Editoriale
Marzo 2019
DI Franz Botré
Tempo medio di lettura: 8'

La mia generazione, quella del 1955, non è stata educata al cospetto e al rispetto della natura.

Lo confesso senza se e senza ma. Per contro ho avuto la fortuna di avere una madre vera, profondamente convinta e felice di assolvere quotidianamente alla funzione di educatrice. Dopo di lei, ho avuto il severo ma saggio Don Antonio Caneva. Alla fine delle medie, dopo anni passati alla casa natale Pio XI, ero un principino. Educato, a modo, preparato e forgiato a dovere per affrontare la vita. Istruito dalla tanto contestata scuola nozionistica (per fortuna!) negli anni attaccata, criticata e rimescolata con e da varie forme cromatiche «culturali» e ideologiche del cavolo, un po’ blu, poi rosse, poi verdi, poi rosse, poi gialle, poi rosse, un arcobaleno, ma sporco; un vero caos.

L’antinozionismo ha generato per 50 anni un’enfasi eccessiva, con nessi e legami meccanici sulla relazione tra il sapere e il sapere fare, tra conoscenza e competenza, tra bagaglio culturale necessario per affrontare il futuro e l’attualizzazione dell’apprendimento. Il risultato? Da piangere o da ridere! Dipende. Lo vediamo, sentiamo e leggiamo tutti i giorni, trasmissioni televisive, manager, giornalisti, studenti, registi, sindacalisti, professori, politici, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto è un vero disastro! La società è ormai talmente degradata e colpita da un cancro mortale, che dire e capire quale è la soluzione ideale diventa difficile. Dieci anni prima del ’55, era finita la guerra, la maggior parte degli italiani era con le pezze alle chiappe, coi piedi freddi e la pancia vuota o mezza vuota. Dieci anni dopo, nel ’65, eravamo tutti americani, con i piedi caldi e la pancia piena, tutti avvolti, abbagliati e accecati dall’esplosione del benessere. Da quel momento, abbiamo pensato solo a noi stessi, al nostro ego, a fare più soldi possibile, alla faccia di tutti e tutto, senza esclusioni di colpi, contro le regole, la legge, gli uomini e, soprattutto, contro la natura. Oggi, 50 anni dopo, stiamo vivendo, assistendo e pericolosamente collaudando il crash test tra noi e madre natura. Uno stato continuo e martellante di sollecitazioni cui abbiamo sottoposto da secoli gli oceani, i monti, le foreste; uno stress continuo, ormai prossimo al carico di rottura e al punto di non ritorno.

 

Soffre la natura, ma soffriamo anche noi.

Anche se pochi lo ammettono, soffriamo di una crisi fisica e soprattutto spirituale mai vista prima. Abbiamo sfruttato, inquinato e violentato il nostro pianeta in tutti i modi possibili e immaginabili, assurdi e stupidi. Dobbiamo prendere atto che con il passare dei secoli l’uomo non è cambiato, è sempre più un animale sociale che al di fuori del perimetro della pòlis perde la dignità che lo distingue dalle bestie, come osservava Aristotele. Da allora nulla è cambiato, anzi, l’uomo, il più evoluto degli animali, è l’unico ad aver perso il rispetto del suo habitat. Malgrado l’ignoranza, la maleducazione, l’irresponsabilità di noi umani, la vita delle piante e degli animali continua. Sono le due facce della medesima medaglia. Gli animali si muovono, le piante sono ferme; gli animali consumano energia, le piante la producono.

Il verde rappresenta l’85% della biomassa, gli oceani e le acque tutte coprono i sette decimi del mondo, insieme formano la totalità della vita di questo pianeta, noi non siamo che una frazione irrilevante. Quello che stupidamente non riusciamo a comprendere, immersi nella nostra pseudocultura e immensa ottusità, è che saremo noi a rischiare l’estinzione, non certo la terra e la natura. Quindi basta usare quello che le piante producono: è arrivato il momento di servirci di quello che hanno da insegnarci. Immergersi nella natura può diventare fonte di ispirazione, come lo è per Giovanni Frangi: boschi, sassi e cieli per l’artista hanno sempre qualcosa di nuovo da raccontare, che lui fissa nelle sue opere. Come quella realizzata per questo numero di Arbiter.

Dunque, le piante se la sono sempre cavata, conservando ed esaltando ogni volta la loro bellezza. Già, la bellezza, questo è il punto di partenza, un valore che purtroppo non sappiamo più ritrovare, riconoscere né tantomeno goderne. Dobbiamo tornare a cercare in noi quel senso etico ed estetico affinato dal sapere, dalla conoscenza, sorretta da una vera e propria educazione al gusto, perché l’arte e la cultura sono l’antidoto al nostro declino quotidiano. Con fermezza e disciplina dobbiamo riscoprire l’educazione alla conoscenza del creato, come insegnano le opere di Michelangelo Buonarroti e Leonardo da Vinci.

 

Basterebbe osservare il Giudizio Universale affrescato nella Cappella Sistina nel 1508/12 per capire. 

Oppure aver trascorso due ore all’aula Magliabechiana degli Uffizi di Firenze visitando la mostra L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci. Il Genio svolse molte indagini per comprendere la natura, la terra, l’acqua, per sfruttarne l’energia, calcolando i potenziali effetti positivi e quelli negativi (!), anticipando di 500 anni i temi dell’ecologia (da bravi ipocriti abbiamo sempre fatto finta di sapere tutto, senza fare niente e buttando sempre tutto sotto il tappeto del mare), stabilendo analogie tra le acque che corrono sotto e sopra la terra e le vene del corpo umano, l’aria, l’ossigeno, il sole, la clorofilla, i nostri bronchi, alveoli e polmoni. Da anni, nel mondo è in atto un inarrestabile degrado socio-culturale, un vortice che trascina tutti giù verso il basso, che va ben oltre le responsabilità politiche. Ma guardatevi attorno.

Da tempo non si insegna più il latino (e l’italiano) nelle scuole, la religione non conta più nulla, non si può più nemmeno mettere Gesù Cristo in croce nelle aule, non si può più fare il presepe, i ragazzi della generazione del «Non lo so» sono educati e affascinati a seguire i cattivi esempi e i valori negativi; in compenso dilagano il becero buonismo, il politically correct, la par condicio, l’anarchia non quella politica, ma quella che dice che tutto è concesso e tutto si può fare alla faccia delle regole, delle istituzioni, perché sono un uomo libero (e pirla) buttando così alle ortiche 2mila anni di storia. Come se non bastasse, cinema e televisione ci assediano con talk show e prodotti demenziali, tra discussioni di bassa lega, parolacce, insulti e risse esasperate; educano i giovani a vedere e seguire solo le nefandezze e i lati oscuri della vita, come ci si droga, come si rapina, come si usano le armi, come si stupra, come si diventa criminali, come si ruba.

Ma basta! Come se in Italia e nella nostra società non ci fosse niente di bello, nobile, intelligente e costruttivo da mostrare, raccontare e discuterne, per catturare ed educare sempre più i giovani. Capisco l’esigenza editoriale, giornalistica, l’importanza degli ascolti, di non «bucare» la notizia, l’ingordigia del successo, ma quando è troppo, è troppo. Il troppo storpia e rompe l’anima.