Editoriale

In questi ultimi 12 mesi sto vivendo in una situazione professionale e sociale fumosa, confusa, d’incertezza, direi pessima. Tutta l’opinione pubblica è ormai da tempo concentrata
a parlare solo ed esclusivamente dei problemi causati dal Covid-19. Giornali e televisione assediano e angosciano la nostra vita. Capisco perfettamente, è un problema, certo. Non entro nel merito, di chi, cosa e perché. Assisto da uomo qualunque della strada allo scempio di questa mala comunicazione generale. Non capisco questo tipo d’informazione massificata, arrendevole, clientelare che accetta senza discussione, e questa gestione politica. Una base politica culturalmente mediocre, raccogliticcia e per alcuni aspetti imbarazzante, nessuno partito escluso. Una cosa però ho capito: in questi mesi la scelta fatta dal governo è stata quella di evitare traumi ulteriori agli italiani. Del resto, la codardia è una dote secolare che ci contraddistingue, siamo una nazione che ama adottare in casi di estrema necessità e difficoltà questo sostantivo femminile. È come il pulsante dell’antincendio: «In caso di necessità rompere il vetro», sì, e fare lo struzzo. Poi, con grande maestria politica a voci riunite ribaltare le situazioni gettando le colpe dell’accaduto addosso a qualcun altro, che per anni hanno osannato. È la nostra storia. Noi siamo quelli che siamo perché da lì veniamo. Non a caso il buon Gianluca Tenti ce lo ricorda in ogni numero nel suo appuntamento con la storia d’Italia.

Credo fermamente che, passata la brutta sbronza del Covid-19 con 460mila Pmi a rischio chiusura e l’euforico isterismo dell’elezione del presidente della Repubblica, sarà utile tornare con i piedi per terra perché a breve ci piomberà addosso uno tsunami di problemi che non immaginiamo nemmeno. Problemi dimenticati, trascurati, messi a lato da troppo tempo, tre su tutti: economici, sociali e occupazionali. Li sento arrivare, girare attorno, come i tuoni e i fulmini di un pericoloso temporale. Facendo all’interno della piccola impresa il presidente, l’amministratore delegato, l’ufficio acquisti, legale, personale, marketing, il direttore responsabile, l’art director, il fattorino, oltre che essere il miglior venditore della pubblicità (come hobby), li vivo quotidianamente in redazione, sulla pelle, confrontandomi in azienda tutti i giorni con il buon Rizzo, ormai più direttore generale che vicedirettore. La nostra è una piccola realtà editoriale, progettiamo e costruiamo giornali fatti a mano su misura. Ma non sono per tutti, ti devono appartenere. È questione di pertinenza dell’essere, non dell’apparire, giornali fatti esclusivamente per uomini e donne che amano la qualità, l’emozione, le buone maniere, l’estetica, quella che nasce dall’etica, dal sapere, dall’esperienza, non dalle cartelle stampa. Arbiter è una sartoria editoriale. Perché la scelta di un giornale è come il vestire: è rispetto, confronto, credibilità, reputazione e dignità. È un ritorno alle origini, come gli antichi togati romani, come Petronio Nigro, l’Arbiter Elegantiarum dell’impero. Come tantissime piccole e medie imprese di questo Paese, anche noi non siamo immuni alle difficoltà. Nascono così problemi che arrivano nel mezzo della tempesta come saette. Tre su tutte, due a monte e una a valle del ciclo produttivo. La prima saetta è il prezzo di acquisto della carta, soprattutto se bella e di qualità come la nostra. Le cartiere fanno a gara per chi aumenta di più i prezzi, senza preavviso, annunciando che oltre gli aumenti già avvenuti nel 2021, da gennaio 2022 ne arriveranno di nuovi. Questo anche su ordini già emessi, sottolineando che, in caso di mancata accettazione del nuovo prezzo, non consegneranno la carta richiesta e già confermata e annulleranno quella ordinata. In sostanza un +40%. La seconda saetta arriva dallo stampatore. L’aumento dell’energia elettrica, del gas, dell’alluminio, dell’inchiostro, dei bancali, delle scatole, portano a un ulteriore incremento dei costi di produzione. In sostanza un +10%. La terza saetta arriva a valle del ciclo produttivo del giornale: la distribuzione. Che, per la cronaca, parte comunque da un costo pari al 30% del prezzo di copertina! All’inizio del secolo le edicole sul territorio nazionale erano 35mila, oggi sono non più di 18mila. Ma quelle vere, professionali, che hanno mestiere, spazio (!) e attenzione per tutti i giornali distribuiti (!), non solo per i quotidiani, i settimanali veri e quelli, per me patetici, che spiano il mondo dal buco della serratura, non sono più di 10mila in tutta Italia. Con una drammatica aggravante, che dal marzo 2020, anno del Covid-19, oltre l’80% di queste edicole chiude alle 14.00. Ma quindi dove vendiamo i giornali? Come facciamo a curare la distribuzione? È un esercizio che dal 2018 faccio regolarmente semestralmente, curando maniacalmente la telemetria della distribuzione, vendita e resa nazionale del mondo dei maschili, dei vini e dell’orologeria.

