Editoriale

Dicembre 2019

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 12' 20''

NEL CORSO DI RIUNIONI E PRANZI DI LAVORO, COSÌ COME ALLE CENE DI GALA O QUELLE A CASA CON AMICI, SENTO SPESSO DISCUTERE DELLA CRAVATTA. L’ARGOMENTO PIACE, INTERESSA, COINVOLGE, appassiona. Noto con piacere che, nel momento in cui si parla
di lei, la conversazione si fa improvvisamente più attenta, vivace, raffinata. Dicono che dalla cravatta si conosca il carattere di un uomo. Può essere, e in parte è vero. Una cosa però è certa: sicuramente non è per tutti. Sono ormai anni che l’uomo «moderno» e postclassico ha sacrificato sull’altare della «dea degli scappati di casa» (quelli che adorano e venerano la praticità e la comodità) tutte le regole e i codici dell’eleganza maschile, in senso etico ed estetico.

La prima vittima condannata e sacrificata è stata proprio la cravatta. Eppure per noi di Arbiter la cravatta è un segno di gioia, una luce nelle tenebre, un simbolo per poter riconoscere gli altri membri appartenenti alla tribù che custodisce ancora i valori e i tesori di una civiltà perduta. È per noi il territorio della leggerezza maschile, quello della creatività applicata alla cultura e alla pertinenza dell’essere, che ti mette sempre a proprio agio in qualsiasi situazione. Se l’abito maschile è prosa e la scarpa poesia, la cravatta è certamente musica. La cravatta rappresenta infatti l’iride del primo «occhio dell’eleganza», dove il colletto della camicia è la cornea e i revers della giacca sono le palpebre: lei diventa quindi la nota di colore e di stupore. Del resto è l’accessorio che consente all’uomo di uscire dalle maglie dei canoni tradizionali dell’eleganza e di concedersi qualche divagazione e trasgressione sul tema del colore. Il secondo occhio dell’iride dell’eleganza, insieme ai polsi della camicia e della giacca, sono l’orologio e i gemelli. Hanno entrambi un elevato valore intrinseco, in essi confluiscono infatti numerosi fattori, personali, storici o culturali, che sommandosi generano in chi li porta emozione, piacere, orgoglio e un alto senso di appartenenza. Cravatta, orologio e gemelli sono veri cardini maschili che appartengono alla Tribù di Arbiter. Posso affermare con estrema sicurezza che non esiste alcun periodico maschile in Italia e nel mondo (!) che abbia dedicato negli ultimi 18 anni così tanto spazio a questi tre accessori e alla cultura che rappresentano.

Un altro accessorio parzialmente sacrificato agli dèi pagani dell’abbruttimento sono le scarpe. Avete mai provato a guardarvi intorno per dieci minuti, ma con lo sguardo rivolto verso il basso, che so, in aereo, in treno, in metropolitana o all’uscita di una scuola elementare e di un liceo?

Beh, impressionante!

Generazioni diverse e famiglie unite da un minimo denominatore comune: le scarpe brutte, possibilmente variopinte, che non devono fare rumore né essere allacciate ma omologate per il lavaggio a 100 °C in lavatrice! Quelle stesse famiglie che, di padre in figlio, continuano ogni 17 anni a ritrovarsi in piazza a cantare mano nella mano, sotto varie sembianze cromatiche, la mitica Bella ciao. Una volta con il fazzoletto rosso al collo poi, con il passar del tempo, hanno continuato a cantare sotto le fresche frasche di un ulivo. Anni dopo hanno tagliato le radici, rimanendo sempre nella campagna nei dintorni di Firenze, hanno aggiunto un 35% di magenta e un 20% di nero tramutando gli ulivi in tante pecore viola come quelle del gregge di plastica di Rainer Bonk e Bertamaria Reetz, e oggi, dopo altri 17 anni, hanno virato verso il mare retinando ad arte una mezza tinta del nero, aggiungendoci un quinto colore Pantone, fresco, lucido e ammaliante come l’argento vivo della gioventù. Ma è sempre quella cosa lì, una falce e un martello arrugginiti, rivisti e ridipinti in varie cromie, sotto varie sembianze e forme di Madre natura. Alla fine non sono altro che uno specchio per attirare verso l’ideologia progressista tante giovani sardine. Contenti loro…

