L’editoriale di ottobre 2018

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Nei modi di dire esistono immense verità. Uno di questi l’ho sentito, letto, analizzato, elaborato e alla fine con spregiudicata realtà, sin dalle medie, fatto mio. È la famosa metafora del bastone e della carota. Che non è quella che tutti pensano provenga dal mondo contadino legata alle fatiche degli animali da soma, così come non è l’espressione utilizzata da Winston Churchill nel discorso fatto nel ’43 riferendosi alla resa degli «asini italiani» («…a carrot and with a stick»). Come nemmeno è quella che molti applicano nella gestione del potere, in politica, nel mondo del lavoro.

 

La mia interpretazione nasce dalle mie necessità, e dalla creatività applicata al modo di dire (sempre inglese) degli inizi del ’900 «carrot on a stick» che ha un significato ben preciso, quello di legare in cima a un bastone una carota facendola penzolare davanti agli occhi di un asino (anche se, con tutto il rispetto per l’asino, vista la massa di lavoro svolto, trovo più appropriato e vicino a me il sacro mulo), che per cercare di raggiungerla e mangiarla, continuerà a inseguirla camminando con determinazione e senza esitazioni sino alla fine dei suoi giorni.

 

A volte il bastone non serve neanche… Avevo poco più di cinque anni, ma già avevo avuto il presentimento che la mia vita sarebbe stata tutta in salita. A meno che… Passò poco e ne ebbi la certezza, la mia vita sarà tutta in salita! A meno che… Questa congiunzione restrittiva dell’amenoché, mi andava stretta, la vivevo e sentivo come un’eccezione negativa al mio futuro. Voleva dire accontentarsi e appagarsi di quello che la vita, la scuola, la famiglia e il lavoro ti potevano dare e offrire. Il tutto direttamente proporzionale alla tua posizione sociale di nascita, siglando sin da piccolo un patto con il destino.

 

Quella situazione non mi piaceva proprio per niente, per la mia testolina era una proposta di un contratto con la vita inaccettabile. Ero pervaso da un forte senso di insoddisfazione per il presente, mi soffocava. Piuttosto che sopravvivere nella palude della mediocrità era meglio morire. Lo pensai. Ma non ho paura della morte, vado oltre, conscio che siamo di passaggio, che abbiamo una missione e con la consapevolezza di non voler essere eterno. Mi ribellai con tutte le mie forze al destino. Sì, ma come fare? Da dove cominciare? Fu di immenso aiuto l’educazione avuta da mia madre e gli insegnamenti saggi e per certi sensi drammatici ricevuti da Don Antonio Caneva. Dalle sue mille metafore ed esperienze, sia positive sia negative, trassi grande forza, tenacia, credo e lucidità. Era il settembre del 1969, mi legai la prima carota su un bastone di campagna: trovare un lavoro che mi piacesse.

 

Di necessità virtù. La misi penzolante a quattro dita dal naso, senza mai perderla di vista, come un cecchino cominciai a seguirla, nitida, nel mirino. Presa! Iniziai a lavorare come apprendista tipografo. Con il passare del tempo le carote professionali divennero due, poi tre, poi quattro e avanti così sino alla settima, all’ottava. Nel frattempo negli anni dal bastone arrivavano d’ufficio anche delle belle mazzate, imparai a gestirle, schivarle, incassarle, ridarle, soffrendo sempre in silenzio, senza mai condividere con niente e nessuno i successi come gli insuccessi. Trovai il giusto equilibrio e soddisfazione con me stesso per le scelte fatte, per come crescevo, per come poco alla volta stavo plasmandomi. Sentii la necessità di andare oltre, sempre, di sfuggire all’appagamento momentaneo e alle certezze del presente, definendo carota dopo carota il mio futuro. Inseguendo maniacalmente in tutto ciò che penso e faccio l’emozione, la qualità, l’eccellenza della vita. O almeno ci provo. Non mi appartengono e non mi interessano i riti, le tendenze, le mode, la ricchezza, i luoghi comuni. Così come non mi interessa la quantità del tempo vissuto. Viceversa, ricerco e sono sempre più affascinato dalla sua intensità e dalla sua qualità.

 

Anno dopo anno ho così legato al bastone tante altre carote come la libertà, la Patria, l’amore. Seguendo sempre le mie emozioni, che sono e restano omaggi di una magica e sensibile alchimia che unisce l’uomo alla natura, vere bussole per poter interpretare e tracciare rotte sul futuro. Bussola che ho nel tempo imparato a conoscere, interpretare, ascoltare e rispettare, la stessa che sempre più spesso mi spinge in un mare contro corrente, contro vento, in una società dall’alto al basso e dal basso verso l’alto ipocrita, svogliata, maleducata, arrendevole e codarda. Per fortuna mi sono creato nel tempo un antidoto, anticorpi che, come consigliano i medici, prendo ogni giorno, prima e dopo i pasti. È la mia adrenalina, naturale, quella sana che nasce dalla passione, dal credo, dall’amore per la famiglia, per un cane, per la professione, sostenuto ed esaltato dal forte senso di una disciplina ferrea, camminando sempre con passo svelto e il volto fiero, carota dopo carota, verso la rotta tracciata, senza mai perder tempo né annoiarmi, perché non c’è nulla nel presente che mi possa far sedere, appagare e distrarre: dall’ego al successo, dal denaro alla smania del possedere. Della serie guardiamo e andiamo oltre.

 

Sempre con i piedi per terra, conscio di essere il due di picche dell’editoria, conscio che ciò che sto facendo non è nulla. Sto semplicemente facendo quello che esattamente facevo 50 anni fa, sono gli altri che hanno cambiato il modo e i modi di fare. Molti sono i lettori che mi scrivono, telefonano o che incontrandoli casualmente in un ristorante (come un mese fa a Creta), in aereo (come sul volo per Hong Kong) o per strada (ovunque) mi riconoscono, fermano e ringraziano per ciò che faccio e mi chiedono di poter fare una foto con loro. Con soddisfazione arrossisco e ringrazio, conscio che non sto facendo nulla di eccezionale. Sto solo semplicemente, come un mulo, percorrendo il mio sconnesso sentiero, delimitato da due robuste staccionate, quella della perfezione e quella dell’ossessione. Passo dopo passo, tra una carota amara e una dolce, una bastonata e una carezza, cerco di andare oltre e fare quel passo in più. Quello che sto facendo non chiedetelo a me, chiedetelo tra 20 anni ad Alessandro e a Cecilia.