Editoriale

Ottobre 2019

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 30'

No, non è nessun colpo di mano. Abbiamo semplicemente chiesto al direttore di lasciar fare a noi per questa volta. L’occasione? I suoi primi 50 anni di lavoro. Un’occasione speciale, dunque. Chi scrive lavora con lui da 23, 17, dieci, due anni e, indipendentemente dal tempo, per tutti la vita di redazione si è trasformata in una redazione di vita. Al timone sempre lui, a dettare la rotta della qualità, con i motori avanti tutta anche nel mare in burrasca. Perché così è un vero comandante e mai come ora lo si può capire: nelle acque tempestose dell’editoria di oggi lui entra ogni giorno in redazione al motto di «Alla via così». Gianluca Tenti, che è stato a bordo con noi, ha voluto fargli una sorpresa, confezionando ad hoc un servizio su misura, qui di seguito, che rispettasse una cronologia di fondo dei suoi primi 50 anni di lavoro, ma che esaltasse in particolare le asperità che temprano la vita di un uomo. Ne è emerso un profilo professionale che è più di un manifesto programmatico. Trasformare una necessità di lavoro in una splendida avventura nel mondo dell’editoria. Partendo dal gradino più basso, la tipografia di fine anni 60. Non fermandosi davanti alle richieste di fare il garzone di bottega quando si trattava di pulire e rimettere in ordine la lingottiera o di fare il fattorino, ma sapendo dire di no quando il sindacato ti voleva mettere a far panini per far posto a uno di loro. Studiare grafica la sera, perché il giorno dovevi lavorare. Comprare una macchina fotografica con il primo stipendio (l’unico che ti sia stato lasciato) per fissare le emozioni su un rullino. Rubare il mestiere come tutti facciamo. C’è la forza dell’abnegazione e l’orgoglio di chi fieramente mostra ciò che è e quindi ciò che ha. La vita è una e che va vissuta spingendo ai massimi, anche quando sei costretto a fare un pit-stop. Cuore, disciplina, etica. Alla via così! Auguri sinceri, direttore.

(la redazione di Arbiter)

Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla». Alessandro Baricco, nel suo «Oceano mare», affida queste parole al narratore. Senza saperlo scrive una dedica al direttore di questa extra-ordinaria storia di vita vissuta che potrebbe apparire come apologia del franzismo, se non fosse una questione seria. Già, perché 50-anni-50 di lavoro sono un traguardo di tutto rispetto, per chiunque. Figurarsi per chi è partito da un sottoscala sociale per assurgere all’Olimpo del mestiere più bello del mondo: il giornalismo. Fino a diventare direttore ed editore di se stesso. Un unicum, come cercherò di spiegare in queste pagine (comunque incomplete). Un percorso che inizia il 18 settembre 1969. Una giornata qualunque, se non fosse stato per la prima al cinematografo di Satyricon, guarda caso Petronio Nigro, l’Arbiter elegantiarum dell’Impero romano, di un certo Federico Fellini. Accadde ben poco quel dì, stando alle cronache di un tempo già carico di tensioni sociali. «Avrei potuto fare di tutto, il muratore come l’operaio. La verità è che avevo bisogno di lavorare. E il mio unico contatto fu con una tipografia. Comporre, creare la parola meccanicamente, a mano col compositorio: riga per giustezza, corpo, lettera dopo lettera, piombo, stagno e antimonio». Fu amore a prima vista. Franz Botré è seduto alla propria scrivania in via Ferrucci, via di fuga da corso Sempione, zona Arco della Pace per chi non è pratico di Milano. Fuma un Opus X che un amico gli ha regalato in un portasigaro d’argento. Gli serve per concentrarsi ogni volta che, porta in vetro opacizzato, ordina di non esser disturbato. Ci conosciamo da vent’anni, praticamente da sempre perché quando ami la professione, quando hai dovuto scalare le pareti rocciose e nessuno ti ha regalato mai niente, qualcosa di profondo entra nelle viscere e ti dice che siete fratelli di sangue. Solo che per lui la vita è stata più dura. Ecco perché mi sono precipitato per raccogliere il suo racconto e condividerlo con la redazione e i lettori. «Il mio primo lavoro? Un prontuario di 500 pagine, carta finissima e corpo 8. Un mestiere d’arte… Se dovevi fare una correzione, c’era un muro di piombo. Era tutto lì. Quando lo spostavi dovevi essere equilibrista e fermo con le mani. Rischiavi sempre che scivolasse e si ammaccasse l’occhio di un carattere. Era una pacchia inchiostrare col rullo. Prendevi una piccola carta per portarla al proto. Quando tornava, con lo spazzolino e la benzina la lavavi e toglievi via le imperfezioni e gli errori. E sai qual era il segreto? Prima dovevi imparare a scomporre la parola. Poi a comporla. Alla fine dovevi rimettere tutto a posto, nelle caselle giuste. Corpo, carattere. Se il proto vedeva una lettera che non era al proprio posto, erano cazzi. Servivano disciplina e ordine per sopravvivere in quel mondo fatto di camici neri. Ci si dava del lei. Il proto, il signor Romano, ti faceva paura solo a guardarlo con la sua vestaglia scura. Io ero un garzone di bottega che alle 16.40, alla fine del turno, prendeva scopa e paletta. E poi andavo a scuola. Alle serali».

