Luglio 2021 Editoriale

Lug 09 2021

Franz Botré

 

Nel corso della mia vita professionale, ho avuto la fortuna d’incontrare persone di valore, per condotta, cultura, portamento e sapere. Vicino a loro, come una spugna, ho assorbito e imparato molto. Era un vero e proprio battaglione d’assalto alla società, composto da presidenti, giornalisti, artisti, direttori, imprenditori, ragionieri, amministratori delegati e architetti. Soggetti nel loro campo di appartenenza unici, che non potrò mai scordare, che rimarranno indelebili in me. Veri e propri catalizzatori, fulcri attorno ai quali ruotava il prezioso tourbillon del lusso. Uomini duri, di potere, spesso spietati, ma giusti, sempre coerenti, che con rigore, cultura e rispetto dei propri collaboratori creavano ricchezza per le aziende e per tutti, e che anche nei momenti di grande difficoltà non si sono mai arresi. è tutto ciò che oggi viene chiamato «master», e i giovani pagano per imparare tanta teoria. Allora erano vere e proprie esperienze che si facevano sul campo di battaglia. Era gratuito, dovevi soltanto avere l’accortezza di stare a sentire con umiltà, credo e passione i pensieri e le riflessioni di questi personaggi. L’importante era prestare attenzione, cercando di parlare il meno possibile, fare poche domande e avere tanta voglia di imparare. Se ponevi delle domande, dovevano essere all’altezza dei dialoghi e dei soggetti, altrimenti era meglio stare muti e studiare, prima di parlare.

Con il passare del tempo, poco alla volta, ho iniziato a strizzare quella spugna, facendo cadere il superfluo, conservando in essa solamente le cose e i pensieri che ritenevo e ritengo fondamentali, quelli che mi appartengono, che sento, in cui credo, che vivo e condivido. è così che, a distanza di 35 anni, sono diventate mie, mi appartengono, continuano a vivere con e in me. Uno dei personaggi che certamente ha lasciato un segno profondo in me è Franco Cologni, «el Dutur». Così veniva chiamato alla fine degli anni 80, quando dirigeva Cartier in Lmc (fantastici gli oggetti Must de Cartier), divenne poi Vendôme, e pochi anni dopo confluì tutto nell’enorme tenda rossa del Circo del lusso Richemont. Franco ne era il domatore. Chiuso nella sua gabbia dorata tra Parigi, Ginevra e Milano, domava con fermezza, coraggio e creatività quel fantastico battaglione d’assalto. Tutto ruotava attorno a un perno: il lusso, allora era quello vero. Parlo di 35 anni fa, ma in verità mi sembra di parlare di tre secoli fa. Il Dutur ogni anno non perdeva occasione per selezionare la compagnia, creava delle vere e proprie adunate. Il Natale era una di queste, perfetta, ma mai scontata, Franco sapeva sempre sorprenderci. Riusciva ogni volta a trovare il momento kairós per ciascuno e per tutto l’anno. Ogni adunanza era una vera cerimonia dei sensi. Tavolo imperiale, compagnia schierata, chi a destra e chi a sinistra, mischiando donne e uomini, culture e ambizioni differenti. Nella gabbia, oltre la padrona di casa, la pantera, c’erano leoni, tigri, gorilla, pappagalli, coccodrilli, serpenti. Lui, il domatore, al centro, armato solo della sua cultura. Quella classica, fine ma tagliente come un rasoio, sferzava sagge e illuminanti frustate nell’aria, a destra e a manca. Ne aveva per tutti, aveva sempre qualcosa da dire, da raccontare, da suggerire, da criticare. Ascoltava tutti, rispondeva a tutti, oggi come allora. Mai solo nella battaglia, aveva sempre accanto a sé l’angelo custode: Grazia Valtorta, anche lei nella gabbia, la signora Jarna, in ufficio, a casa l’angelo di sempre, Adele.

