Editoriale

dicembre 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 40''

Del linguaggio corrente, quello di tutti i giorni, gli uomini e le donne che si occupano della coltivazione della terra sono indicati e chiamati indifferentemente con termini come agricoltore, contadino, fioricoltore, frutticoltore, olivicoltore e viticoltore. Tutti come fossero sinonimi d’imprenditore agricolo. Da buon e tenace lavoratore, ho sempre stimato e ammirato questa categoria che lavora a contatto con la terra e la natura. In particolare, chi si dedica e coltiva la vite come attività economica nel settore agricolo, il viticoltore. Non è un caso che abbia creato e diriga un giornale che ha messo il vino al centro del mondo, facendone una tra le passioni della vita (Spirito diVino), così come non è un caso che nelle mie stilografiche l’inchiostro sia caricato con il marrone café des îles, il colore della terra. Non bisogna essere dei geni, per capire che 70 anni fa avremmo dovuto puntare tutto sull’agricoltura, la terra, il mare, le bellezze naturali e storiche della nostra amata Patria.

 

Se dal punto e a capo del dopo ’45 avessimo continuato a essere più fedeli, vicini e fieri di essere agricoltori, oggi non avremmo e vivremmo in un «paese», ma avremmo e vivremmo in una Patria. «Verso la terra debbono volgersi le speranze e le energie dei popoli, per attingere da questa sorgente prima di prosperità, da questa riserva sempre rinnovantesi, tutta l’energia rigeneratrice che dovrà ridare al mondo la sua serenità e la sua ricchezza». Sarà perché nella mia professione mi sento un po’ come un agricoltore o forse perché mi sarebbe piaciuto esserlo, che ormai da tanti anni frequento e visito vigneti, territori, aziende agricole, consorzi, castelli, cascine e cantine, storiche o dai nuovi design; così come sono anche tanti gli anni che frequento e ho avuto la fortuna di conoscere le splendide persone che vivono e lavorano in questi luoghi, spesso li vedo all’aperto tra colline coltivate a vite, sotto il sole e la pioggia nei filari cercando un’intesa e un compromesso, con Dio e la natura.

 

Oppure li trovo nei loro salotti antichi, quelli che sanno di storia vera e vissuta, a raccontare i loro vini. Altre volte li incontro in cantina attorno a una immensa botte, con i loro più stretti collaboratori, il contadino e l’enologo, per cercare di capire e decidere come e cosa fare. Uomini e donne che per educazione e tradizione affrontano la vita con eleganza, sempre pertinenti in ogni occasione e con i piedi piantati in terra. Sin dall’infanzia sono stati istruiti ad affrontare la vite e la vita alla scoperta di madre natura, da cui hanno imparato e recepito le differenze, le diverse tonalità delle stagioni, ma soprattutto hanno imparato cosa significhi realmente la bellezza, la perfezione. Quella di un fiore, di un grappolo d’uva, di un frutto, di un tronco d’albero, delle foglie, nei diversi colori, spessori e profumi. Come fanno persone così a non fare un buon vino? E come fanno persone di questa cultura a vestirsi in modo sbagliato e non consono alla vita?

 

Ne conosco tante di persone che vivono la natura, molte sono nobili agricoltori da secoli, altre da sempre illustri contadini, entrambi con un minimo comune denominatore: l’amore per il territorio, la tradizione, la famiglia e la vigna. Perché coloro che vivono e lavorano in campagna non badano troppo alle apparenze né al modo di vestire. Ma sono comunque sempre vestiti bene. Hanno in dono quel senso pratico e quell’avvedutezza che li contraddistinguono. Sanno scegliere le stoffe e i capi migliori e quando li osservo, posso solo notare che con il loro sarto hanno negli anni selezionato tagli, fogge e linee uniche, tutti con una propria identità (mai banale), severi, seri e sempre con un tocco di modernità. Così come le scarpe, robuste ma fini, comode ma mai antiquate. Molti resistono con il culto del cappello, con tese generose e di stoffa pregiata. Le cravatte quasi sempre ben strette al collo, mai appariscenti, ma sostanziose. 

 

Spesso mi capita di partecipare a riunioni, tavole rotonde, fiere del settore: anche senza sapere chi fa cosa, distinguo al volo i Signori del vino da qualsiasi altro professionista invitato. Il viticoltore lo riconoscerete subito, avrà l’abito più consono al momento, alla giornata, all’occasione, perché è una persona seria, ha troppo buon senso per commettere certe leggerezze, non gli appartengono. Le sue sono regole di vita, tramandate da generazioni, cresciute e formate immerse nella bellezza della natura. Generazioni che hanno saputo apprezzarla, rispettarla e interpretarla anche nel modo di essere e vestire.

 

Capaci di accostare con eleganza tessuti come il velluto con il donegal, la flanella con un cashmere, un solaro con un casentino, giocando con la tavolozza delle cromie della natura, il marrone con il beige o il bordeaux, il verde con il giallo, l’arancione o l’ocra. Uomini e donne a cui i nonni e i padri hanno insegnato regole e valori, che applicano nella vita come nel vestire, che sanno che comanda la legge del meno ma meglio. Ho voluto dedicare questa copertina a Monsieur Richard Geoffroy, medico che ha abbandonato la professione per inseguire il richiamo dell’amore per il suo territorio. Un caro amico che dal 1984 ha trascorso la sua vita tra le vigne e le colline del domaine di Épernay, nel cuore della Champagne, e le cantine dell’Abbazia di Saint-Pierre d’Hautvillers, culla del Dom Pérignon. Fu una cara amica a presentarmelo, Olga Berluti, era il 1994 ed era la prima cena del cirage a cui partecipavo, all’Hotel Ritz di Parigi.

 

Usavamo un sorso di Dom Pérignon per lucidare le nostre scarpe. Non lo avevo mai incontrato dal vivo; lì per lì, mi sembrò contrariato, poi conoscendolo capii l’uomo. A Richard piace giocare, ma con intelligenza, cultura e un pizzico di ironia. Tra le varie occasioni d’incontro, aprendo il cassetto della memoria, non posso non ricordare quel pomeriggio dopo il capodanno del ’98, trascorso con Geoffroy, Roberto Barbato e Andrea Molinari sulla spiaggia della Romana a Santo Domingo, a giocare cercando virtuosismi nell’accostare sigari cubani e dominicani ai vari Champagne. O come dimenticare il gala dinner del novembre del 2000, quando allo Spazio antologico di Milano, Richard alla presenza di Monsieur Bernard Peillon presentò per la prima volta il mitico Œnothèque? Il primo era del ’59. E poi, come non ricordare il weekend del giugno del 2012 trascorso con gli amici Jean Berchon, Stéphane Baschiera, Luca di Montezemolo e Geoffroy all’Abbazia di Hautvillers per celebrare i 50 anni della Ferrari 250 Gto, con una cena indimenticabile alla presenza di 23 Gto 250 e degustando dei millesimati come il ’62 e il ’64 di Dom Pérignon? Grazie amico divino per la gioia e la gratificazione che ci hai dato con i tuoi assemblaggi. Brindo con te e tutti i lettori di Arbiter al nuovo anno e a tutte le persone che vivono tra le vigne e la terra per creare felicità.

Franz Botré