Partiamo da qui. Dalla veneranda età di 14 anni. Botré che ama la velocità e la sfida, accelera sul rettilineo: «Quando mi chiedono di raccontare la vita professionale e le idee che sono riuscito a realizzare, mi sento come se stessi per salire a bordo di un’auto da corsa, per gareggiare. In qualsiasi gara ci sono partenze e arrivi. Pitstop necessari per fare il check agli assetti delle ali, riempire il serbatoio, controllare i livelli, concentrarsi sugli obiettivi. In gara come nella vita c’è sempre una partenza, una prima volta. La mia “prima volta” risale al settembre 1969». Il futuro direttore-editore era uscito da poco dalla Casa natale Pio XI di Desio e già si doveva impegnare come apprendista tipografo nell’hinterland milanese. Questione di necessità prima che di vocazione. «Lo stipendio lo davo tutto a mia madre, ma il primo me lo lasciò: 145mila lire che spesi per comprarmi una macchina fotografica Canon FT QL». Attenzione ai dettagli di questo racconto. Perché fanno, al solito, la differenza. La Elio Poligrafica Farmaceutica componeva e stampava prontuari e bugiardini, scatole per farmaci stampate e fustellate. «Tutti i giorni componevo e scomponevo un carattere dopo l’altro, una riga dopo l’altra, per dar vita a qualcosa che seguisse una disciplina. Secondo necessità fustellavo sulla macchina pedalina o aiutavo il fattorino. È così che mi sono innamorato del lavoro, lettera dopo lettera: imparando un mestiere che avrebbe spalancato le porte della mia carriera». Non è un racconto disneyano. è la semplice, cruda, appassionante realtà. Quella di un giovane divenuto molto presto uomo. Franz Botré, laureato all’università della vita col massimo dei voti. Seguendo un master degno di una competizione automobilistica che ti obbliga, giro dopo giro, a migliorare di un centesimo, a infilarti nella luce di una traiettoria, a fare a sportellate quando serve, a finire fuori pista se abbassi un attimo la tensione, a tagliare per primo (sempre) il traguardo se vuoi sopravvivere. Un anno dopo quel giovinotto cambiò azienda, passando alla Società Anonima Industrie Grafiche Cino del Duca che editava Stop, Intimità, Historia e Week End, sempre a Bresso. «Sempre come apprendista tipografo (D1)», tiene a puntualizzare mentre la cenere rimane saldamente sulla linea del sigaro di Santo Domingo. Un bel passaggio: da un microcosmo di 25 dipendenti a una galassia di 350 anime, tra operai e impiegati. «Fu il primo contatto con le gerarchie operaie sindacalizzate. Fu lì che compresi come “tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale di altri”. In quel contesto eri considerato “solo un numero” che all’occorrenza poteva svolgere qualsiasi mansione, anche preparare i panini in mensa. Capii che “l’essere uguale agli altri” non mi piaceva per niente. Ero un adolescente senza grilli per la testa. E già mi dovevo confrontare con i sindacati. Considerato che non avevo padrini, mi misero a fare panini e caffè, per favorire un loro tesserato. Mi feci coraggio. Affrontai il direttore del personale, ma si rivelò un impotente: “Sei giovane, hai tempo per andare sulla linotype”, mi disse. Imparai una cosa. Quando tutto si fa buio, quando