Editoriale

Giugno 2019

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 35''

C’è qualcosa nella vita che va ben oltre il Dna e le impronte digitali, è un qualcosa che ci rende unici, diversi, tutto è racchiuso in un termine, in un sostantivo femminile: l’identità. Valore inattuale, che oggi gode sempre più di dubbia fama e reputazione, di cattiva stampa per le sue riflessioni etiche e politiche. Messa alla gogna da questa società composta da una minoranza di perbenisti che frequentano abitualmente i salotti televisivi o le case di buonisti e di radical chic, e da una maggioranza che unisce la religione all’ideologia di sinistra, a tutti i costi illuminante, progressista, politicamente corretta, intrisa di ottusità e faziosità della stirpe dei cattocomunisti (è dal ’76 che mi sono tra le scatole a menarla!). Il risultato è l’essere diventati tutti uguali, sino ad arrivare allo sdoganamento del pensiero unico, per legge. Dal ’68 in poi, la società a furia di tagliare lacci, fare a pezzi regole e valori, incenerire il rispetto, l’educazione, la pertinenza e le buone maniere, ha finito con il segare l’albero su cui era cresciuta e si era fortificata. Con estrema leggerezza e disinvoltura abbiamo messo e gettato in un cestino il valore dell’autorità, della famiglia, della patria. In 50 anni abbiamo reciso 2mila anni di storia e cultura, radici fondamentali per poter crescere. Siamo diventati fragili, flagellati come piantine dalla tempesta e dalla troppa libertà conquistata nel nome dell’individuo, rivendicando quotidianamente i diritti ma dimenticando i doveri. All’inizio della vita partiamo tutti diversi per ritrovarci poi nel tempo tutti uguali, nel vestire, nel mangiare, nel parlare, nel pensare, nell’omologarci tutti sugli scivoli facili del pensiero dominante che ci ha spinto e portato verso una massificazione generale. Un errore fatale del mito anti identitario, che induce a dimenticare e rimuovere il senso etico, fondamentale invece per un’identità collettiva, sociale e comunitaria. Come ciò non bastasse, assistiamo passivi alla dittatura di Amazon, Facebook e Google che ci confezionano su misura un loro mondo, con i loro prodotti, i loro riti, le loro «notizie». Alla fine compriamo da loro e, quel che è peggio, finiamo per pensare come loro, ragionando come se fossimo dei loro cloni.

 

Tutti felici e contenti di essere e di diventare tanti «liberi» minchioni, inteso come aggettivo e sostantivo maschile, pensando di vivere una vita futura aperta sul mondo, progressista, rivoluzionaria, come un totem rivolto verso l’alto, senza capire che in realtà ci stanno spingendo e schiacciando sempre più giù, verso il basso. Non coltivo nostalgie fuori dal tempo, anzi, amo vivere i valori del passato nella contemporaneità, sempre, in tutto ciò che faccio tranne una: se tornassi al 1848 farei di tutto per stare con «Cecco Beppe», dando del mio meglio per creare una Nazione che da Milano arrivi a Monaco in Baviera, passando da Verona, Venezia e Vienna. Non sono nemmeno pessimista, anzi, ma mi piacerebbe avere un governo e uno stato che tutelino e preservino l’identità collettiva italica dalla becera e furba faziosità delle aggressioni camuffate da «tendenze» della digitalizzazione che ci piombano addosso quotidianamente. L’identità, quella personale, resta ancora uno dei pochi scudi protettivi dagli attacchi e dalle contaminazioni per non soccombere. L’identità la si costruisce col tempo, è un processo che inizia sin dalla nascita, si svolge e si alimenta giorno dopo giorno, anno dopo anno, nei rapporti che si hanno con gli altri, con il mondo che ci circonda. Non finisce al termine dell’adolescenza, né al raggiungimento della maggiore età, perché il processo prosegue lentamente per tutta la vita, sino alla fine dei tuoi giorni. È dettata da una coscienza etica interiore, vera, coerente, a cui non si può mai mentire né fingere, né la si può ingannare. Il senso di identità stabile e coerente è una delle condizioni essenziali per sentirsi vivi. Così quanto il modo di affrontare i problemi e la cultura, di comunicare con il prossimo, di ragionare; gli interessi, la nostra conoscenza, le nostre idee e le capacità sono alla fine un punzone che certifica quello che eri, che sei e che sarai in futuro. Il senso di identità è altresì legato ai luoghi che fanno parte della nostra vita, luoghi in cui noi pensiamo di avere avuto un ruolo, dalla casa ai genitori, all’aria che abbiamo respirato e all’acqua che abbiamo bevuto, mogli, figli, dalla scuola agli insegnanti e compagni, dal mondo del lavoro ai superiori, ai colleghi, ai nostri hobby, le città e il quartiere dove abitiamo o abbiamo abitato.

 

La forza del senso di identità passa attraverso la quantità delle esperienze e cambiamenti che abbiamo fatto, vissuto e maturato nella vita, unita alla consapevolezza che abbiamo avuto e imparato da queste esperienze. Si può cambiare nel tempo rimanendo fedeli e coerenti alla propria identità. So perfettamente di cosa parlo, l’ho capito e imparato (per ora) sulla mia pelle, quest’anno a settembre farò 50 anni di lavoro e dopo aver cambiato 17 posti di lavoro (senza mai fare un giorno da disoccupato, trovo un insulto al Dio Lavoro i 780 euro regalati ogni mese per il reddito di cittadinanza), tre mogli, dieci case, otto compagnie di amici, so cosa è il valore dell’identità, senza di lei non avrei fatto nulla, sprofondando nella palude della noia. Nemica di uomini come Niki, il Signor Lauda, come lo chiamavo, che di identità ne aveva da vendere. Per la sua compagnia aerea, la Lauda Air, capitanata dall’ad Andrea Molinari, creammo Roger, la rivista di bordo, cinque anni bellissimi sempre con la testa per aria seguendo nei cieli del mondo le evoluzioni del pilota-comandante Lauda. Un altro uomo di forte identità è il protagonista della copertina di questo numero, Alberto Sordi, firmata da Barbara Nahmad. L’Albertone Nazionale ha incarnato negli anni del boom economico l’aspirazione dei nostri connazionali a uscire dalla mediocrità dell’Italietta anni 50. Un’aspirazione nobile negli intenti, spesso goffa, ridicola e patetica, ma aveva solo anticipato i tempi di questa Italia da operetta.

Franz Botré