Maggio 2020

Mag 08 2020

Questi ultimi due mesi hanno accentuato e messo in evidenza il punto di degrado cui sono giunte l’informazione quotidiana e l’editoria. Notizie e dichiarazioni buttate in pagina e in video per fomentare attrazioni, caos, ansie, polemiche, rabbia, ore di dibattiti per fare ascolti, salvo smentirle e smontarle tutte il giorno dopo. Interviste, dichiarazioni e sparate fatte qua e là, da tuttologi, politici, scrittori, centinaia di galline e pavoni che dietro la loro ruota sputavano sentenze (senza mascherina) sul video. E avanti, altre polemiche, contro interviste dove alla fine il tutto era il contrario di tutto. Risultato: nessuno capiva e ha capito il problema, la verità. Il vero virus è stata la televisione, con la sua penetrazione, faziosità, ambiguità, spregiudicatezza, prosopopea e arroganza delle conduttrici e dei conduttori. Insopportabili. Da quando non li guardo più vivo meglio. Mi leggo i miei cinque quotidiani, incrocio i loro pensieri, ne traggo le debite conclusioni, mi confronto con la mia Tribù e vivo sereno.

Ci mancava tutto questo: erano (sono) già più che sufficienti, scienziati, virologi e quella manica di incapaci e scappati da casa che ci governa a destabilizzare e affossare l’Italia. Non era necessario, infatti, che ci mettessimo lo zampino anche noi giornalisti, perché l’editoria, già instabile, non aveva certo bisogno anche di questo knock-down. Governo+Crisi Editoria (costo del lavoro, distribuzione, meno pubblicità, meno vendite ed edicole)+Covid-19+Credibilità... Sinceramente non so quanti round possa ancora stare in piedi il settore prima del ko. Ecco perché ho voluto dedicare la copertina di questo numero di Arbiter alla Olivetti Lettera 22, un simbolo per chi crede, ama e ha la passione di esercitare questa professione. Un’opera unica, che ha saputo fondere e unire la funzione con la forma, nata dall’intesa tra l’ingegnere Giuseppe Beccio e il designer Marcello Nizzoli, controllati a distanza dalla lungimiranza dell’imprenditore, deus ex machina, ingegnere Adriano Olivetti. Questo gioiello della meccanica italiana è stato calato così sul palcoscenico della comunicazione mondiale 70 anni fa, segnando un prima e un dopo la «22». Tra guerre, rivoluzioni, colpi di stato, attentati e premi Oscar, ha messo d’accordo generazioni di giornalisti, scrittori e registi. Il motto era sempre lo stesso: 60 battute per 30 righe. Scrivi.

Sono quasi otto settimane che navigo in mezzo a questo maremoto, 12 ore al giorno inchiodato in plancia di comando per cercare di governare al meglio la «barca». Tra un bicchiere di acqua, un panino, un caffè, un sigaro e un goccio di Talisker, giusto per essere lucido e concentrato a non perdere mai di vista la rotta. Lo sguardo incollato all’orizzonte per evitare scogli, altre imbarcazioni, secche e onde anomale, spinte da venti e correnti negative, mai viste, mai conosciute né affrontate in 26 anni di comando e 50 di navigazione. Con me, altri cinque marinai navigati, uno da poco imbarcato, mentre gli altri nove, per sicurezza, sono tutti in franchigia. In questo mare, tra le onde, c’è di tutto. Non passa settimana che non si apra una falla a prua o a dritta. Qualche tronco ha colpito la chiglia tra la poppa e il timone, l’urto ha danneggiato l’albero di controvelaccio. Settimana scorsa un fulmine ha spezzato l’alberetto, disintegrato la formaggetta e fatto a brandelli la vela di velaccio. Bagnati fradici, infreddoliti e stanchi come dei vigliacchi continuiamo la navigazione sulla rotta tracciata 2mila anni fa da Petronio Nigro. Questa barca non appartiene alle grandi flotte «servo/e» assistite da banche o dallo Stato (!) né tantomeno appartiene a ricchi armatori nazionali o multinazionali; è una barca nostra, indipendente, libera, appartiene a noi e alla Tribù che apprezza, compra e crede in ciò che trasportiamo. Bordesando a dritta, nella tempesta, avvolti nella nebbia, cercando ogni calar del Sole di raggiungere una baia sicura dove passare la notte e riparare i danni e leccarci le ferite. Con audacia e lungimiranza continuerò la navigazione, tra mille incertezze e avversità, buttando ogni giorno l’acqua fuori bordo, cercando di sfruttare al meglio l’abbrivio e di non perdere la velocità dei nodi presi dai venti positivi dell’inverno passato. Alla ricerca di una nuova terra, rigogliosa e ricca, sì tanto ricca, soprattutto di valori. Che abbia un porto accogliente, laborioso, protettivo, sicuro, serio, gestito da ammiragli colti, preparati, capaci, responsabili, stimati, coraggiosi, uomini o donne che sappiano dettare e disegnare le rotte guida del Paese.

Un porto storico, di grande tradizione con una grande lanterna che illumini la rinnovata patria, tenendola lontana dalle tempeste, dalle nebbie, dalle secche e dagli incapaci. Una nazione/Italia nuova, dove poter ancorare e vivere in sicurezza e fiducia, pronti a costruire nuove barche, le vecchie ormai sono logore, fanno acqua da tutte le parti, dopo 159 anni cadono a pezzi, sono marce dall’alto al basso e dal basso in alto. Sono prossime al naufragio e inabissamento generale. Non possiamo annegare tutti, deve cambiare, dobbiamo reagire, invertire la rotta. Questo è il momento giusto, quello che i greci definiscono kairós. Di questa Italia teniamoci tutta la bellezza, la cultura, la storia, i paesaggi, il tricolore, l’inno di Mameli, il presidente Sergio Mattarella, ma scappiamo da Roma. Via, voltiamo pagina, riprogettiamo tutto. Ma proprio tutto! Ripartiamo da chi sa dare buoni esempi, da una città credibile, stimata, dove poter insieme disegnare e riprogettare una Italia Superba. Ripartiamo da Genova.

Editoriale
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