l’aria inizia a mancarti, se sai cogliere l’attimo, c’è sempre una via di fuga. E quella via me la indicò uno di loro: mi disse che un suo conoscente insegnava a diventare perito grafico. Mi disse: “Hai talento ma devi andare alla scuola Rizzoli”. Incontrai sulla mia strada Aldo Tubaro e Albe Steiner. E le prospettive cambiarono. Perché quello era il tempo delle decisioni inappellabili: i soldi che guadagnavo li dovevo portare a casa, il poco che restava doveva essere investito. O compravo il Dingo della Guzzi o la macchina fotografica». Indovinate cosa scelse Botré. Era stregato dall’obiettivo. Il mondo in un click. Sintesi estrema di una storia, di qualsiasi storia. Anni luce prima dell’iPhone. «Decisi di cercare un nuovo posto e tornare a scuola: anni 70, per 36 mesi frequentai la Scuola del Libro della Società Umanitaria di Milano, come tipolitografo grafico. Capii che la tipografia andava verso il tramonto e che altre professioni stavano prendendo il sopravvento nel mondo dell’editoria. Dovevo cambiare strada e compiere un altro salto, e un altro ancora». La nuova pedana si chiamava fotolito. Era chimica, tecnica e matematica. Dal camice nero della tipografia si passava a quello bianco. «Serviva competenza tecnica e un buon occhio. Perché dovevi cavartela con i ritocchi su pellicola. Col riduttore di Framer per ingrandire i retini nei negativi o rimpicciolirli nei positivi. Aprire un negativo. Oggi fa tutto il computer. Ma se non sei passato da quella scuola, se non capisci perché un’immagine è migliore di una simile, se non sai selezionare lo scatto che parla, farai un prodotto piatto». Nel 1972, il diciassettenne Botré, finì a lavorare alla Fotolito di Milano prendendo confidenza con selezioni, colore prestampa ed effetto delle cromie sulle immagini in fase di stampa. Un anno più tardi, mentre si diplomava, arrivò alle Grafiche Somalia di Cormano: una realtà tipo-litografica sotto i 15 dipendenti dove dovevi saper far tutto: stampatore tipografico o litografico, oppure, secondo le necessità, tipografo o litografo. In casi estremi, fattorino. «Ricordando quelle esperienze mi accorgo che nelle prime aziende feci mio il concetto che “uno non fa uno”. Rivivo quegli anni come i turni di prova prima delle gare: prendi confidenza con la macchina, testi la pista, verifichi che tutto funzioni. A ogni giro, la voglia di metterci mezzo secondo di meno. A ogni giro, un nuovo obiettivo: come quello raggiunto a fine 1974, quando andai all’agenzia Cattaneo Serralunga di Casale Monferrato (Alessandria) a occuparmi di distribuzione giornali». Obiettivo: rifornire 75 edicole tra città e borghi. Esperienza di vita: tutte le mattine sveglia alle 04:00, andare alla stazione, caricare a mano quotidiani, settimanali e mensili, preparare le ceste della distribuzione, edicola per edicola. Un «raccomandato» come si evince dal racconto di Botré, con uno zio che lo aiutò a entrare nel settore. Un privilegio. «Se c’erano scioperi o nebbia, dovevo andare fino a Torino agli aeroporti o alla stazione. Scaricare le casse e portare il tutto in distribuzione fino al centro di smistamento. Il mezzo? Un pullmino 850 celeste. Inizio operazioni: 05:00».

