come in una fiaba, il confronto si allargò a macchia d’olio, scivolando sull’Inghilterra, sugli Stati Uniti, sul Giappone, sulla Germania, sull’India. Dove vuole arrivare Alberto? Conosco il mio pollo... Poche cose nascono per caso. Alberto era un bel personaggio, fu lui alla fine degli anni 70 a scoprirmi, propormi e offrirmi il primo contratto da giornalista. Uomo colto, raffinato, di grande sensibilità, sempre elegante nei modi e nell’aspetto, sempre preparato e all’altezza delle situazioni. I giornali che dirigeva (oltre a Gente Viaggi, anche Arbiter e Il Piacere), di proprietà della Rusconi Editore, gli appartenevano per cultura, gli cadevano addosso come gli abiti sartoriali che indossava e le scarpe inglesi, fatte a mano, che calzava. Anche lavorando 15 ore al giorno, a Milano come a New York o al Cairo, era un esempio, un precettore, sapeva sempre come ottenere il meglio dalla vita. Me lo insegnò, e per mia somma fortuna lo imparai. Amava la vita e sapeva goderne le gioie, amava le cose belle, l’arte, i fiori, la poesia, gli alberghi, le auto, la buona cucina, i buoni vini e solo le belle donne. Come dargli torto? Fu per anni il mio maestro di vita.

Conoscevo bene Alberto, in due parole capivo dove voleva arrivare. Quella sera il gioco delle nazioni più complete e belle si tradusse in breve in una cartesiana tabella (le adorava) con ascisse e ordinate, suddivisa in tante finche, dove venivano elencate tutte le cose belle che un Paese doveva avere: arte, cattedrali, musei, simboli, cultura, storia, pensatori, poeti, scrittori, scienziati, architetti, città, monti, mari, laghi, spiagge, cibo, vino e via discorrendo. Ogni casella veniva compilata, segnata, verificata e confrontata con il resto. Al ritorno a Milano consegnai la tabella al caporedattore, per ampliarla, aggiornarla, correggerla, verificarla e integrarla. Dopo poche settimane il gioco si tramutò in un ampio servizio, poi in un dossier e alla fine divenne la storia di copertina di Gente Viaggi. Il titolo? Beh, facile: «In Italia c’è il mondo!». È un gioco che da allora faccio spesso, soprattutto negli ultimi decenni. Mi rendo conto, oggi più che mai, che è una grande fortuna per noi che siamo nati e cresciuti, per l’appunto, in Italia. Lo vedo, lo sento, lo percepisco ogni volta che viaggio e vivo per giorni, settimane e mesi in altri Paesi e città del mondo. Tutto bello, affascinante, sorprendente, sì, però, ma... ogni volta che atterro a Malpensa o arrivo in Stazione Centrale, sento l’importanza e la fortuna di essere milanese, di vivere in Italia ed essere italiano. Per cultura ed esperienza non ho mai invidiato nessuno, né tantomeno creduto che l’erba del vicino fosse più verde. Per contro, leggendo, studiando e provando, ho potuto constatare quanto siano belli, verdi e profumati l’erba e i prati di casa nostra. In 1.300 chilometri Dio ci ha regalato un Paese unico nel quale i nostri avi hanno scritto la storia, dipinto l’arte, sviluppato l’architettura, nutrito la cultura, costruito le città e i borghi. Tutto questo inserito alla perfezione in una natura mozzafiato, unica al mondo, partendo dalle montagne fino ai mari, dai vulcani ai laghi, dalle colline ai fiumi. Un Paese cesellato dalla mano e dalla mente di migliaia di artigiani, che da 2mila anni tramandano l’arte italica di saper creare opere e capolavori unici, irripetibili. Un Paese dove ogni 100 chilometri cambia la cultura, sempre uguale ma diversa, diversa ma uguale. Cambia il modo di vestire, di mangiare, di bere, di abitare, di pregare, di amare, di vivere. Piaccia o non piaccia, la realtà è scolpita sul Palazzo della Civiltà Italiana a Roma: «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di naviganti, di trasmigratori». Anche questo è tutto vero. Siamo una nazione meravigliosa, basta saperlo e volerlo. Spesso mi domando se noi italiani siamo consci del valore inestimabile di questo patrimonio che abbiamo, che