Editoriale

Agosto 2019

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 10''

Tora! Tora! Tora! In giapponese la parola Tora significa tigre, ma in questa circostanza è un acronimo derivato da totsugeki raigeki, vale a dire attacco lampo. Era il messaggio in codice, inviato il 7 dicembre del 1941 l’attacco a sorpresa da parte della Marina imperiale nipponica alla base navale americana di Pearl Harbor, che provocò la morte di 2.440 persone oltre che l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. Il presidente Roosevelt definì l’attacco «il giorno dell’infamia». Si poteva evitare? Certo che sì! Quantomeno si potevano limitare i danni, non certo l’ingresso degli Usa nel conflitto bellico: troppi i perché e gli interessi.

Ai giorni nostri, la grande infamia la stiamo perpetrando noi, e da anni. Si poteva evitare? Certo che sì. È il risultato di questa maleducata società, la stessa del copia-non pensa e incolla. Uomini e donne mimetizzati da cervelloni, salvaguardati, protetti e ingiustamente rispettati dai colori del loro pseudo pensiero ideologico e politico, una stirpe di soggetti nati imparati. Tutti intrisi di ignoranza, arroganza, di maleducazione, di inciviltà che ormai da decenni stanno distruggendo il mare e tra mezzo secolo la nostra stessa esistenza. È un dramma che coinvolge e tocca tutte le popolazioni e generazioni dell’intero pianeta. Nessuno escluso, poco importa che siano ricchi o poveri, giovani o vecchi, colti o ignoranti, che vivano in città del nord o del sud, o che risiedano in nazioni dell’est o dell’ovest: il risultato è sempre lo stesso, non cambia. La verità è che dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, l’esercito dei diseducati, malgrado tutto aumenta, è lì da vedere. A furia di eliminare i divieti e di togliere gli obblighi, abbiamo creato una società di soli diritti. Abbiamo usato sconsideratamente la libertà, così, come fosse una coperta per oscurare le regole, la disciplina, l’urbanità, i valori, facendola diventare nel tempo uno straccio da srotolare a nostro piacimento e interesse. Lo sconsiderato uso della libertà stordisce, inibisce, distrugge i ponti, gli argini e le sponde della civiltà. Basta guardarsi attorno e vedere ciò che abbiamo distrutto: la famiglia, la scuola, il fascino del sesso, il modo di abbigliarsi o di guidare un’automobile. Come se non bastasse, l’invasione della rivoluzione digitale ha dato il colpo di grazia alle nuove generazioni, già intossicate dai veleni delle ideologie catto-comuniste. Un mondo di professori che la raccontano bene, ma che poi in vita privata razzolano malissimo! Non immaginate quante volte devo inbufalirmi con coetanei che non raccolgono gli escrementi dei loro «amati» cani, o che non redarguiscono i figli che buttano per terra fazzoletti di carta, sacchetti di merendine, coni di gelati e le odiate cicche; quante volte vedo giovani che buttano mozziconi di sigarette, bottiglie di birra, bicchieri e bottiglie di plastica? Poi singolarmente sono tutte brave persone, colte e rispettabili, ma in realtà bleffano, la loro cultura e il loro status sono superficiali, sono tante quinte teatrali, apri la porta e dietro c’è il vuoto, come diciamo a Milano, sono dei barboni! Terra e mare per loro sono la stessa cosa, incivili e maleducati sono e barboni rimarranno!

Ai miei figli Alessandro e Cecilia ho insegnato sin da piccoli che cosa sono l’urbanità, la disciplina, il rispetto per la natura, di un bosco, una montagna. Gli ho insegnato ad avere pazienza e l’umiltà di raccogliere le schifezze che i barboni buttano in mare e in terra, e metterli nei debiti cestini. A 8 anni erano con me sott’acqua con le bombole per conoscere i sette decimi del pianeta e fargli vedere e apprezzare, per esempio, come vivono, si riproducono e si cibano un polpo o una murena, uno squalo tigre o uno squalo balena. Mi immergo dal 1973, dal Mediterraneo (il più bello!) all’Oceano Indiano, dall’Atlantico al Pacifico, non esco da una immersione senza aver recuperato bottiglie, bicchieri, tappi, contenitori di plastica o lattine, tante lattine.

Il Mare Nostrum è già da tempo compromesso, se continuiamo a non rispettare le regole della civiltà e della minima educazione, entro breve sarà solo una palude di micro e nanoplastiche che satureranno il nostro organismo e distruggeranno l’ecosistema della nostra amata (?) Terra. Non sappiamo ancora in che forma e in che quantità ne assorbiamo, quello che sappiamo però sono le conseguenze che dovremo affrontare nei prossimi anni e gli inevitabili danni che arrecheranno alla salute.

Una cosa è certa: il processo di autodistruzione è ormai avviato. Arrestarlo è possibile! Ecco perché ho chiesto alla brava pittrice Isabella Nazzarri di interpretare in copertina (acquarello e acrilico su carta) la profondità e la fluidità del blu, e la plastica. Il risultato è un’opera di grande purezza che vive sotto il tiro del mirino, da lei stessa disegnato, che ho sovrapposto all’opera stessa per un’esigenza giornalistica e grafica. Il mirino mi serviva per centrare il problema e richiamare l’attenzione: siamo ormai giunti al punto di non ritorno, dobbiamo attaccare la plastica subito, oggi, massimo domani. Ma il mirino mi serviva anche per raccontare un’affascinante società che da anni vive sotto il mare, senza rompere l’anima a nessuno, una comunità internazionale dove ognuno rispetta l’altro, che sa tenere la posizione; dove ognuno conosce il proprio ruolo, i propri doveri, i propri limiti; dove ognuno svolge senza commenti il compito assegnato, in uno spazio ristretto; dove tutto deve girare alla perfezione e deve luccicare: il motore, la cucina, il bagno, la camera di lancio, la mensa, la torretta; dove tutti scrutano l’orizzonte cantando «…Andar pel vasto mar, ridendo in faccia a monna morte ed al destino! Colpir e seppellir ogni nemico che s’incontra sul cammino!…».

Franz Botré