Anziché seguire le sardine, dopo tanti anni siamo andati a visitare l’atelier della Maison Berluti a Parigi. Chi ci segue dagli inizi, sa perfettamente l’amore che da oltre 25 anni mi lega a Madame Olga, mia musa ispiratrice per tantissime cose che ho pensato e creato. Indimenticabile il nostro primo incontro e indimenticabili tutti i suoi amici della tribù di rue Marbeuf che negli anni mi ha fatto conoscere. I cirage a cui ho partecipato al suo fianco, dal Ritz a Le Meurice, cercando ogni volta di capire e carpire i segreti che si celano in una scarpa. Segreti nel tempo condivisi con lei ed esportati per diffondere il verbo Berluti. Anno dopo anno ho fatto conoscere ai miei lettori, da Firenze a Cortina, da Milano alle memorabili serate di Napoli e di Capri, la cultura, la qualità e l’emozione che ci sono dietro e dentro una scarpa e che creano quella magia che ogni uomo dovrebbe portare ai piedi. Qui, però, devo per forza aprire il cassetto dei ricordi. Nel 2013, un mattino di fine agosto, da poco rientrati in redazione dalle vacanze estive, Novella (la mia assistente a quel tempo), come tutte le mattine apre la mia posta (che leggevo verso sera salvo non fosse urgente e importante) ed entra come un grillo nel mio ufficio allungandomi, con un sorriso di soddisfazione e piacere, un invito strettamente personale inviato da Monsieur Bernard Arnault in persona per partecipare al 10 settembre a un cocktail nel suo ufficio. Non capisco, ma vi assicuro che non capita tutti i giorni e a tutti. Arriva il giorno fatidico, raggiungo in aereo Parigi e, seguendo le indicazioni, come un bravo soldatino mi presento puntuale all’appuntamento al nono piano della sede di Louis Vuitton al 22 di rue Montaigne. Mi accoglie una delle sue assistenti e mi fa accomodare. Poco dopo arriva Monsieur Arnault a salutarmi e mi ringrazia di aver accettato l’invito spiegandomi le ragioni di quell’appuntamento: «Tra mezz’ora arriverà Madame Berluti, le leggerò la motivazione e le consegnerò l’onorificenza “de Chavalier dans l’Ordre National de la Légion d’Honneur” della Repubblica Francese. Voglio farle una sorpresa, per cui la prego di accomodarsi in quella stanza».

Entro in una grande sala e tra opere d’arte e un pianoforte ecco altre persone in attesa, tra cui alcuni amici: Stella Bertand Boudion, Thierry Maman, Guy Chouinard, accanto a Pierre-Yves Roussel, Pietro Beccari, Alessandro Sartori, Pierre Godet, Roland Faure, Pierre Souleil, Philippe Lefait oltre al figlio Antoine Arnault, oggi presidente Berluti, che ha raccolto il testimone di Olga e ha saputo interpretare i valori del passato nella contemporaneità. Dopo circa dieci minuti, ecco apparire Monsieur Arnault con Olga: immaginatevi lo stupore nel ritrovare nell’ufficio del presidente i suoi amici tutti insieme. Da pelle d’oca, emozione allo stato puro… Tutti gli occhi luccicavano commossi. Dopo l’applauso e i saluti, cala un rispettoso silenzio, il presidente prende un foglio e, recitando un nobile copione, con simpatia, fermezza e classe legge la motivazione e le appunta con cura l’onorificenza. Poi, tra baci e abbracci, un brindisi con Dom Pérignon, una lacrima e una tartina, festeggiamo il prestigioso riconoscimento raggiunto da Olga per la sua opera. Incredibile nell’incredibile, dopo la cerimonia, nel corso dei festeggiamenti Olga racconta a Monsieur Arnault, chi ero, cosa facevo e che cosa avevo fatto per Berluti in Italia. Il presidente sorride, la guarda e dice: «Madame Berluti, lo so, altrimenti perché sarebbe qui monsieur Botré questa sera?». La cosa che mi stupisce ancora oggi è quella di essere stato coinvolto ufficialmente in un momento privato di un colosso nel mondo del lusso, dove tutto sembrerebbe lontano dalla realtà, dove tutto luccica e affascina, dove però c’è anche spazio alla sensibilità, all’umanità, ai sentimenti e alle emozioni che partono dall’alto. Esempi che dovrebbero essere seguiti anche da chi parte dal basso.

