Settembre 2020

Set 10 2020

Dopo cinquantadue anni, se Dio vorrà, finalmente, potremo rivivere l’affascinante Trofeo Arbiter. Quarantotto ore dedicate all’eleganza maschile, a conoscere e riconoscere il mondo del fatto a mano, del su misura. Due giorni di confronto con i lettori per riscoprire e celebrare il talento di sarti, camiciai, calzolai, artefici e maestri dei mestieri d’arte, donne e uomini che con le loro opere gratificano e decorano la vita di chi vuole essere più che apparire. Un laboratorio di cultura e gusto italiani, che premia il genio, l’abilità e le virtù della sartoria, dove si costruiscono uomini e non solo abiti. Milano Su Misura è un percorso lungo un nuovo sentiero di una nuova Milano, fuori dal Quadrilatero della moda. Un chilometro cromaticamente dello stesso colore del centimetro che i sarti e gli artigiani portano al collo. È quella sottile linea gialla che si snoda, unisce e lega l’Hotel Principe di Savoia a piazza Gae Aulenti, la Sanremo del 1952 con il primo Trofeo Arbiter alla Milano del post-Covid, il passato dello stile dell’uomo al presente. È il far riscoprire i valori del passato nella contemporaneità. Ecco, questo è ciò che pensavo dieci anni fa quando ho ideato il progetto di Arbiter. Ed è quello che vorrei accadesse il 18 e il 19 settembre a Milano Su Misura. In una Milano cambiata, diversa, più accorta, meno sciupona e opulenta, che per necessità ha fatto di ragion virtù, ritrovando la positività anche nella negatività del momento e riscoprendo valori come lo stare a casa, la famiglia, il lavoro, l’iniziativa, la cultura, la disciplina.

Valori che dal ’700, in coincidenza dell’arrivo a Milano di Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg, diplomatico e politico viennese al servizio dapprima dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo poi di Giuseppe II, Leopoldo II e Francesco II, oltre che primo vero fondatore del Consiglio di Stato austriaco, hanno creato, formato, plasmato e forgiato i milanesi, i lombardi. Questo almeno sino al 1968, poi questi valori hanno iniziato a non essere più un valore aggiunto di vita, sino all’attuale tentativo di essere ridicolizzati e annullati dal vergognoso reddito di cittadinanza, un’onta per chi, come me, sin da bambino, gli è stata insegnata ed è cresciuto con la cultura del lavoro. Il 18 settembre inizia il mio 52° anno di lavoro e in tutti questi decenni non ho fatto un sol giorno da disoccupato, potrei scrivere un libro che corre lungo mezzo secolo e più, raccontando per esempio dalla partenza nel 1969 come apprendista tipografo, quindi stampatore, nella distribuzione dei giornali, fotolitografo, impaginatore, grafico, poi nel 1980 giornalista, caporedattore nell’86, art director nell’89, direttore nel ’95, editore nel 2001. Ebbene, di tutti questi anni una cosa posso dirvi con la massima certezza: a Milano e in Lombardia, così come in Veneto, chi ha voglia di lavorare non morirà mai di fame. Se poi ha anche talento e il credo, può fare e realizzare tutto ciò che vuole. E io ne sono la prova. Volete la controprova? Guardate come si sono inseriti nel nostro Paese e adattati alla nostra società cinesi, filippini, indiani, croati. Per le strade di Milano sono tornate le voci che sentivo in gioventù, voci di uomini che per andare avanti hanno riscoperto vecchi lavori. Non è un caso che al mattino, sul presto, senti urlare da un megafono gracchiante: «Donne è arrivato l’arrotino e l’umbrelé, ripariamo fornelli, tutti, in breve tempo e a basso costo, affiliamo forbici, coltelli, ripariamo ombrelli, scendete donne, siamo arrivati». Avverto quelle stesse sensazioni, come un film già visto e vissuto alla fine degli anni 50, che provavo quando nei cortili delle case di ringhiera sentivi gridare, una volta alla settimana, in progressione crescente, con voce maschia e virile: «El Mulitta, mulitta, mulitta... donne gh’è chi el mulitta, el gh’ha voeia de laurà». Era l’arrotino. Manca solo di sentire «L’è arivà el giass» e incontrare sulle scale uomini che ogni tre giorni portavano nelle varie abitazioni, avvolti in un sacco di juta, parallelepipedi di ghiaccio di 1 metro per 30 centimetri. È la bellezza di questa città, dove tutto può accadere: carestie, pestilenze, guerre, sommosse, invasioni, liberazioni, pandemie, ma alla fine piaccia o non piaccia, «Milan l’è on gran Milan!». Ecco, Milano e Arbiter ripartono proprio da qui, dagli artigiani e da quei mestieri che hanno saputo nel tempo esaltare e valorizzare lavori e opere che nascono dalla loro mente, dalle loro mani; uomini e donne che esprimono il sapere e il saper fare attraverso la mutazione di una materia; artigiani prima e imprenditori dopo che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, hanno creato quell'identità che oggi il mondo ci invidia: il Fatto in Italia.

