Ottobre 2020

Ott 14 2020

MILANO C’È. Così avevo strillato in copertina nel numero scorso, annunciando il ritorno dopo 52 anni del Trofeo Arbiter. Oggi, 10 giorni dopo l’evento di Milano Su Misura, posso asserire e confermare che anche LA SARTORIA C’È! Vi assicuro che esistono ancora le belle sartorie, i bravi sarti, i prestigiosi tessuti e gli esperti clienti, di tutte le età. Ho visto e incontrato tanti giovani sotto la soglia dei trent’anni, incuriositi, affascinati nel veder così tanta bellezza. Tutte balle quelli che dicono che la sartoria è polverosa e roba per vecchi. Certo è che non è per tutti. Non pensate al denaro, al costo, anche, ma è soprattutto un fattore di educazione e di cultura. Un ragazzo oggi si compra un jeans rigorosamente a brandelli di Tizio, una maglietta della salute bucata di Caio, una field jacket ghepardata variopinta taglia prima comunione, fatta però dal mitico Sempronio, e aggiungiamo un paio di sneaker americane da 2mila euro. Per carità, tutti nomi «famosi», stilisti che hanno partorito idee stravaganti, uniche, irripetibili che, in quanto tali, ti vendono con un ricarico del 400% sul costo solo perché l’hanno creato per la grande multinazionale della moda Pinco Pallo. Risultato: tutti vestiti uguali, omologati da un pensiero, quello unico. Sino a quando non mi considereranno un fuorilegge, visto che non sono un minchione, così come spiegano da anni i signori Giovanni (Treccani e Gentile), con gli stessi denari questi giovani avrebbero avuto la possibilità di farsi due o tre signori abiti, con un taglio e una foggia personale, scegliendo e gratificando i propri codici etici ed estetici che contraddistinguono la personalità, plasmandoli e condividendoli, mese dopo mese, prova dopo prova, con il sarto prescelto, fondendo le culture, i pensieri, realizzando alla fine un’opera unica fatta da fibre nobili e lavorata da artigiani veri. Ma per fare questo devi avere cultura e buon gusto. Parte tutto da qui, dalla cultura, dall’educazione, dalla disciplina del rispetto, per sé e per gli altri, la stessa che ricevi tra le mura di casa, a scuola, all’università. Certamente non puoi apprenderla dagli esempi dei giovani coetanei che vedi nei vari demenziali programmi televisivi: basta sentire come parlano, cosa dicono e come vestono, sembrano tutti scappati di casa. Né tantomeno puoi impararla sfogliando le pagine patinate dei vari periodici maschili (si fa per dire maschili) che trovi in edicola: prodotti con poco testo, con didascalie inesistenti che nulla hanno da raccontare, dire, insegnare. Pensati e costruiti ad hoc per accontentare Pinco Pallo, Tizio, Caio e Sempronio. Perché oggi questo conta, avere tanta e tutta la pubblicità dei geni sopracitati. In quanto ai giornali, beh, quelli li editano solo per loro, mica per i lettori.

Ho pensato, creato, programmato e studiato l’evento Milano Su Misura per i sarti, gli artigiani, i calzolai, i camiciai, per tutti gli uomini che vivono più di modi che di moda. E cosi è stato. Da Belluno a Palermo, passando da Torino, Venezia, Roma, Milano sino alla mitica Napoli. Il 42% arrivava dal Nord, l’11% dal Centro, il 30% dal Sud e il 17% dalle Isole, coinvolgendo la metà delle regioni d’Italia. Nel corso del Primo congresso della sartoria e dinnanzi ai capi era bello ascoltare, osservare e sentire il confronto fra tre generazioni di sarti: sorprendente l’età media, poco superiore ai 45 anni, con giovani di 25, 27, 30 anni e i grandi maestri da 60 a 86 anni, in mezzo i grandi guerrieri quarantenni al centro della discussione. Ma nessun scontro, nessuna prevaricazione, tanta armonia, condivisione, rispetto. Negli anni avevo visto giusto e capito bene. Questi artigiani, professionisti dell’eleganza e dello stile, avevano voglia di conoscersi, incontrarsi, parlarsi, confrontarsi, ma liberi, riuniti in un territorio neutrale, lontano delle influenze e delle arroganti cattedrali delle grandi sartorie milanesi, romane e partenopee, tutte sempre chiuse in difesa a guardare il mondo dall’alto verso il basso, arroccati nei loro impenetrabili feudi. Ho vissuto 35 ore (troppo poche) bellissime, emozionanti, dialogando della professione, della vita, della tradizione sartoriale del futuro con tutti i sarti riuniti al Principe di Savoia: era dal 2010 che aspettavo questo momento, da quando cercai e presi il possesso della proprietà del logo Arbiter. Lo promisi a me stesso, lo dichiarai come scommessa ad Antonio Orlando e a tutta la redazione quando nel 2011 Arbiter tornò in vita come inserto di Monsieur dedicato alla sartoria. Lo asserii e lo volli programmare con fermezza a Gianluca Tenti quando nel 2015 sostituii definitivamente Monsieur con Arbiter.

Conoscendo i sarti e gli artigiani, e parlando con loro, sopratutto con quelli giovani (sono già maturi), si capisce che hanno voglia di fare, di imparare di andare oltre. Devono credere in loro stessi, nel loro lavoro, nella loro maestria, devono capire che non hanno nulla a che vedere e fare con l’ormai decantato Made in Italy, loro sono un’altra cosa. Oggi tutti fanno e creano il Made in Italy, almeno dichiarano. Vi siete mai chiesti chi fa cosa e dove nel comparto moda, confezione e accessori in Italia? Secondo voi fanno tutto in Italia ed è tutto Made in Italy? A voi l’ardua sentenza. Quello che posso affermare e garantire è che la sartoria lo è certamente. Dichiararlo però è una diminuzione del loro valore. Questi signori vanno ben oltre il Made in Italy. I loro prodotti dovrebbero avere un punzone dorato di qualità che riporta l’incisione: «Fatto bene in Italia su Misura a Mano». Un punzone che faccia della sartoria un laboratorio dove si costruiscono uomini e non solo abiti. Esattamente come l’orologeria svizzera: dal gennaio 2017, per essere considerato Swiss made, almeno il 60% della produzione di un orologio deve avere luogo in Svizzera. Per serietà e distinzione, alcune Maison hanno voluto prendere le distanze, creando una loro certificazione qualitativa come il punzone di Ginevra, di Qualité Fleurier e di Patek Philippe. Il sasso, anzi il macigno nello stagno l’ho tirato, aspetto che le onde arrivino a destinazione, agitino e sensibilizzino la Nazione dei Sarti. Io ci sono, vi aspetto.

Editoriale
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