Negli anni, con Franco ho stretto una forte e intensa amicizia, fatta di feroci battaglie, di fraterni e premurosi momenti. Grazie a lui ho conosciuto, e nel tempo sono diventato amico, di Uomini straordinari come Fabrizio Pasquero, Vittorio Corona (con cui ho collaborato), Ettore Mocchetti (amico vero, che ancora oggi vedo e frequento). Il mitico «Ciop», alias Giampiero Negretti, gran bella persona, conosciuto a Basilea nell’82, maestro del tempo, amico caro e tra i soci fondatori, quando 20 anni fa, nel 2001, creammo Monsieur, oggi Arbiter. Passato a miglior vita un mese fa e che ricorderemo con gli amici più stretti il prossimo 18 settembre! Paolo Pietroni (conosciuto anche come Marco Parma, scrittore e drammaturgo, che mi ha parzialmente forgiato e con cui ho per anni condiviso gioie e dolori, la tavola e la scrivania). Infine il grande FMR, Franco Maria Ricci. Ricordo una cena di Natale organizzata dal Dutur Cologni, dove con lui, Ettore Mocchetti e Vittorio Corona abbiamo passato gran parte del tempo a parlare di caratteri. Ma non i nostri, disquisivamo sul messaggio che può dare il disegno dell’occhio di un carattere graziato, dal Bodoni al Garamond, dal Times al Didot. Ma la discussione poteva scivolare senza problema sulle donne come sui whisky, sul Parmigianino come sull’ultimo Gran premio di Formula Uno. Molte volte eravamo talmente presi dalla passione degli argomenti che solo le schioccanti parole sferzate dal domatore potevano interromperci e richiamarci all’ordine o farci cambiare tema. Come mi mancano, caro Franco, quei momenti di confronto… Sei personaggi aggregati da un minimo comune denominatore, tutti hanno inventato, creato e diretto programmi televisivi, giornali, riviste, libri, case editrici. Per un motivo o per un altro, ognuno di loro mi ha affascinato, stupito, sorpreso, tutti legati e accomunati da un filo conduttore: hanno amato e amano come Cologni la bellezza e la cultura. Da ognuno di loro ho preso e imparato qualcosa, sempre, anche solo prendendo insieme un caffè.

Fu proprio Franco Maria Ricci, a farmi scoprire la sua città, Parma. Lui e la sua rossa rosa di bachelite, personaggio che adoro, adoravo e ammiro. Il Maestro dell’editoria di Qualità, che con il Bodoni e la grafica tipografica (lo affermo da ex tipografo) ha creato un giornale mastro come FMR, fonte d’ispirazione mondiale per la cultura del bello. Un prodotto editoriale che ha saputo coniugare e mettere in pagina con razionalità e semplicità i valori che legano l’etica all’estetica, l’emozione alla cultura, l’arte all’umanità. Di Parma conoscevo il passato, il culatello e San Pancrazio, la pista da kart più bella e veloce d’Italia e poco più. Lui nel tempo di consumare un antipasto e un primo mi raccontò con orgoglio l’a, b, c della città e il perché. La sua naturale eleganza fusa con un’armoniosa ed equilibrata dose di snobismo, coadiuvata e sostenuta da eccellenze culturali e imprenditoriali legate da sempre al territorio, fanno della città una Piccola Capitale. Era il ’92, cominciai a seguire più da vicino Parma. Mi accorsi e scoprii posti incantevoli come il Teatro Farnese, il Teatro Regio, ma anche Toscanini e Verdi, Bertolucci e Antelami. Con il passare degli anni entrai nella città, scoprendo amici, professionalità e immense risorse umane. Non posso non citare Andrea Grignaffini e Giuseppe Martini, preziosi e infaticabili collaboratori.

Come non posso dimenticare i fratelli Ildebrando e Francesco Tosi, e Nicola e Michele Gherardi, grafici e creativi che ho avuto la fortuna di avere come collaboratori. Per non parlare di Albino Ivardi Ganapini e della sua creatura Alma, oggi più che mai una splendida realtà. O gli amici, come Raffaele Caruso, che per anni ho sposato come sarto di fiducia, o Marco Dallabona della Stella d’Oro di Soragna, per me una fermata d’obbligo quando sono in viaggio sulla A1. E poi gli strolghini e il culatello che trovo all’Antica Corte Pallavicina a Polesine Parmense da Massimo Spigaroli. E non per ultimo, Camillo Langone, che ringrazio: è stato lui a suggerirmi l’autore della copertina di questo numero di Arbiter, Enrico Robusti. La qualità della vita e delle persone sono per una città, oggi più che mai, l’obiettivo primario, la cultura unita all’imprenditoria è il giusto mezzo e la forza motrice per raggiungerla, la politica deve solo bisbigliare, enfatizzare, sostenere e replicare nel Paese l’operato. Ecco perché Parma, esempio dell’immenso volano della cultura italiana. Quella vera, raffinata, elegante, genuina, legata alle tradizioni e al territorio.

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