Al di là delle balle che molti «struzzi» amano raccontare per convenienza, tre sono i dati che osservo: 1. Quante copie sono state distribuite. 2. Quante ne sono tornate. 3. La percentuale delle copie rese. Punto, nulla di più. Certo non calcolo le migliaia di copie regalate o gli abbonamenti con sconti del 75/80%! Sono soltanto specchi per le allodole. Risultato della telemetria? Pessima, prossima a conseguenze drammatiche. In sostanza un bel -87%. Questa è la resa media dei giornali, quelli che vanno bene! Altri fanno anche -90% o -95%! Quelli al vertice, parlando dei maschili, oscillano tra il -66% e il -69%. A tutto questo aggiungete la giungla senza regole del Web e la performance negativa della pubblicità, -80% in dieci anni. Come avrete notato, a differenza di centinaia di direttori che dichiarano, gonfiandosi come tanti tacchini, solo quanto vendono, io che sono imprenditore di me stesso e pago per lavorare, non posso fare lo struzzo, quindi non parlo mai di quanto vendo, ma di quanto spreco! Credetemi, anche se dovrei essere felice e soddisfatto delle mie rese, con Spirito diVino e Kairós sopra la media e con Arbiter sul podio, ogni volta che il buon Pizzi, mio angelo custode in m-dis (la società che distribuisce i miei giornali), mi trasferisce i dati, sto male. Perché spreco troppo! È come se in una famiglia ogni mese si comprassero 10 chili di carne e ogni fine mese 6/7 chili si buttassero in pattumiera! No, non si può più andare avanti così. Diventa una questione intellettuale, etica, di morale, di rispetto verso la sostenibilità sociale. Pensate al viaggio della carta. Ormai arriva tutta dal Nord Europa o dal mondo. Viene tagliato l’albero, poi va aggiunto il consumo per il taglio, la lavorazione, il trasporto. Poi si passa all’industrializzazione per la trasformazione: legno, cellulosa, carta. Poi la lavorazione, il taglio, l’assemblaggio, la confezione in pacchi per la stampa piana o in bobina per le rotative. Pensate agli spostamenti, ai camion, gru, benzina, energia, gas. Poi la carta arriva in Italia. Inizia il viaggio, dalla cartiera allo stampatore, aperta, sporcata, mandata alla confezione. Camion, gru, inchiostri, forni, benzina, energia, gas. Dal confezionatore le copie vanno al distributore nazionale, che prende e suddivide le 100 copie, indirizzandole ai distributori locali sparsi su tutto il territorio, più o meno… nei tempi dovuti. Altri camion, furgoni, auto oltre la benzina, l’energia e il gas. Poi il giornale, finalmente arriva a destinazione. Qui inizia il girone dell’inferno edicola. C’è chi lo espone con orgoglio, chi apre il pacco e il giorno dopo lo dà in resa anticipata, chi intelligentemente, conoscendo le abitudini del cliente, lo propone, chi se lo tiene sotto le chiappe perché grande e comodo (preso in fallo dal sottoscritto!), chi ormai ha dei problemi economici e da mesi non paga le copie vendute al distributore locale e quindi non lo riceve più, e a chi chiede Arbiter risponde: «Non so, è da due mesi che non lo vedo, non esce!». Per contro, molti sono gli amici edicolanti che mi scrivono, che esaltano il giornale e che hanno voglia di essere vicini e collaborare con la redazione di loro sponte.

