«Il mio segreto? Disegnare pieno di rabbia»

Mag 26 2021
D ietro il successo di Robb Pratt, animatore dei grandi film Disney, c’è una vicenda di privazioni e sconfitte: «Ma fin da piccolo sapevo che non avrei mai voluto usare la mia povertà come scusa. Invece di star fermo a lamentarmi, ho agito». Nonostante l’affermazione artistica, dorme 4 ore a notte pur di creare le sue opere, perché «anche il tempo speso in famiglia è fondamentale».

Robb Pratt nel suo studio di animazione. << Abitare vicino ai loro studios è stata una sorta di premonizione >>.

«Sono nato e cresciuto in povertà a North Hollywood, da una madre single che soffriva di disturbi mentali. Non poteva lavorare e ricevevamo un sussidio dal governo. Se non t’insegna a essere umile un inizio così». Oggi, Robb Pratt è un veterano della Walt Disney: 24 anni passati tra animazione e regia. C’è la sua matita dietro ad alcuni dei più celebri film della casa di produzione californiana, come Pocahontas, Hercules e Tarzan. Autore di cortometraggi indipendenti acclamati da critica e pubblico (il più celebre, Superman Classic, ha superato le 620mila visualizzazioni su Youtube), si presenta come il più classico dei cowboy americani: un ragazzone di 2 metri d’altezza, capelli biondi ingellati all’indietro, occhi azzurri, mascella squadrata e sorriso a 32 denti, anche quando lo sguardo si perde negli anni più bui del passato. Perché, dietro il suo successo, c’è una storia di miseria e sconfitte.

«È normale avere una visione romanzata di Hollywood», racconta, «ma negli anni Sessanta è stata la zona degli Stati Uniti con il più alto tasso di immigrazione e, ovviamente, la distribuzione della ricchezza non era armoniosa. Io stesso sono figlio di un danese. Come molti americani di prima generazione, ho dovuto combattere per avere qualsiasi cosa. Da un lato è estremamente umiliante essere poveri e vivere tra attori e ville; dall’altro può essere divertente: quando dici di venire da “North” Hollywood, la gente ti guarda con soggezione». E scoppia nella risata fragorosa di chi non ha accettato di usare le condizioni in cui è cresciuto come scusa per arrendersi: «Non so il perché, ma fin da piccolo sapevo che non lo avrei mai fatto. Il lato buono è che mi ha dato una marcia in più. Me ne rendo conto osservando i colleghi che hanno avuto un’infanzia agiata: anche loro avrebbero la capacità di creare le proprie opere in autonomia, ma non lo fanno. Credo non abbiano la stessa determinazione, la stessa fame. Io volevo uscire dalla povertà con tutte le mie forze. Almeno un colpo di fortuna l’ho avuto: vivevo a 3 chilometri di distanza dai Walt Disney Studios, ci passavo spesso davanti in auto. Ai miei occhi, era come se ci fosse un gigantesco bersaglio dipinto sopra quell’edificio: un giorno, sarei arrivato lì».

E il suo tramite fu la Cartoonists’ Union, il sindacato fondato negli anni Cinquanta da animatori che scioperavano proprio contro la Disney: «Oltre alle riunioni, si tenevano corsi serali su tutti gli aspetti dell’animazione. Non ottenevi crediti universitari o diplomi, ma un’esperienza concreta. Al mattino andavo a scuola e al pomeriggio mi mantenevo lavorando in una fabbrica di vetri, ma appena fui abbastanza grande da raggiungere la sede in bici, iniziai a frequentarne i corsi». È per questo motivo che Pratt dà più valore all’esperienza sul campo che ai crediti accademici: «Per me, l’università non è mai stata un’opzione. Tentai di ottenere una borsa di studio, ma, non avendo genitori a cui chiedere aiuto, fu un’impresa anche solo compilare la richiesta. Tuttavia, all’università possono darti la bicicletta, ma sei poi tu a dover pedalare. La passione dev’essere qualcosa di tuo, non possono trasmettertela gli altri. In quel sindacato ho studiato con animatori che lavoravano alla Disney di giorno e cercavano di arrotondare lo stipendio la sera. Non ti davano solo insegnamenti, ma anche delle indiscrezioni su come si stavano muovendo gli Studios e, soprattutto, su quando erano in cerca di giovani da assumere».

 

Robb Pratt nei Walt Disney Studios a Hollywood.