Tra una corsa e l’altra, un pit-stop inevitabile: il servizio di leva, tra il ’75 e il ’76: «Prima che finissi il militare, un socio di Grafiche Somalia, Luigi, il più anziano, venne a cercarmi a casa per proporre a mia madre un progetto di assunzione: mi volevano di nuovo con loro. Questione professionale, certo, ma anche umana: dopotutto, dietro ogni ruolo c’è una persona e non si può pensare di creare una relazione lavorativa senza prima aver costruito una relazione interpersonale. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, non perdo occasione di scambiare un saluto o un augurio festivo con il più giovane dei tre soci: Romildo Mazzucco, fu il mio maestro della stampa. Era il 1977. L’esperienza durò due anni. Eccitante. Per la prima volta potevo esercitare tutto ciò che avevo imparato. Resi indipendente quell’azienda. Partivo con un concetto, un progetto, una realizzazione grafica e creativa. Seguivo le selezioni. Preparavo i processi per la stampa. Stampavo e confezionavo. Il contributo che portai fu così incisivo che mi proposero di entrare in società ma, per motivi di compagine, la cosa non si realizzò. Ne fui deluso». La stesura del contratto, la realizzazione di depliant, opuscoli o brochure. Prendeva, andava, dopo un mese arrivava con l’impianto definitivo. Forte dell’esperienza, disse che fotolito e lastre in esterna erano troppo dispersive, meglio farsi tutto in casa con le presensibilizzate. Anche la camera oscura per essere indipendenti. «Seppi che non sarei entrato in società il giovedì. Il venerdì mi trovai un altro posto. Se c’è una componente caratteriale che non mi è mai mancata è la determinazione, la voglia di rimettermi in gioco».

Aveva già 24 anni, un veterano. Rispose a un’inserzione sul Corriere della Sera e il lunedì successivo iniziò una nuova avventura alla Grafotitoli di Milano, centro di fotocomposizione e impaginazione per varie testate: Repubblica, Gente Viaggi, Il Sabato, Prima Comunicazione e poi Gente Motori, La Lettera Finanziaria. «Era il 1979, anno spartiacque. Capivo, dentro di me, che l’esperienza nel mondo della produzione mi andava stretta. Stava per maturare una nuova corsa, una nuova gara». Nel 1980 Alberto Orefice, direttore di Gente Viaggi (mensile di consigli e idee per i viaggi edito da Rusconi), si accorge di quel giovane, del suo modo di lavorare, della sua professionalità. «“Ti voglio come grafico di Gente Viaggi”, mi disse. Orefice è un uomo colto, raffinato ed elegante: nacque con lui un amore professionale, un’amicizia autentica che lo ha reso, nel tempo, un vero punto di riferimento. Accettai la sua proposta, scalai un paio di marce e accelerai». L’elenco dei maestri inizia a prender forma. Giancarlo Pini, caporedattore. Rudy Van der Welde art director. «Ho imparato da loro. A Rudy, quel capellone con l’orecchino, olandese, gli ho rubato il mestiere». Nella palestra di Orefice avviene la trasmutazione. Botré è consapevole di poter finalmente dimostrare il proprio valore. «Chi non risica, non rosica, recita il proverbio. è vero, ma se vuoi fare le cose per bene devi assumerti un rischio calcolato: esser consapevole dei tuoi punti di forza e delle debolezze, di dove parti, dove stai andando, dove vuoi arrivare, altrimenti compi una pazzia, un salto nel vuoto. Io, il mio rischio, lo avevo presente: stavo passando dalla produzione di un giornale alla sua redazione. Nel cambio della professione persi circa 500mila lire al mese, ma era il momento Kairós. Per affrontare il nuovo impegno comprai due corpi macchina Nikon F1: quanti servizi fotografici pubblicati…». Negli anni a Gente Viaggi, tanto per cambiare, Botré fa tutto: grafico e stretto collaboratore di Orefice al tentativo di riprogettare Arbiter e, in seguito, alla nascita de Il Piacere. Sei anni splendidi, a sentirlo raccontare. «Adoravo la Rusconi e la direzione del Gruppo da parte di Edilio. Ero invidiato da tutti, qui era vietato per uno della tipografia e della “lito” diventare grafico. Ma io andavo oltre. Potevo girare il mondo. Orefice mi diede la possibilità di esprimermi come coordinatore di servizi e fotografi a livello internazionale. Mi fece entrare nel giornalismo, a contatto con personalità come Luca Liguori, Ruggero Orlando, Maurizio Chierici, con fotografi come Norman Parkinson, Uwe Ommer, Mike Yamashita, Victor Skrebneski o Franco Fontana, Fulvio Roiter, Guido Alberto Rossi, Paolo Curto e Stefano Scatà. Ebbi la possibilità di iniziare a raccontare il mondo con brevi testi, non solo con le immagini. Alla fine dell’84 mi consentì di diventare giornalista praticante (credo che fui il primo o secondo grafico in tutta la Rusconi)». In 15 anni di dura gavetta, Botré poteva finalmente giocarsi la propria, personale, Champions League. Un’esperienza irripetibile che gli aprì il grande mondo che ruota intorno alla preparazione e alla stampa di un giornale, confrontandosi professionalmente e stringendo rapporti interpersonali con chi all’epoca seguiva la fotolito (Luigi Campanella) e con chi la segue tuttora (Antonio Barachetti) o con il titolare della mitica Elcograf di Pozzo d’Adda, Mario Pozzoni. «Tutti uomini di grande valore con i quali abbiamo costruito un rapporto di rispetto e stima reciproca che perdura ancora oggi, come allora». Ma proprio quando tutto sembrava finalmente in rettilineo… «Sentivo di aver plafonato. Ogni anno che passava imparavo un po’ meno. Maturava l’idea di cambiare aria. Fu così che nell’86 mi spostai a Bologna come caporedattore/art director del settimanale Rombo, rivista specializzata in automobilismo sportivo, oltre che della versione bimestrale. Qui ebbi la fortuna di affiancare un grande direttore, Marcello Sabbatini. Accettai il suo invito per due motivi: cambiare aria e vivere più intensamente una passione. Dal ’78 frequentavo l’autodromo di Monza come commissario di percorso, nell’82 ero commissario sportivo automobilistico Csai».

