Identità tribale

Nov 11 2020
F ormatasi negli anni sulle pagine e negli eventi di «Monsieur», prima, e poi di «Arbiter», la nostra tribù è una nuova categoria antropologica. Fatta di individualità che amano indulgere insieme nei piaceri che un antico saper fare ha dato agli uomini. Perché il bello, il buono e il meglio della vita si godono pienamente solo se vengono condivisi

L’essere umano, sin dalla comparsa sulla Terra, ha sentito la necessità di aggregarsi con i suoi simili. Se la genetica non fosse una scienza esatta, potremmo dire che la socialità sia un tratto del nostro Dna: Aristotele, addirittura, definì l’uomo come animale sociale. Oggi, in un momento storico in cui le relazioni interpersonali sono giustamente ridotte ai minimi termini per salvaguardare la salute pubblica, il desiderio di condivisione cresce come mai prima. La mancanza di appartenenza a un qualcosa ci fa sentire soli e la solitudine non è una buona compagna se non si è amici di se stessi, ecco il perché della necessità di condividere ancor di più, tramite schermi elettronici o calde pagine stampate.

Non faremo la fine degli indiani. L’ignoranza, la maleducazione, l’arroganza e il cattivo gusto non ci sconfiggeranno: le nostre armi sono la cultura, il buon gusto, l’educazione. La foto scattata nel 1913 presso la riserva indiana di Pine Ridge, nel South Dakota, ritrae il capotribù Orso Giallo (1844-1913, il primo a sinistra, seduto) con altre personalità della tribù Oglala Sioux. Gli indiani d’America, più correttamente nativi americani degli Stati Uniti d’America, sono uno degli esempi più noti di organizzazione tribale della società. Irochesi, Mohicani, Apache, Cheyenne, Comanche, Sioux sono solo alcune tra le tribù che popolavano il territorio degli attuali Usa prima del genocidio iniziato con l’arrivo dell’uomo bianco che in 500 anni ha sterminato più di 100 milioni di nativi americani. è l’olocausto della storia di cui nessuno parla.

