Editoriale

Febbraio 2020

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 35''

Storytelling, location, brief, capsule, green, trendy, like, politically correct: non so voi, ma personalmente sono parole che nel momento in cui le leggo e le sento mi fanno cadere… le calze. Parole che vengono dette e scritte con convinzione, con enfasi, con quella pseudo-sicurezza che appartiene e contraddistingue quelli che della vita hanno capito tutto. Termini che ormai hanno invaso e conquistato il nostro vocabolario, i giovani e tutta la comunicazione in generale, al punto da essere ormai banali, scontati e, in certi casi, patetici. Ma ci sono altre parole che toccano da vicino il nostro mondo, quello legato alla bellezza, all’eleganza, allo stile, alla sartoria. Basta entrare in un sito di una sartoria (o pseudo), leggere una pubblicità o un giornale, o vedere in televisione un servizio legato in qualche modo alla sartoria per sentire parole come made-to-measure, bespoke, tailor made. Sempre più spesso mi capita di avere tra le mani biglietti da visita dove gli «esperti» di sartoria si dichiarano bespoke expert o master tailor, first class made-to-measure. Perbacco, è tanta roba. Solitamente quando leggo certi biglietti mi soffermo, guardo chi me lo ha porto e sorrido. Sì, sorrido perché vedo che il volano della sartoria, nel bene o nel male, è da anni ripartito. Sorrido anche quando leggo giornali e siti di esperti che, parlando di sartoria, mettono nel titolo la parola «fashion», oppure iniziano a scrivere l’articolo con «la sartoria oggi è trendy». Sorrido, ma sì, va bene, anche questo alimenta il mondo che voglio far riscoprire.

Un mondo da anni ormai inquinato da cialtroni che si spacciano per sarti, da assemblatori che montano come un puzzle giacche, abiti e cappotti (molti nell’Est) spacciandoli come capi su misura, fatti a mano e in Italia. Un giochino che sempre più attecchisce sui minchioni (vedi Treccani), uomini che hanno tanti denari, ma poca cultura e nessuna esperienza, che diventano prede di tanti quaquaraquà che girano per Pitti e per le grandi città con le giacche della comunione e i pantaloni stile acqua alta spacciandosi tutti come fondamentalisti napoletani della sartoria. Non sopporto più questo teatrino. È il momento di fare chiarezza. Ecco perché Milano Su Misura. Ho voglia di rimettere al centro i maestri della mente, della mano e della materia: i Sarti, quelli veri, con la «S» maiuscola. Dando tutta la considerazione e l’importanza che si meritano gli artisti dell’ago e del filo. Negli ultimi anni Arbiter ha conosciuto, visitato, fotografato e provato più di 100 sarti, da Trento a Trapani, da Torino a Venezia. Ora è arrivato il tempo kairós, quello di riunirli tutti in un certo luogo per un certo periodo, affinché tutti possano percepire l’importanza sociale, culturale e creativa di questo settore, che possa far nascere all’interno della categoria una nuova coscienza che vada oltre le sigle associative. Una consapevolezza che premi e metta in risalto il genio e l’abilità che fanno della sartoria un laboratorio di vita, dove si costruiscono uomini e non solo abiti. È il momento di dimostrare al mondo l’esistenza di un gusto italiano, nato da radici salde e profonde, che nel tempo hanno saputo generare frutti di grande qualità, oggi come allora. Ecco perché Milano Su Misura. In queste settimane ho avuto tante occasioni di incontrare, di comunicare telefonicamente o via mail con tanti sarti d’Italia: persone belle, piacevoli, immensamente ricche di un patrimonio inestimabile fatto di talento, saggezza, personalità, tradizione, cultura, esperienza ma spesso difficili e unici. Le conversazioni con loro lo dimostrano: così, per esempio, «…Le dico la sincera verità: in Italia tutti si professano grandi Maestri ma solo in pochi, tra cui me, possiamo dirci tali, dopo non meno di 40 anni di bottega!», oppure, sulla stessa lunghezza d’onda, «Non perché io voglia parlare male degli altri ma, come faccio io la giacca, non la fa nessuno!». Se poi andiamo sul tecnico: «Tutti dicono di fare il vero fatto a mano, poi però il crine lo incollano. Io invece, punto per punto, unisco il canvas al tessuto. Ma Lei lo saprà già che in Italia siamo meno delle dita di una mano a saper fare ’sto lavoro!». E poi quelli che si infervorano: «Ma quale su misura! Qua, oltre me e pochi altri, o forse solo oltre me, nessuno realizza il cartamodello per ogni singolo cliente! Gli altri partono da abiti già belli e fatti e al massimo li aggiustano addosso. Questa non è sartoria». O che, appena possono, parlano male dei colleghi: «Qualche volta mi è capitato di modificare giacche di altri sarti, vendute come fatte interamente a mano. Ma quale fatte a mano?! Internamente tutte cucite a macchina e il cliente fesso e contento. Solo noi cuciamo anche i punti interni ribattendoli, punto dopo punto, con ago, filo e ditale!». Addirittura, un colpo di scena: «Guardi, io sono come Mina: se va a Sanremo non compete ma al massimo si esibisce!». Sarà difficile, ma non impossibile, riunirli e farli dialogare. Una bella sfida. Ecco perché Milano Su Misura.

Venerdì 10 gennaio Arbiter ha perso un grande amico: Fredi Marcarini mi è sempre stato vicino sin dal 1991, quando gli commissionai il primo servizio fotografico, poi dal 2001, quando creai Monsieur e Spirito diVino, ci è sempre stato vicino, giorno dopo giorno divenne parte della redazione. Era bello vederlo gironzolare tra una scrivania e l’altra, quando non aveva impegni passava ore parlando della vita, del digitale, delle donne, del cibo, con lui il fedelissimo Mirtillo. Faceva capolino sulla porta del mio ufficio, senza farsi sentire né vedere, scrutava come ero messo, solitamente mi faceva alcune  foto di nascosto e, se scoperto, entrava salutandomi militarmente: «Tutto bene comandante?». Fredi non era per tutti e non si svelava a tutti, dietro a quella maschera da burbero, da duro, da menefreghista, che per alcuni rasentava la maleducazione e l’arroganza, si nascondeva un uomo tenero, sincero, generoso, sensibile, romantico, un grande artista della pittura del ’500 che al posto dei pennelli usava le macchine fotografiche e da anni l’iPhone. Non è un caso che creammo l’inserto Løcked. Che il nocchiere fischi l’otto alla banda, Fredi Marcarini ha lasciato la nave.

Franz Botré