Siccome le cose adora farle bene e portarle in fondo, Botré finì con l’essere coinvolto nella Formula 1 per occuparsi della sicurezza delle piste come assistente del direttore dell’Autodromo di Monza Romolo Tavoni, un padre per lui, oggi 93enne e ancora amico, e del direttore di tutte le prove di F1 Roland Bruynseraede. Un connubio perfetto tra lavoro e passione, materia da profondo conoscitore del mondo automobilistico sportivo. «Sapevo tutto di pistoni, cilindri, regolamenti e provvedimenti. Sapevo tutto e capisco anche che fosse remunerativo, ma era riduttivo per le mie ambizioni. Mi mancava il mondo della cultura, dell’arte, della bellezza: quel mondo che oggi chiamano lifestyle e che avevo abbandonato lasciando Gente Viaggi e Il Piacere. Accettai così una nuova proposta da una brava e bella direttrice, Carla Giagnoni, che in Rizzoli stava cambiando Brava Casa. Quando arrivai vidi una serie di servizi che ricordavano il bricolage, ma il magazine era dedicato al mondo dell’arredamento, dell’architettura e del design. Due anni intensi, quelli con Carla, per creare, plasmare, progettare e proporre idee per soddisfare le esigenze dei lettori che amano le case». Lui non lo dice, ma la segnalazione per il nuovo incarico arrivava dal vecchio Rudy che se ne andava dalla Rcs. «All’epoca si montavano interi teatri di posa per un’immagine. Quando tutto era pronto, si scattava una Polaroid, “vedevo” l’impaginato e facevo correggere quello che non mi piaceva. Alle 14 ero “libero”: venendo dalla telemetria ti abitui a non bluffare con te stesso, in quei tempi le redazioni erano sovraffollate e spesso mi ritrovavo ad aver assolto i miei compiti a fine mattinata, nacque spontanea la necessità di creare un mio rifugio professionale dove poter sfogare idee e creatività. Aprii un ufficio di consulenza editoriale, lo Studio Bo3’: la mia grande opportunità per addentrarmi e conoscere il sottobosco della micro-editoria internazionale, acquisendo nuovi concetti come quello legato alla qualità». è un momento prolifico quello a targa Bo3’. Progetta, crea, segue prodotti come Excellence, house organ della sudafricana Sun International, Expression, primo house organ per titolari di carta American Express. E, viste le passioni che portava avanti, da una parte le auto dall’altra le immersioni subacquee («con Gente Viaggi partecipai, insieme a Fulco Pratesi e Calogero Mannino, alla fondazione del Parco Subacqueo di Ustica») non poteva non nascere un giornale di orologi capace di conciliarle: «Progettai e feci con Eugenio Zigliotto, nel 1987, Orologi da Polso, così come Alfa Romeo Worlds e Ferrari Worlds. Il periodo dedicato allo studio posso riassumerlo in una frase: un anno per capire, un anno per dare, un anno per trovarsi un altro posto». Al culmine di questo lungo percorso, nel ’90 lascia la Rizzoli e Brava Casa per tornarsene in Rusconi e progettare, ancora insieme a Orefice, un giornale chiamato Trendy: un quindicinale legato a società, costume e politica che avrebbe dovuto posizionarsi tra l’Espresso e Panorama. Progetto ambizioso e costoso: «Furono realizzati due numeri zero (veri!), ma dopo un anno il progetto fu accantonato. Mi chiesero di riprogettare