A Milano Su Misura tutto è stato affrontato e studiato nei minimi particolari per garantire la massima sicurezza della due giorni, anche perché si tratta del primo evento all’ombra della Madonnina dopo la chiusura totale delle attività. Gli spazi e gli appuntamenti saranno gesti- ti con il massimo rigore: con Ezio Indiani, direttore del Principe di Savoia, e il suo staff, abbiamo preparato un piano dove al primo posto c’è la sicurezza, in ogni momento, ovunque e comunque, il tutto come sempre all’insegna del motto «meno ma meglio». Chi vuole esserci e seguirci troverà tutte le informazioni e le istruzioni necessarie da pagina 46 a pagina 73.

Parlando di sicurezza, non posso evitare di aprire il cassetto della memoria: ho imparato a conoscerla e organizzarla nei 24 anni passati in pista. Fallita la missione di diventare un gran pilota, nel 1978 decisi di dedicare il mio tempo e come sempre tutto me stesso allo sport che amo, l’automobilismo. Così feci il corso e diventai commissario di percorso dell’Aci Milano, quindi l’ingresso alla mitica pista di Monza. Successi-vamente divenni capoposto, anni a gestire, in alternanza, postazioni come l’1, il 3 e il 6, rispettivamente Prima variante, Seconda variante e Seconda di Lesmo. Posti caldi, dove devi saper gestire, organizzare, inventare in un nanosecondo. Posti dove non devi mai distrarti, dove passi in men che non si dica da comparsa a primo attore. E questo vale per tutti i posti di segnalazione e intervento. Poi divenni commissario sportivo, qualche anno dopo il grande Romolo Tavoni, direttore di gara per il Formula 1, mi volle al suo fianco come assistente e ufficiale di collegamento con il direttore Fia della F1 Roland Bruynseraede: per tre anni ho partecipato a tutte le riunioni per la sicurezza, da quella del mercoledì con la prefettura e quella del giovedì con i responsabili Fia sui regolamenti sportivi e tecnici per l’F1... Che bella esperienza! Contemporaneamente, con l’amico inseparabile Alberto, l’Angeletti, avevamo creato il gruppo dei commissari di Monza, aggregando tutti quelli delle nove province lombarde e permettendogli così di venire a Monza e partecipare al Gp d’Italia. A tempo perso andavamo al Mugello, regno del mitico Remo Cattini, come delegati Ancai (Associazione nazionale corridori automobilisti italiani), vale a dire che potevamo partecipare al collegio dei commissari sportivi, assistere e difendere a suon di regolamento le decisioni prese da loro verso i concorrenti o i costruttori. Tutto sempre nel nome dell’amore per l’automobilismo, della sicurezza e del dio dei piloti. Per non parlare di Imola e dei leoni di Ermete Amadesi, deus ex machina della Cea, ossia i servizi di sicurezza antincendio.

Il mio pensiero non può non ricordare il leone della Cea caduto al Gp di Monza nel 2000 Paolo Gislimberti, un giovane pompiere della provincia di Trento, simpatico, professionale, l’ho conosciuto in quei giorni: ero a 20 metri da lui. Fu l’ultimo mio servizio. Fui nauseato dal comportamento e dalla decisione della direzione, c’erano mille e un motivi per dare la bandiera rossa (fermare la gara) e operare in tutt’altro modo, per anni l’avevo fatto io con gli altri direttori. Capii in quella tragica situazione che le corse, la federazione, il mondo dell’automobilismo, stavano cambiando. Capii che quello non era più il mio posto, il mio ambiente. Non potevo più dare. A fine gara tornai ai box, incontrai Tavoni e Roland che era l’ispettore del gran premio: entrambi scossero la testa, erano d’accordo con me, la direzione aveva operato male. Fu l’ultima mia presenza: dopo 23 anni, 690 gare, migliaia di interventi e provvedimenti presi, diedi le dimissioni. Di quel periodo è rimasto il grande amore per quell’automobilismo, nato nel ’64 a Monza quando vidi il mio primo gran premio.

Oggi il mio cuore vola alto come il falco nel sapere che finalmente ritornano in Italia tre gran premi titolati: era ora! Perché, vedete, è vero che la Formula 1 è nata in Gran Bretagna, così come la mitica sartoria inglese è nata a Savile Row, ma entrambe sono diventate grandi e famose grazie alle macchine da corsa e alle sartorie italiane. È così. E nessuno può cambiare la storia.

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