Editoriale

Giugno 2020

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 10' 50''

Da bambino una delle canzoni che sapevo e che mi riempiva di gioia cantare era Nel blu dipinto di blu, interpretata da Domenico Modugno. Soprattutto il ritornello: «Volare, oh, oh / Cantare, oh, oh, oh, oh / Nel blu dipinto di blu / Felice di stare lassù / E volavo, volavo felice più in alto del sole ed ancora più su / Mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù / Una musica dolce suonava soltanto per me…». Sarà perché ero piccolo, perché il blu è il mio colore preferito, perché vivevo in Svizzera, a Losanna, quella canzone mi carpì. La feci mia, mi presentava ai coetanei, senza nessun dubbio, come italiano senza se, senza ma. Volare era diventata la mia musica, quella che canticchi tutti i giorni e, all’occasione, anche a squarciagola. La cantavo correndo in riva al lago, lungo la Quai d’Ouchy a braccia aperte, tese come ali, spaventando i cigni, facendo virate repentine e scivolate d’ala con orgoglio. Volevo che tutti quelli che incontravo per strada, che frequentavo all’asilo, al parco giochi sapessero che, io, ero un italiano.

Agli inizi degli anni 60 mia madre decise di rientrare in Italia, andammo ad abitare a casa dei nonni, a Bresso, all’epoca grande poco più di un paese, con 4mila anime. Bresso, perché mio nonno dal ’33 lavorava alla Sant’Agostino (calze) a Niguarda: tra i due centri abitati solo campi, canali, nebbie e la trattoria California, quella di Buffalo Bill. Li univano le rotaie, quelle del vecchio tram, che da via Carlo Farini, a Milano, andava a Seregno. Mia nonna, dal ’35 era la sarta della caserma del campo volo della Regia Aeronautica, presso l’aeroporto di Bresso; prima scuola di volo militare e campo di collaudo per gli aerei Breda e Caproni. Sino al ’45 fu sede di tre stormi da caccia incaricati della difesa aerea di Milano. Dal ’40, quell’area, che da Bresso va verso est, fu per anni bombardata a tappeto e spesso mitragliata. In un raggio di otto chilometri, a nord, nord-est di Milano, potevano essere colpiti la base aerea militare, la Breda, la Caproni, la Pirelli, la Magneti Marelli, la Falck, la Campari, lo scalo di Greco e altre decine e decine di aziende. Di quel periodo, molti sono gli aneddoti e le storie che mia madre, allora tredicenne, negli anni mi ha raccontato. Tra la casa dei nonni e l’ingresso della caserma c’erano poco più di 500 metri, in mezzo si trovava la cascina e 200 metri dopo l’immenso cancello d’entrata, con due enormi aquile ai lati e i militari di guardia. La nonna decise di trasferire la sartoria a casa, troppo pericoloso rimanere all’interno della struttura. Mi raccontava delle corse fatte avanti e indietro per portare uniformi sistemate, rammendate, lavate e stirate agli ufficiali, di quelle tra i campi per andare a prendere il latte fresco alla cascina e di quelle con il cuore in gola per raggiungere i rifugi e sfuggire alle bombe. Ricordava sempre le attenzioni, l’educazione, spesso maniacale, che avevano certi ufficiali di rango, veri cavalieri dell’aria, italiani o tedeschi, nei confronti degli abitanti del cortile e dei bambini: «Quando venivano in sartoria, spesso si fermavano un paio d’ore per le prove, i ripassi, le modifiche, si mettevano in libertà e giocavano con noi come bambini o tanti papà». Quando arrivai a Bresso, la casa era più o meno la stessa.

Non abitavamo più a pian terreno, ma al secondo di una di quelle vecchie case di ringhiera lombarde. L’ingresso dell’appartamento era rivolto a est, a 400 metri di distanza si potevano vedere gli hangar dell’Aero Club Milano con la loro palazzina e quella del distaccamento militare dell’Aeronautica di piazza Novelli, all’ingresso del campo. Sullo sfondo i bunker, rimasti, malgrado tutto, ancora intatti, con le macerie di quello che rimaneva della caserma. In mezzo, il nostro orto, la vecchia cascina, con ancora le mucche e i fienili rigonfi, i canali delle rogge del Villoresi. Più in là, dopo il campo d’aviazione, la base della Ral, l’aviazione leggera dell’esercito, con gli elicotteri e i ricognitori, poi le vecchie strutture della Breda, della Caproni e in fondo, verso Sesto San Giovanni, i grandi complessi industriali della Falck, della Pirelli. Se invece mi affacciavo alla finestra della stanza da letto, guardando a ovest, dopo le rotaie (sotto casa c’era ancora il vecchio tram), la strada e un muro di cinta, dietro potevo vedere parte della pista di collaudo e la fabbrica della Iso Rivolta. Ero tra due camere di scoppio detonanti. Da una parte il rombo dei motori radiali, stellati o in linea di 6 o 8 cilindri, dall’altra la musica cupa di moto 4 tempi da 125, 150 e 175, o quella «pernacchiante» dei motori 2 tempi da 236 cm3 con 9,5 cavalli della mitica Isetta, un progetto e un’idea, ancora oggi, geniali e rivoluzionari. Anni dopo fui stregato dalla sinfonia dello Chevrolet, l’8 cilindri a V da 5.350 cc. per 340 cv della Iso Rivolta Gt. Sta di fatto che i motori, per un verso o per l’altro, hanno sempre composto la musica della mia vita.