In effetti, le tribù sono nate proprio su questo impulso: individui legati da una o più necessità univano risorse e forze per conseguire obiettivi in minor tempo, dividendosi oneri e risultati. E benché quando si parli di tribù la nostra mente subito ci riporta alle verdi distese dello Utah popolate dagli Anazasi o alle aride colline della California in cui vivevano gli Achomawi, in realtà il sistema organizzativo tribale fu adottato ben prima dei tempi in cui i pionieri, alla conquista del selvaggio West, dovevano stare attenti a non farsi fare lo scalpo dai nativi di cui sopra. Nell’accezione comune, quindi, tribù non trasmette nulla di aulico ma a discapito di questo utilizzo, non troppo valorizzante, dobbiamo ricordare che nella nobile Atene le tribù costituivano un importante sistema organizzativo della società e ricoprivano una funzione paragiurisdizionale, al punto di attirare l’attenzione del dotto Clistene che le inserì nella sua storica riforma. Ben diversa questa immagine rispetto a quella delle tribù indigene, vero? Dell’accezione non ci importa poi troppo, ben più utile è la funzione di questo sistema: utilizzare la tribù come strumento di categorizzazione degli individui, accomunati, in base al periodo storico in cui hanno vissuto, da necessità, come nel caso dei nativi americani, o da condivisione di ideali e legami, come nell’antica Grecia. O da necessità nuovamente, considerando che la storia si ripete, come noi uomini di oggi e del domani.
Ecco, la necessità che noi ora sentiamo è quella di categorizzarci in base a ciò che ci differenzia, raccogliendoci nella Tribù di Arbiter. E in ogni tribù che si rispetti, vi è sempre una figura da eleggere a modello di riferimento: no, niente Toro Seduto per noi. Il nostro capo tribù è l’uomo più elegante per antonomasia da oltre 2mila anni, capace di rimanere un’icona di quell’eleganza che trascende dal tempo: l’Arbiter Petronio. Ma qual è quindi il modo di vivere che ci evidenzia rispetto agli uomini di questi tempi? Il «lusso raffinato», quello che Tacito attribuiva a Petronius. Un concetto dalla difficile trattazione, specie per chi maneggia la parola lusso con estrema cautela, poiché l’altra faccia della medaglia «luxos» è lo sfarzo, polo diametralmente opposto a quello che intendiamo. Tacito ci aiuta descrivendo il carattere di quello che fu il proconsole più elegante, nei modi e nell’aspetto, alla corte di Nerone, quando dice: «Le sue viziose abitudini (o erano forse simulazioni di vizi?)», suggerendo in poche parole la naturalezza di quest’uomo nel far cose che agli altri risultavano precluse senza dissimulare. Notate come il parametro di eleganza sia rimasto uguale? Naturalezza e rigore. A pensarci bene, oggi la Tribù di Arbiter cresce raccogliendo una tipologia di personalità che, magari senza volerlo, si ispirano al modello petroniano: una categoria ben raccontata da Gianluca Tenti sul numero 202 di Arbiter, quando descrive come emancipati gli uomini che vivono basandosi sui nostri valori, artefici delle proprie scelte, vanitosi come deve essere chi non si accontenta mai. Un documento d’identità intellettuale che accomuna tutti quelli che vivono alla ricerca della bellezza in ogni aspetto della propria vita. Ponendo al centro il teorema di Qualità/Emozione, sempre presente tra le righe qui stampate e rilegate, la comunità (o community, che dir si voglia) di ricercatori di tali caratteristiche sta crescendo giorno dopo giorno, specie tra i più giovani, raccogliendo adesioni tra coloro i quali vogliano andare oltre quello che ci è propinato dalla moda e dalle mode, radunando chi sente ardere la fiamma della passione per quel trittico basato su mano, mente e materia. Questo è l’identikit dell’instancabile esploratore della Tribù di Arbiter. Che si tratti di un pellame bovino o rettile da scegliere per la scarpa su misura, dell’apprezzare una stoffa tra migliaia di scampoli dal proprio sarto o di prendere dallo scaffale dell’enoteca una bottiglia di vino invece di un’altra poiché affascinati dalla filosofia del produttore, chi appartiene alla tribù saprà scegliere con fermezza e al momento giusto, poiché anche la scelta di indossare ciò che gli indica l’ora al polso è stata compiuta con attenta ricerca.
Questa consapevolezza è il prodotto di un percorso, fatto insieme, iniziato più di 20 anni fa: i primi a entrare nella tribù sono oggi senatrici e senatori della bellezza, donne e uomini che tramite anni di sperimentazione, di studio, di acquisti e di passione, hanno costruito un guardaroba enciclopedico (sia in termini di qualità sia di mole di capi, naturalmente fatti a mano), oltre a un bagaglio culturale da filologi alessandrini circa le materie finora trattate. Sono gli stessi che con l’esempio, il gusto e la condivisione, guidano i nostri sodali più giovani, tramite il raccontarsi tra le nostre pagine o durante i nostri eventi. No, non si tratta di donne e uomini affetti dalla «Sindrome dell’epoca d’oro», raccontata da Woody Allen in Midnight in Paris: qui nessuno è affetto da nostalgia cronica, nessuno si sente un pesce fuor d’acqua a causa dei tempi profondamente diversi rispetto all’età aurea dell’eleganza finita ormai più di 40 anni fa.

Mentre gli altri giornali possono dire di avere dei lettori, noi abbiamo molto di più, perché Arbiter è una Tribù che va oltre le forme preimpostate dalla società o dal diritto. È un locus amoenus astratto, in cui può entrare chiunque, mostrando agli altri già presenti la passione che lo muove. Basta soffermarsi a osservare e «leggere» le immagini della Tribù, per capire le loro cabine armadio, con 70 abiti su misura, come i pantaloni, le scarpe, le camicie; i loro orologi, i libri, le loro automobili. Uomini che sono! Cui non interessa apparire. Per chi fa parte di questo gruppo, il vero valore non è quello strillato su un cartellino, ma la qualità intrinseca del prodotto e la cultura per saperla cogliere e apprezzare. Il vero lusso, nel 2020, è il poter affermare con orgoglio di far parte di una comunità di persone sparpagliate in giro per il mondo, che ogni mese «si ritrovano» per sfogliare con ardore il nuovo numero della rivista. Che ogni giorno, con naturalezza, vivono la propria vita come moderni Petronio e che in ogni istante della loro esistenza condividono con altri amanti della Bellezza le loro scoperte e i loro vezzi, vizi, o simulazioni degli stessi. Se il giornale è il nostro scudo per difenderci dall’amorfismo di questa era, allora la pertinenza è la spada della Tribù. «Essere, non apparire» è l’urlo di battaglia. Il dono per chi segue questo percorso di vita sarà sentirsi sempre a proprio agio, in ogni situazione e contesto, grazie alla gentilezza della cultura e all’eclettismo che ci contraddistinguono.

Villa Mozart, MILANO | 2015 · «smoking in smoking»
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