Editoriale

Maggio 2019

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
-
Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 8' 5''

Mi capita spesso nei pranzi di lavoro di sentire amministratori delegati, direttori marketing e pr esprimersi in visigoto: su 100 vocaboli ne usano 50 italiani, 45 inglesi e, per sottolineare la loro posizione e status, 5 francesi. Cavolo, capisco subito chi ho dinnanzi. Dai, fate i bravi, o parlate in inglese o in francese o, meglio ancora, visto che al tavolo ci sono solo 5 poveri pirla italiani, beh, in italiano. Poi, se proprio volete fare i primi della classe, consiglio il latino o, meglio ancora, il greco.

Sarà forse perché non sopporto la moda dell’uso improprio dei termini inglesi, ma negli ultimi tempi non sopporto la parola gay. Cosa vuol dire? Sono Uomini con gusti diversi dai miei, punto e a capo. C’è chi non ama la carne e preferisce il pesce, c’è chi preferisce la montagna e detesta il mare e ci sono anche uomini che amano solo gli uomini. E allora? Ci sono sempre stati, picchi fritti loro, ognuno è libero di fare e scegliere con chi stare e donare amore. Vivi e lascia vivere. Questa è una ferrea regola di vita che mi accompagna da 64 anni. Conosco e frequento molti di loro, condividiamo l’eleganza, il pensiero politico, sociale, la cultura, la famiglia, il cibo, le auto, i cani, spesso siamo d’accordo anche sulle donne. Poi, nel privato, ognuno ha la sua vita, la sua intimità. Ognuno rispetta l’altro. Non ho mai avuto discussioni e battibecchi con loro, già dal collegio, nel mondo di giovane lavoratore, nei due anni di militare. Li ho sentiti nominare e soprannominare in varie declinazioni della lingua italica, da Milano a Roma, da Bari a Palermo.

Che fossero vicini di banco in aula, di branda in camerata e di scrivania in redazione, non ho mai avuto nulla da ridire, né contrasti o problemi di alcun genere. Eppure, c’è qualcosa che non mi torna, lo sento, lo vivo sulla mia pelle. So di essere controcorrente, non ci posso fare nulla, è la fortuna di essere un uomo libero, direttore di un giornale non omologato, quindi sentire parlare di Gender mainstreaming measures o di Sogiesc (Sexual Orientation, Gender Identity and Expression, and Sex Characteristics), m’indispone solo a leggerlo! Come posso allora stare zitto quando noto che le persone con «gusti diversi» dai miei, quelli più integralisti, esibizionisti e frustrati dalle ingiustizie del tempo, vogliono affermarsi e rivendicare il loro status? Hanno il controllo assoluto (più dell’80%) del mondo della comunicazione, del design, della moda, del marketing, delle pianificazioni pubblicitarie.

In questi ultimi anni, più che una lobby sono diventati una vera e propria dittatura. Armata d’arroganza, disprezzo, potere, mimetizzata sotto forma di pseudo-cultura progressista, figlia del web e cugina dei social, è una dittatura occulta, pettegola, «vanytosa», con lingua biforcuta, affilata come un rasoio contro il volere della normalità degli altri. Quindi perché stupirsi di tutte le polemiche esplose prima e dopo il Congresso delle Famiglie a Verona? Perché tutto quello starnazzare d’aia sulla famiglia? Eppure le regole della natura sono semplici. Perché andare contro natura?

Basterebbe seguire con un minimo di cultura etica i quatto sostantivi, due maschili e due femminili, per avere la formula corretta di vita: Onore, Patria, Famiglia e Dio. Tutto il resto è altra cosa. Potrà essere poesia, amore, letteratura, se vi piace. Ma non certo Famiglia. Quello che stanno delineando gli altri è un mondo che non mi appartiene, sempre più diverso e distante dal mio concetto di essere Uomo, non rientra nei miei codici di vita. Non mi piace ciò che progettano e creano per alcune aziende. Non mi piacciono i materiali scelti, i colori, le forme, persino le pubblicità. Non mi piacciono e non compro più le macchine, le giacche, i pantaloni, le scarpe, gli orologi che questi signori disegnano. Ci vogliono incartare e legare tutti come tanti minchioni (vedi Devoto Oli). No, grazie! Molti proprietari di aziende da me criticati sottostanno a questa dittatura, socchiudono gli occhi guardando il cielo, aprono le braccia come se recitassero il Padre Nostro: «Ma… ma devo lasciarli fare, la moda… la tendenza… è questa». Questa? Ma sino a quando? E quanti uomini come me cancelleranno domani il tale logo dalla loro memoria, dal loro armadio e cassaforte? Mentre tutto questo è in atto, una certezza c’è: i redattori, gli autori e i lettori di Arbiter manterranno a oltranza le proprie posizioni. Su una rivista maschile come Arbiter non serve spiegarle.

Partiremo dalla sostenibilità di una tesi, quella che l’unico comportamento tanto importante per la specie umana quanto assente in quella animale è Vestirsi. Indosso dunque sono. Dalle giacche ai pantaloni, dalle cravatte agli orologi, dai pigiami ai soprabiti, il guardaroba dell’Uomo, quello orgoglioso di essere e mostrarsi tale, è un patrimonio dell’umanità. Da tutelare oggi quanto il panda e la tartaruga. È per questo che ho voluto Vestirsi Uomo. Nasce dall’esperienza e dal censimento di oltre 500 uomini che il giornale negli ultimi 18 anni ha raccolto a sé. Uomini che hanno commissionato più di 80mila abiti, oltre 30mila paia di scarpe, 100mila camicie, tutto rigorosamente su misura e fatto a mano. Senza contare paltò, soprabiti, ombrelli, sigari e sahariane. Così nasce Vestirsi Uomo, dalla competenza e sapienza dell’Avvocato Giancarlo Maresca.

Un trattato a puntate, per far comprendere i linguaggi e le differenze tra l’eleganza e la moda, tra lo stile e il fascino, tra la raffinatezza e il dandismo, tutti vocaboli che hanno qualcosa in comune, in quanto connessi a fenomeni estetici, visti raccontati e declinati attraverso i capi che scegliamo, compriamo e indossiamo con pertinenza ogni giorno. Ricordandoci che lo scenario estetico si estende in ogni direzione e che noi abbiamo la facoltà di creare e di possedere la bellezza, ma non dimentichiamoci che l’eleganza possiamo solo evocarla o riprodurla. Tenendo sempre vivo lo stile personale, ossia il nostro codice segreto e l’impalcatura che reggono l’eleganza. Attenzione a cattedratici e professoresse in gonnella i quali con l’indice sentenziano che l’eleganza sia quella che non si nota: dietro queste affermazioni ci sono mille verità nascoste e non dette, la verità è che l’eleganza è tale quando ciò che si nota non è l’abito, ma l’Uomo.

Prenderemo a ragion veduta sempre le debite distanze dai tiranni e dalle dittature che illudono i loro «sudditi» di poter far credere a loro volta di appartenere a un gruppo per il solo fatto di indossare un certo capo, in un certo modo, e in un certo contesto. Dimenticano (?) però che è solo l’abito su misura a mettere in scena la persona nel teatro del mondo. L’alto artigianato diventa opera d’arte, ed ecco la copertina di questo numero di Arbiter, firmata dallo scenografo Cristian Arbasi, dove pittura, teatro e alta sartoria si intrecciano sul palcoscenico per celebrare le eccellenze italiane. Dunque, che si alzi il sipario sull’Arbiter Elegantiarum.

Franz Botré