Guardando a est, fui affascinato dalle acrobazie ed evoluzioni di un grande pilota, Roberto Crippa. Creativo, artista, pittore, con Fontana, Joppolo, De Luigi, Dova, Carozzi e Peverelli fu uno dei fondatori del movimento spaziale. Con i suoi aerei, il Bücker, un biplano tedesco, monomotore, biposto da addestramento, e con il cecoslovacco Zlín, un monomotore, monoplano biposto da addestramento, dalle grandi capacità acrobatiche, disegnava e dipingeva nello spazio aereo di Bresso opere uniche, che rimarranno per sempre in me. Ogni volta che sentivo i suoi motori correvo fuori con il naso all’insù a guardare i suoi dipinti, rimanevo ore in contemplazione ad ammirare le tracce astratte che pennellava nel cielo. Su, su in alto verso Sesto San Giovanni, Cinisello e poi giù in picchiata verso la Breda, la Caproni, disegnando ampi e piccoli otto, looping, tonneau, virate e viti rovesciate, accompagnati dal canto del suo motore, dall’urlo dei fuori giri, dal silenzio glaciale del motore spento appeso nell’aria alla manetta spinta al massimo a pochi metri dal suolo. Che emozione, che brividi. Negli anni lo seguii in religioso silenzio, dal ’62 al ’72, all’epoca avevo 17 anni. Cambiammo casa e con mia madre andammo ad abitare proprio di fronte al campo volo. Al mattino potevo sentire e vedere l’alzabandiera degli avieri della Vam. Quando potevo mi addentravo furtivamente (era vietato) tra le macerie, i bunker a cercare oggetti bellici, spesso si potevano trovare schegge di bombe, di auto, o scarpe e cappelli d’aviatore a bustina. Altre volte andavo negli hangar dell’Aero Club a osservare con il signor Vannini, uno dei grandi meccanici, gli aerei. Qualche volta ho visto lui, il Crippa, con il suo inseparabile giubbotto di pelle controllare l’aereo, parlare con i meccanici. Ricordo come fosse ieri la prima volta che lo vidi, mi emozionai. Avrei voluto chiedergli come diventare bravo e coraggioso come lui, se lui era un pilota militare, se durante la guerra volava già nei cieli di Bresso, domandargli migliaia di cose, ma dopo un timido «Buongiorno Signor Crippa» feci scena muta. Era domenica pomeriggio del 19 marzo, avevo da poco finito di pranzare, ho riconosciuto le note della sua musica, mi sono precipitato sul balcone a vedere i dipinti che avrebbe creato con il suo Zlín. Come sempre parte nel cielo alto e poi giù, pancia a terra verso Cinisello e poi in accelerazione a vite verso lo spazio e poi in picchiata verso la Caproni, la Breda, Sesto San Giovanni. Poi il silenzio. Nel seguire le figure, i dipinti, pensavo di aver perso la testa, la concentrazione, il senso d’orientamento, invece, dopo qualche minuto, da dietro la Caproni, verso Sesto, dai campi si alzò un fumo grigio, sempre più nero e denso, che in breve tempo offuscò per sempre il quadro e la vita dell’artista.

Sarà per Modugno, per Volare, sarà per i racconti di mia madre sui piloti di Bresso, sarà per Crippa, o per tutto ciò che ho letto sul volo, quello ch’è certo e che posso dire è che io da sempre sogno di volare, allora come oggi. Certe volte questo volo è così reale, che mi viene voglia di provare. Sono come un piccolo aliante che a braccia aperte sfrutta le correnti ascensionali per salire più in alto possibile, per poi virare di 45° a dritta, chiudere le braccia a delta e scendere in picchiata verso terra a velocità supersonica, sfiorando con il mento e la punta dei piedi le cime degli alberi. Non è un volo per elevarsi spiritualmente, per lasciare il materialismo puntando verso il divino. È voglia di libertà, di giustizia, di ordine, di disciplina, di onestà. Non è neppure per ricordare la mia infanzia, per volare tra le braccia dei miei genitori. Sono piuttosto voli liberatori, per scrollarsi di dosso i vincoli e le oppressioni di persone che mi vogliono imporre la propria volontà dettata da questa becera società. Sempre più asfissiante, che limita i miei obiettivi e la velocità per raggiungerli. Ogni volta che faccio fatica a decollare e non riesco a prendere il volo, vuol dire che qualcosa attorno a me non va. Che ci sono persone negative e congetture che cercano di tenermi forzatamente a terra, di ostacolarmi o, peggio, di abbattermi. È esattamente la lettura della cartografia aeronautica dell’Italia di oggi. È allora che scocca la scintilla che ogni notte, da qui a tre mesi, mi incita e ordina di decollare, di puntare con coraggio verso l’alto, per oltrepassare la troposfera, per andare oltre, più su, puntando alla stratosfera, se serve fino allo spazio e l’infinito. Guardandomi attorno in questi mesi vedo solo gente spaventata, confusa, arrabbiata, persa e smarrita nel tempo di questa cosa che hanno chiamato pandemia. Basta, è ora di svegliarsi. Dobbiamo tornare tutti a volare, a guardare in alto, a credere, sognare e progettare. Dobbiamo spiccare un nuovo volo per riprenderci la santa libertà! Librarsi nel cielo sulle ali dei valori etici e della patria. Ora più che mai, prima che questi incapaci ci abbattano tutti! Come accadde al condottiero dei cieli che in volo divenne un eroe. Alpino, ministro dell’Aeronautica, Italo Balbo fu finissimo e sagace rivoluzionario, ma soprattutto un coraggioso aviatore. Come Dedalo e Icaro, come Leonardo da Vinci e Gabriele d’Annunzio, uomini che non si fermavano, volavano sempre oltre. Perché volare è volere.

Franz Botré