Il Piacere. Accettai, ma pochi mesi dopo capii che non mi piaceva ripetermi su cose già fatte. Accettai così nel 1991 l’offerta di Class Editori per curare il magazine Class come caporedattore/art director. Anche questa fu una grande esperienza: avevo come direttore ed editore Paolo Panerai, un professionista da cui c’è sempre qualcosa da imparare. Molti i progetti curati: Italia Oggi, Milano Finanza, Madame Class, Case & Country e MF Fashion. Nel 1994 diventai vicedirettore di Class. Nel 1997 e nel 2001 Gentleman, ultimo progetto per il gruppo. Ne divenni direttore, mentre continuavo a essere art director di tutto il gruppo». Arrivati a questo punto della storia, uno si domanda perché Franz Botré non si sia accomodato su una poltrona prestigiosa. «Capii, come già successo in passato, che volevo andare oltre, che volevo realizzare giornali progettati e condivisi esclusivamente con me stesso. Ero stufo di creare per conto di altri. Se volevo fare un giornale mio, dovevo essere padrone di me stesso, quindi imprenditore di me stesso. Il salto non è facile dal punto di vista sociale e professionale e psicologico: un conto è essere pagati per lavorare, un altro è pagare per lavorare. Sembra uguale ma è diverso. è come una roulette, ho puntato tutto ciò che avevo su me stesso». Botré si rimise in gioco: «Se penso a quante notti passate a guardare il soffitto domandandomi “Ce la farò? Non ce la farò?…”. Lo feci. Era il maggio 2001: lasciai il gruppo Class e con tre amici, Giampiero Negretti, Guido Ricciardi, Enzo Rizzo, fondammo Swan Group. Sapevo che la partenza sarebbe stata difficile, in salita, ma non un sesto grado rovesciato. Il primo numero di Monsieur (primo giornale edito da Swan Group) uscì il 18 settembre 2001: data voluta con ardore che coincideva con il primo giorno in cui, 32 anni prima, iniziai a lavorare». La pubblicazione avvenne in un contesto socio-politico-economico devastante: sette giorni dopo le Torri gemelle. «I lettori di tutto il mondo avevano ben altro da leggere. Ma non potevo fermarmi. Monsieur nacque con spirito battagliero. Una sfida: un giornale che usciva dal coro, pensato per uomini che appartenevano alla “tribù”, uomini colti, preparati, extravaganti». Nacque su indicazione di una musa: Olga Berluti. E qualche anno dopo un altro protagonista del lusso, Stefano Ricci, lo ispirò a credere nei propri mezzi elevando il costo di copertina. «Da quel momento partiva una nuova gara, la quarta. Nel 2004 nacque Spirito diVino, dal 2002 in forma di allegato, pensato per tutti quelli che come me amano il vino. Tra il 2006 e il 2007 creai 7 Decimi, un magazine per raccontare (anticipando i tempi, col senno di poi forse troppo presto) i segreti dell’acqua e della sua importanza per il Pianeta, il quale ne è ricoperto, per l’appunto, per 7/10. Nel 2010 nacque Mestieri d’Arte & Design, progetto condiviso con l’amico da anni Franco Cologni e la sua Fondazione: un nuovo allegato di Monsieur prima e di Arbiter successivamente (realizzato anche nella versione internazionale Arts & Crafts & Design), legato al concetto di eccellenza ed emozione che da sempre sostengo. Mente-mano-materia come sintesi di artigianalità e qualità».