Per troppo tempo gli edicolanti sono stati abbandonati al loro destino da editori milionari, ma struzzi, impegnati negli anni 80 e 90 a fare danè, senza mai pensare al domani, alla riqualificazione, riorganizzazione e preparazione dei punti vendita dei giornali. Sarà perché per un anno, nel ’74, ho lavorato da mio zio, allora distributore di giornali a Casale Monferrato, che ho capito e apprezzato le difficoltà che ci sono dietro il banco di un’edicola. Non è un caso che qualche volta premio per il lavoro svolto le migliori edicole vicine ad Arbiter, così come non è un caso che insista e creda fermamente all’abbonamento dei miei giornali in edicola. Primo, perché il giornale arriverebbe al lettore almeno 15 giorni prima. Secondo, perché alimenterei, se pur di poco, il fatturato degli edicolanti. Finito il mese ricomincia il calvario. L’edicolante ridà al distributore locale le copie invendute, questi le raggruppa e le rimanda al distributore nazionale, questi, su richiesta, ne archivia qualche centinaia, poi prende e manda tutto al macero. Altri camion, furgoni, auto, benzina, gas, energia. Tutto questo teatro per avere alla fine indietro una media di 87, o ancor peggio 90, 93, 95 copie delle 100 distribuite?! Una follia! Ma come, tutti i giornali non fanno che far pagine e pagine, inserti raccontando le battaglie politiche e sociali riempendosi ogni due per tre la bocca della parola sostenibilità, di un mondo green, di bilanci sociali ribadendo continuamente e giustamente che siamo prossimi al giro di boa, al punto di non ritorno. E poi? Questo è l’esempio, questa è la coerenza? Non ci sto, non mi va bene, detesto comportarmi da struzzo. Del resto, basta constatare il comportamento e la reazione nel 2021 dei grandi gruppi editoriali. Anche se quotati in borsa, «appoggiati» politicamente e super assistiti da milionari finanziamenti statali (situazioni vergognose, c’è chi in 30 anni ha portato a casa più di 140 milioni di euro!) o di editori con tanti angeli in paradiso e qualche «amico degli amici» in grandi banche, altri che hanno svenduto e regalato fior di testate per liberarsene al più presto, o colossi multinazionali dell’editoria che hanno messo alla porta dozzine di direttori, centinaia di giornalisti, e altre centinaia parcheggiati in dorati prepensionamenti. Avvilente! Come ha ricordato a dicembre il presidente e ad di Bmw Italia Massimiliano Di Silvestre, parlando del futuro e della sostenibilità: «… non c’è e non è più il tempo per fare progetti, discussioni, convegni, basta, oggi è il tempo di fare, di agire, subito, senza aspettare il domani!».

Ha perfettamente ragione, concordo con lui a tal punto che rientrando dalla cena, come sempre, verso mezzanotte, esco con il mio fido Baloon, mentre passeggiavo riflettevo sulle parole e sui pensieri espressi da Massimiliano, tra una boccata di un sigaro e una carezza al fido amico, osservando la bellezza del cielo stellato. Così, la mattina dopo, come sempre alle 07:30, mentre passeggiavo al parco con Baloon ero ammirato e riconciliato con la vita dalla bellezza del cielo. Arrivato in redazione sono passato, subito, all’azione. Ho chiamato Enzo, Valentina e Francesca e ho annunciato la novità: «Non è più tempo di fare pensieri, progetti, discussioni, è arrivato il momento di fare, agire, subito, da domani, dal numero di gennaio cambio tutto». Ma senza farci condurre dalla «gattopardite» del cambiare tutto non per non cambiare niente, ossia se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com’è; se tutto rimane com’è, tutto può cambiare interiormente, questo faremo, nulla cambierà. è un classico dell’editoria. Quanti giornali ogni due per tre cambiano formato, grafica, ma la struttura del giornale rimane sempre la stessa. Cambiano la parte estetica, ma i contenuti e le idee restano gli stessi. Arbiter sarà diverso ma uguale, uguale ma diverso. Come prima cosa, e come avrete visto, faremo 10 e non più 12 numeri all’anno; nei mensili maschili, ormai da 10 anni, eravamo gli unici (!) rimasti a farlo, gli altri ne fanno 10, qualcuno 9 all’anno. Come seconda cosa, il giornale conserverà la stessa grafica e qualità cercando di innalzarla in tutti i sensi, dalle idee alla carta, dai testi alle immagini. Il prezzo, malgrado il 50% degli aumenti e le difficoltà, rimarrà per tutto l’anno invariato. Incrementeremo invece e sempre più gli incontri, le esperienze, gli eventi per chi ama la vita di qualità, dal vino alle stoffe, dai sigari alle scarpe, all’auto, all’arte. In questa azienda ho messo tutte le mie risorse, oltre che me stesso. C’è chi in questi ultimi 20 anni è riuscito a fare tanti danè, chi ha comprato auto nuove e d’epoca, chi ha chiuso l’attività, ha venduto e chi ha collezionato bellissimi orologi o opere d’arte di gran valore. Poi c’è chi, come il sottoscritto, ha investito tutto su se stesso, sul suo giornale. Tutto sommato pagare per lavorare è un grande lusso. Resta comunque, almeno per me, un’immensa finestra illuminata che si affaccia sui cieli del mondo.

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