Editoriale
Febbraio 2019
DI Franz Botré
Tempo medio di lettura: 9' 40''

Per natura sono un appassionato osservatore. Quando cammino, al pari di quando guido, mi piace osservare e condividere con chi mi è accanto tutto quello che vedo e percepisco. Per esempio, in uno degli ultimi fine settimana, tornando da Venezia e andando dunque da est verso ovest, ero come sempre affascinato dal piacere che provavo nel guidare verso il tramonto. Ogni volta mi torna in mente (e dentro di me la canticchio) la canzone dei vecchi Nomadi: «Io sto guidando verso il sole, dove vado non so, scivola la strada e scompare dietro me… guardo i fili del telefono… vorrei telefonare a te…». Fantastico, che io sia a Monterey, a Mosca o, appunto, sulla Milano-Venezia, parte la Franz compilation delle mie canzoni e musiche preferite. È sempre una bella esperienza, i riflessi, le luci, le colline, gli alberi, i ponti, le chiese, persino le auto brutte nell’ombra e in controluce assumono la loro bella dignità. Se chiudo gli occhi, mi rivedo anche ora come fossi un soggetto inserito in una nobile tela del ’500. Quello che invece non sopporto più e, anzi, più passa il tempo e più faccio fatica ad accettare e condividere nella mia vita, è il mio essere in questo genere di società.

Ma qualche volta vi fermate e vi guardate attorno? La società del rumore, dei selfie, dei parvenu, degli arricchiti (ancora per poco), di quelli che vivono perennemente in tuta e scarpe da ginnastica, dei mediocri e dell’imperante tuttologia populista da bar (che 40 anni fa, proprio al bar, era anche divertente) ha preso il sopravvento su quella del silenzio, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Risultato? Un degrado totale: è una società del frastuono, dove tutto si vede, si sente e si sa, dove tutto è dovuto, dove nessuno sa e si ricorda nulla, dove per, e in nome della libertà, tutto si deve avere, tutto si può dire e tutto si può fare. Più vedo, leggo e osservo, e più mi sento lontano da questo Paese, diventato ai miei occhi irriconoscibile. Alla base di tutto c’è la grande «mala-educazione», l’ignoranza, ma soprattutto l’assenza totale degli insegnamenti dei valori da parte della famiglia. A farne le spese, prima di tutti, i figli.

La lacuna, anzi la voragine, sta proprio lì, nella famiglia, nelle madri (evito commenti fuori tema poiché mi servirebbero più pagine) e soprattutto nei padri. Uomini-ombra, invisibili, che hanno perso di vista il vero obiettivo, ossia la responsabilità di essere genitore, il dovere d’insegnare, di educare i figli con i no e con gli esempi di vita. Senza dimenticare la scuola, il liceo, ma queste eventuali e importanti responsabilità vengono dopo, molto dopo, dai 6 ai 16 anni. Anche se stanno facendo di tutto per andare contro natura, piaccia o non piaccia, i figli sono come una piantina che cresce e va corretta sin da piccola, quando spunta, altrimenti si sviluppa storta, deforme. C’è un passaggio significativo del libro di Friedrich Nietzsche Così parlò Zarathustra: «Al di sopra devi costruire. Ma ancor prima tu stesso devi essere costruito tetragono nel corpo e nell’anima. Non soltanto devi procrearti, ma creare più in alto di te! A ciò ti aiuti il giardino del matrimonio!». 

Ma i valori e gli esempi non possono essere solo raccontati, vanno vissuti, provati, portati come testimonianze e, soprattutto, insegnati. Affermare un valore e comportarsi in modo opposto azzera la credibilità. Si devono continuamente sviluppare i «fondamentali», in ogni momento della vita, facendo capire l’importanza del senso di responsabilità, del coraggio, della lealtà, dell’urbanità, delle tradizioni, di credere in se stessi ma di sapersi anche rimettere in gioco. Sempre con la massima trasparenza e onestà: si deve far capire ai figli che proprio questa è la vera ricchezza, il vero patrimonio culturale personale, da condividere con la società. Tutto questo deve diventare una telemetria naturale. Un obbligo per fare una manutenzione a se stessi, iniziando dal cervello, a tutte le età. Esattamente come i computer vanno aggiornati, così dobbiamo aggiornare e controllare con regolarità e senza bluffare la nostra materia grigia e capire il grado di performance dei miliardi di neuroni di cui disponiamo. Sin dall’infanzia il cervello registra, momento dopo momento, la vita 24 ore al giorno.