Chi ormai viaggia lontano dalla realtà, diventando con il passare del tempo complicati e difficili da capire, sono i grandi chef, più o meno stellati, più o meno importanti, ma certamente ai più, ripeto, di difficile comprensione. Tutto quello che non capiamo tendiamo ad allontanarlo. Questo vale per tante cose e situazioni. Accade per i rapporti umani, per la politica o per la Formula 1. Così anche per gli chef, Arbiter oggi e Monsieur ieri ne hanno scoperti e provati a centinaia, (molti si facevano chiamare solo cuochi…). Sissignori, a centinaia, Andrea Grignaffini docet. Ma anche il sottoscritto ha cominciato a frequentarli tutti dal 1980, il mio «pusher» era un collaboratore d’eccezione, Edoardo Raspelli. Oggi questi bravi amici chef, che stimo e continuo a frequentare (pagando!), sono diventati degli artisti e andare a «mangiare» da loro è un’esperienza. È come recarsi al Palais-Royal di Parigi per vedere e nutrirsi dell’arte di Toulouse-Lautrec o al Poldi Pezzoli di Milano divorando la Madonna Litta di Leonardo da Vinci.

Ma quanti conoscono l’arte? E quanti conoscono e sanno apprezzare realmente i piatti creati dai grandi chef? Per capire il loro operato devi essere capace come loro, capire e amare tutte le materie prime come sanno fare loro, senza se e senza ma.

Sono molti gli amici e conoscenti che incontro e mi dicono che hanno mangiato male da Tizio e peggio da Caio. La feroce critica è direttamente proporzionale: più gli chef diventano famosi e cari, più vengono giustiziati. Peggio delle cravatte e delle scarpe! Mi rendo conto che molte volte possono avere anche ragione, non metto in dubbio il loro verdetto. Quindi un minimo di verità pur ci sarà. Due considerazioni, premettendo come questi chef siano diventati quasi tutti prime donne, arroganti, presuntuosi e autoritari come nel mondo dell’arte: la prima è che sono pochi i professionisti dell’informazione che si «calano» dentro la notizia, la maggior parte delle volte amano mettersi prima della notizia, più per incensare la propria «ego-cultura» attraverso la scrittura che per esaltare le doti dell’artista; la seconda è invece rivolta a chi si avvicina a certi piatti e tavole e che dovrebbe avere un minimo senso della cultura, del sapere che cosa c’è dentro un piatto, la consapevolezza delle difficoltà create, affrontate e superate per realizzare la pietanza, un minimo di apertura e passione per e verso il cibo e le materie prime. Per il buon Gualtiero Marchesi, piaccia o non piaccia questi chef sono per un motivo o l’altro tutti figli suoi, «i clienti peggiori sono gli ignoranti. Dice Toulouse-Lautrec che la cucina non è destinata agli incivili, ai rozzi e ai filistei». Così, da questo numero, privo di qualsiasi ideologia rovesciata, Arbiter passa dalla cucina tecno-emozionale a quella di matrice comfort-conviviale. Sceglieremo ogni mese il convivium dell’osteria e della trattoria, luoghi in cui intrecci di relazioni sociali, amicali, domestici o lavorativi fanno vivere e rivivere ricordi ed esperienze affettive. Come la cravatta, l’orologio il gemello e la scarpa. Senza emozione che Natale sarebbe

Tanti Auguri a tutti Voi Signori che appartenete alla Tribù di Arbiter!

Franz Botré