E dopo anni passati a fissarlo dal finestrino di un’auto, il 7 novembre 1994 varca finalmente il cancello della Disney per lavorare a Pocahontas. «Se sei cattolico, vuoi andare a visitare il Vaticano; se sei un animatore, questa è la Terra santa! Ho attraversato il cancello con una macchina sfasciata in un incidente, gli interni distrutti, ma ero felice perché indossavo la mia camicia migliore. Per me non era solo il primo giorno di lavoro alla Disney: era il primo giorno in cui non ero più povero». Purtroppo, la sua gioia non dura a lungo. Nel 1995 esce Toy Story, il primo film interamente animato al computer, e diventa subito chiaro che il 3D avrebbe soppiantato il disegno a mano. «Cos’ho provato? Non penso che la parola “devastante” sia abbastanza forte. Quando hai amato e voluto qualcosa fin dall’infanzia e, dopo anni di sacrifici, la ottieni solo per vedertela subito portare via, ti si spezza qualcosa dentro. Ho scalato la cima di una montagna per diventare animatore e dopo 10 anni ho dovuto tornare alla base solo per non perdere il posto».

Gli viene offerto di lavorare a serie tv quali Kim Possible e La casa di Topolino su Disney Channel. Una notevole china rispetto a film che venivano proiettati nelle sale di tutto il mondo. Ma Pratt non demorde: «Ho colto l’occasione senza farmi tante domande. Mi sono impegnato giorno e notte per un anno e mezzo, fino a essere promosso a regista per la serie The Replacements. Fui entusiasta di aver trovato altro a cui dedicare la vita. Ma quando la serie finì, mi ritrovai nuovamente disoccupato. Attraversai un periodo molto buio: ero frustrato, geloso, mi disistimavo, non mi davo nessuna speranza. Vedevo colleghi e amici ricevere incarichi che ritenevo di meritare molto più di loro». Così nel 2011 decise di dedicarsi a Superman Classic, il suo primo progetto personale. «Ho capito che, invece di lamentarmi, era ora di mostrare che cosa fossi in grado di creare. Ho provato a incanalare la rabbia in qualcosa di cui essere fiero. E, finalmente, mi sono sentito orgoglioso di me stesso. Poco dopo, sia Variety che Hollywood Reporter pubblicarono un articolo sul mio corto e fui chiamato a parlarne alla radio. La ricompensa venne ancora prima di ottenere un nuovo lavoro. Mi sono sentito bene perché, invece di restar fermo a lamentarmi, ho agito». Nonostante il successo, Pratt si è dato una regola ferrea: non permettere al lavoro di sottrarre tempo alla sua famiglia. «Amo i cartoni animati, ma amo i miei figli più di qualsiasi altra cosa e non voglio che crescano ricordando il papà sempre davanti al tavolo da disegno. Il tempo speso a casa è fondamentale: resto con loro finché non vanno a letto e solo allora sgattaiolo nel mio studio. La magia di vedere i disegni prendere vita è tale che non mi rendo neanche conto del tempo che passa. Se mi casca l’occhio sull’orologio, dico sempre: ancora un paio di disegni e basta! Mi addormento alle 3 o alle 4 e poi mi sveglio alle 7 per il lavoro».

Occorre un anno intero per riuscire a realizzare appena un minuto e mezzo di animazione: l’energia di Pratt per continuare a lavorare dopo tante ore passate negli Studios è straordinaria. «Vi rivelerò uno dei miei trucchetti: la notte vado a letto senza andare prima in bagno. Quello sì che riesce a svegliarti al mattino! Scherzi a parte, è passione, una passione positiva, l’amare qualcosa. Ma un artista attraversa anche molta negatività. La domanda è: come si fa a trasformare la negatività in positività? Molte delle animazioni di Superman Classic sono state fatte con rabbia. Le notti insonni sono il prezzo da pagare, ma è anche la forza che ti permette di restare in prima linea e di mantenere le armi affilate. Sai che ci sono sempre artisti più giovani che assediano la tua posizione. Non puoi mai adagiarti sugli allori, non puoi permetterti di diventare arrogante. Devi rimanere concentrato e appassionato». Proviamo a carpirgli una confessione: almeno cinque ore a notte deve dormirle. «Credetemi, non so come faccio. Penso davvero che si tratti della passione. Ogni scusa è legittima per continuare a realizzare i miei progetti. Quelle stesse scuse che non ho usato per arrendermi, le uso per lavorare più sodo».

 

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