ci hanno tramandato e che, senza nulla fare, abbiamo ereditato. Vedo la società distaccata, come se desse tutto per scontato. Ma siamo coscienti della fortuna che abbiamo avuto nel nascere in Italia? Ma tutta questa bellezza ce la meritiamo? Siamo in grado di recepirla, difenderla e raccontarla ai nostri figli? Saremo in grado di crearne ancora? Negli ultimi 70 anni che cosa abbiamo creato e fatto di così bello, colto, affascinante per arricchire il nostro patrimonio culturale e le nostre bellezze da lasciare ai pronipoti? Guardiamoci allo specchio: niente! Anzi, dal ’69 in poi sembra che ci siano in atto un impegno e una gran volontà di distruggere tutto, di prendere le distanze dal passato, dalle nostre radici, dalla nostra storia. Inutile, patetico e stupido abbattere le statue di Cristoforo Colombo o di Indro Montanelli. La storia è la Storia, nessuno e niente potrà cambiarla. Va da sé che senza le radici un albero non sta in piedi, poco alla volta muore. Nessun problema, liberi di farlo, ma come ho sempre detto e scritto, vivi e lascia vivere, senza mai dimenticare che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri e viceversa. Per cultura sono un uomo pacifico, certo è che non sarò mai un pacifista. Rispetto per tutto, tutti e tutte le idee, esigo però che gli altri rispettino me e le mie idee. Sono cresciuto seguendo tre fulcri su cui far leva nella vita: la Patria, l’Onore e la Famiglia. Consapevole di essere da anni controcorrente, in un Paese dove non esistono più i valori, la patria, l’onore, la famiglia nel senso tradizionale. Viviamo in una società dove tutto è possibile e permesso, senza doveri, senza obblighi, conquistata e infatuata solo da tanti diritti, declinati da un trionfante pensiero unico, ed esaltati e dipinti con i colori dell’arcobaleno. Una società che, dal sesso all’ambiente, ha perso il senso dei limiti, dei confini, della misura. Quello che stanno perpetrando e facendo in Italia e nel mondo era già tutto previsto e scritto, basta rileggere i Doveri dell’uomo del 1860 di Giuseppe Mazzini o Ettore Fieramosca e I miei ricordi di Massimo d’Azeglio del 1891. Ma possiamo andare oltre per capire meglio la degenerazione sociale in atto, basta leggere il Journal Intime del 1839 di Henri-Frédéric Amiel: ne ho parlato spesso, nel 2017 gli dedicai anche la copertina del numero di maggio. Tutti libri che ho letto più di 40 anni fa, oggi più che mai attuali. Come incredibilmente attuali sono i due volumi del 1956 de L’uomo è antiquato di Günther Anders, che descrive esattamente ciò che da decenni sta avvenendo, un processo di omologazione dell’essere: «Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini. L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate. In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi. Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo. Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione (all’epoca non esisteva il web, nda), divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare. Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio. In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà. Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, che l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità. L’uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, il che metterebbe a repentaglio il suo risveglio e deve essere ridicolizzato, soffocato. Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali». Ecco fatto, il totalitarismo è servito, i poteri forti (imposti dal 3% del mondo) possono stare tranquilli. Il pensiero unico trionferà e la bandiera dell’arcobaleno sventolerà... No, grazie. Il mio pensiero sarà sempre integro, e l’unica bandiera che esporrò con orgoglio sarà quella della Marina Italiana. Questo numero di Arbiter lo dedico alle Bellezze della Patria e a tutte le persone appassionate d’Italia.

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