Accumula immagini, frasi, emozioni, input, alimentando un’immensa banca dati fatta di esperienze e di ricordi, che siano belli o brutti, buoni o disgustosi. Il cervello in seguito ci ricorderà in automatico tutte le esperienze e le informazioni che in un determinato momento possono tornare utili, esattamente come se ogni nozione fosse un file. Avremo così una risposta immediata per poter affrontare e superare qualsiasi difficoltà. Un capitale dal valore inestimabile! Barare sui valori non è solo affermare un principio a parole e comportarsi in modo opposto nella pratica, è anche giustificare acriticamente i comportamenti errati dei figli. Basta leggere i giornali o sentire le notizie dei telegiornali (cellulare sequestrato, professore picchiato…) per accorgersi del degrado, della maleducazione, dell’inciviltà che impera tra i giovani dai 6 ai 16 anni tra le mura di casa come nella scuola. 

Se ciò non bastasse, ascoltate le conversazioni di madri comari mentre con calma degustano un cappuccino al bar vicino alla scuola dove hanno accompagnato i loro coccoli (prima di andare in palestra, dal parrucchiere o a fare pilates?): ma di che cosa parliamo? Si dovrebbe ricominciare a educare per primi i genitori che, sempre più spesso, tendono a confondere la relatività dei valori con la loro essenza! Porsi costantemente dei dubbi su che cosa sia giusto o sbagliato è sinonimo di intelligenza, viceversa utilizzare gli stessi dubbi per giustificare qualsiasi comportamento è sintomo di degrado e di futura infelicità. In tutto questo, ritorna e ritrovo il coro quotidiano di questa società, di questa italietta da operetta. Non passa giorno che, nel corso di una colazione di lavoro o di una riunione, senta il solito coretto italiota: «… ma hai sentito cosa ha detto Salvini? E quel … (bip) di Di Maio? Non parliamo di quell’incapace di…!».

La mia risposta è sempre la solita: «Scusate, chi li ha messi lì e li ha votati?». Sapete che non ne ho ancora incontrato uno che dice di averli votati! Poi, seguo sempre dicendo: «Cari italioti, per essere paladini e partigiani della libertà dovreste mostrare più rispetto per quella parte d’Italia che li ha votati e che credono in loro. Poi, diciamo la verità, loro non sono altro che l’emanazione e il conseguente risultato del popolo che oggi abita, studia e vive in questa nazione! Ma guardatevi attorno, osservate come sta a tavola la gente, come si veste, come saluta, come rispetta l’ambiente e come rispetta le istituzioni? 

Fatemi un nome: chi dopo di loro? Noi siamo quel che siamo perché «da lì» veniamo e di conseguenza abbiamo ciò che meritiamo. Del resto, cari tutti, cultura, cinema, politica, televisione, giornali (periodici compresi) non hanno fatto altro che dare come esempi vite vissute verso l’alto, ma dai valori etici che sprofondano sempre più verso il basso! Quando faccio questo genere di affermazioni il tavolo si ammutolisce. Per avere un Paese colto, nobile d’animo e forse un giorno con politici di cui andare fieri, dobbiamo tornare a trasmettere a chi ci succederà sul palcoscenico della vita i valori dell’etica e del rispetto, questo è il dovere di un padre. Dovere da esercitare con l’esempio e uno strumento oggi abbandonato e in disuso: la disciplina. Valori, doveri e diritti da trasmettere da una generazione all’altra. Del resto, che cosa c’è di più nobile che donare il tuo sapere, i tuoi semi, a un figlio? Torniamo alla natura, quello che semini raccoglierai, come diceva mia madre, riprendendo un vecchio detto inglese: «La mela non cade mai troppo lontano dall’albero». 

Come dimostra Michelangelo Pistoletto, che ha seguito le orme di Ettore Olivero Pistoletto, il padre che lo ha nutrito di immagine e di storia umana raccontata attraverso l’arte, e che lo ha lasciato libero di scegliere il proprio percorso artistico. Sono nati così i Quadri Specchianti di Michelangelo, riflessi con il passato dove il padre è «il passato cromosomico e biologico anche in senso artistico», finché può accadere che il rapporto padre-figlio si trasformi in maestro-allievo ma a ruoli invertiti. Perché così è la scuola della vita, sempre pronta a interrogarti e a darti dei voti. La pagella? Per i padri sono i figli, ossia il tema di copertina di questo numero di Arbiter che Michelangelo Pistoletto ha interpretato in esclusiva per noi con la sua arte allo specchio.