Ma neppure questo appagava la sua sete di conoscenza e competenza. Così nel 2010 Botré rileva Arbiter, testata nata nel 1935 che apparteneva al Gruppo Lagardère di Parigi a cui era stata venduta da Rusconi. «Trasformai Arbiter in inserto di Monsieur per raccontare la cultura del sapere italico sartoriale. Nel 2012, con la collaborazione di un vecchio amico, nacque Spirito diVino Asia: l’idea era di esportare cultura, valori, storia e uomini del vino italiano all’estero, soprattutto in Oriente. In pochi anni Spirito diVino Asia arrivò a Shanghai, Hong Kong, Pechino, Singapore, Kuala Lumpur, Bangkok, Jakarta. Una corsa emozionante». E anche stavolta, un nuovo obiettivo. Andare oltre, sempre. «Nel 2015 decisi di cambiare tutto: non mi identificavo più in Monsieur. Più passava il tempo e più parlavo della cultura italiana con tutto ciò che mettevo in pagina. Il Monsieur francese non c’entrava più nulla con quei concetti. Lo trasformai in Arbiter, che tuttora leggete». La nuova veste di Arbiter vede la crescita parallela di altri progetti. All’ormai consolidato Spirito diVino, nel 2016 si affiancò Kairós, giornale che racconta la qualità e l’opportunità del tempo attraverso lo strumento che misura la nostra vita: l’orologio. «L’anno prima avevo dato vita a Protagonist, per il Gruppo Ferretti, così come all’annuale Rocca per il Gruppo Damiani, un volume dedicato all’orologeria e alla gioielleria. Un altro progetto interessante che prese vita in quegli anni e che oggi è lì accantonato è Toys for Boys, il regalibro di oggetti esclusivi desiderabili da tutti gli uomini dotati di buon gusto e finanze adeguate. Nacque anche Locked, ideato con Fredi Marcarini (fotografo dal ’93 vicino a me), per seguire l’evoluzione quotidiana della fotografia digitale diventata, oggi, alla portata di tutti grazie all’evoluzione tecnologica degli smartphone».

Una vita di razionalità spericolata. Fatta di incontri illuminanti e intuizioni, di difficoltà (certo, quelle non mancano mai) nel far quadrare i numeri e farli marciare al fianco della qualità del prodotto, mentre l’editoria generalista iniziava la flessione epocale. Sempre con la barra al centro, da esperto uomo di mare. Ci sarebbe ancora molto da raccontare. Lui non lo dice, ma in questi anni ha sostenuto centinaia di iniziative, ha dato fiducia a imprenditori in cerca di ispirazione, ha creato decine di giornalisti, ha lasciato il segno in ogni incontro. Perché quando si parla di competenze, sono pochi quelli in grado di sostenere una conversazione che si spinge appena oltre il primo strato di marketing. E ha fatto anche altro. Beneficenza. Tanta. Serate di raccolta fondi dove il ricavato è andato ad aiutare i più bisognosi. Perché lui si è rivisto nei più bisognosi. Lui che della povertà ha fatto una carta di dignità, che da lì è partito e che oggi non dimentica. Con tutti i pregi e i difetti di un uomo che si è fatto grande. Il cui titolo direttore-editore è pienamente meritato. «Nel 2018 ho pubblicato con l’amico di sempre, Giancarlo Maresca, il primo libro Essere e Vestire dedicato alla sartoria italiana: 242 pagine in cui racconto lo stato attuale del maschio italico e della sartoria italiana. In questo 2019, il secondo volume Essere e Vestire, Tomo II – Il guardaroba: un libro che spalanca ai lettori le cabine armadio di 43 personaggi fotografati trasportandoli in un mondo straordinario dove vigono l’amore e la passione per la cura di se stessi oltre che per le cose che si comprano». Nell’era dell’e-commerce è più di una sfida. è la consapevolezza dell’essere. «Oggi, a 50 anni di vita professionale appena compiuti, mi considero ancora in corsa. Indosso, se necessario, casco, tuta, guanti, cinghia Hans compresa. Tutto rigorosamente ignifugo. È così che mi sento: pronto a gareggiare contro chi sminuisce l’importanza della comunicazione, pronto a correre contro il sistema che sempre più spesso obbliga a barattare la qualità con la quantità. Ed è questo che continuo a fare con le mie riviste: diffondere un’informazione di qualità che, attraverso idee, servizi e con esempi etici, culturali, esperienziali ed estetici, possa aiutare l’uomo di oggi a elevarsi verso un modello di cultura, eleganza, buone maniere che la società, paludosa, in cui oggi viviamo, sembra aver dimenticato. O forse sotterrato. La nuova corsa? Sono pronto per il web, per portare nel mondo il Franz pensiero, il pensiero di Arbiter, il pensiero lombardo. Sono un giornalista, un direttore, ma sono anche un comunicatore, e non smetterò mai di esserlo».

Franz Botré