La lunga via dello stile

L ’eleganza è nel togliere, non nell’aggiungere, e ha a che vedere con l’abbigliamento solamente in minima parte. Ne è convinto Antonino Ubaldo Caltagirone, che da 50 anni si veste su misura con un rigore ionico e spirituale

Un guardaroba per essere tale deve essere vissuto, ogni pezzo deve possedere delle caratteristiche e raccontare una storia. La base per costruirlo è la conoscenza dei tessuti. Ho avuto la fortuna di fare il primo abito dal sarto a 16 anni, ormai sono 50 anni che vesto su misura. Ma ci vuole cultura per saper chiedere cosa si vuole all’artigiano». Capelli lunghi e fluenti d’altri tempi, baffi, sguardo intenso, sempre in giacca e cravatta dallo stile che definirei ionico, Antonino Ubaldo Caltagirone è un metafisico dell’eleganza. Dico «dell’eleganza» e non «del vestire» perché sono due cose ben diverse, come vedremo tra poco. Nato nel 1954 e cresciuto a Torino, Caltagirone oggi fa capo a Firenze ma è perennemente in viaggio per lavoro. Proprio il suo peregrinare gli ha permesso di accumulare nei decenni un archivio di tessuti rigorosamente inglesi, da Dormeuil a Fox Brothers, acquistati in Inghilterra. Questo magazzino ha alimentato inizialmente i numerosi sarti a cui si rivolgeva per far confezionare abiti, giacche, cappotti e pantaloni, ma rimaneva così abbondante che il suo artefice ha deciso di devolverlo piano piano, in maniera accurata, agli amici, regalando al momento giusto la stoffa intonata allo stile di ciascuno. «Ho seguito varie scuole sartoriali», racconta Caltagirone, «da quella inglese con Norton & Sons a quella siciliana con Maugeri, che aveva bottega a Torino. Poi sono passato a Michele Mescia, sempre nella mia città, e a Domenico Caraceni di Milano, mentre ultimamente mi servo dal napoletano Gianni Volpe. Ma la maggior parte dei miei capi ha almeno una decina d’anni, così come le scarpe e le camicie. Il mio gusto è inglese per quanto riguarda le stoffe e asciutto nel taglio, analogamente alla vecchia sartoria abruzzese. Preferisco i bottoni di corozo anziché in madreperla, il doppiopetto con revers non esagerati, gli spacchi laterali, le giacche sfoderate anche in inverno. Ma sono i vuoti che contano, non l’asola sbottonata o altri dettagli che, contrariamente a quello che si sostiene, non fanno la differenza: l’eleganza è togliere, non aggiungere. Il capo lo vedi da come accolla, da come ti sta quando sei seduto, dal giromanica giusto che non fa spostare il fianco quando alzi il braccio. La differenza non la fa l’abito, quanto l’uomo. Io sono più per il rigore che per la creatività».

Ci stiamo avvicinando al campo in cui Antonino Ubaldo Caltagirone ha molto da trasmettere, applicando all’ambito dell’estetica quella spiritualità che lo pervade: «L’eleganza è un istinto, che ti rende capace di abbinare tessuti e cose belle. È composta da stile, classe e carisma: il vestire contribuisce al massimo per il 10%. Poi ci sono il fascino e la seduzione, che meriterebbero un capitolo a parte». Un percorso di iniziazione che parte da lontano, quello di Caltagirone, precisamente nel primo anno di liceo: «Ero stato invitato da una compagna di scuola con cui avevo un flirt a una festa nella sua villa alla Mandria (prestigioso parco a nord-ovest di Torino, ndr). Mi sono presentato vestito con il golf, quello che sferruzzava mia mamma a casa, e ho trovato ragazzi della mia età con il blazer blu e che parlavano di golf, ma non intendendo quello che indossavo io. Per la prima volta mi sono sentito a disagio. In via San Tommaso, lungo la strada tra casa mia e il liceo, c’era un negozio confezionista: faceva abiti, vendeva stoffe, allargava i cappelli etc. Un giorno, passando noto in vetrina il manichino di un giocatore di golf ed entro. Dal retro bottega esce un signore con i capelli bianchi, elegantissimo: il titolare. Gli racconto la storia e lui mi dice: “Ah, te ne sei andato con la coda tra le gambe”. Gli rispondo: “No! Voglio diventare meglio di loro”. Così Giovanni Borrella, per tutti alla torinese «Monsù» Borrella, mi propone un patto: lui mi avrebbe insegnato a diventare un gentleman, e io avrei lavorato gratis tutti i pomeriggi. Ho subito accettato e sono rimasto in negozio per tutto il liceo. È diventato un padre, eravamo sempre insieme, mi ha insegnato tutto. In verità, ogni tanto mi allungava 10mila lire per portare fuori le ragazze, spiegandomi come dovessi comportarmi per conquistarle. Ovviamente mio padre, comandante di una caserma dell’Esercito in città, non sapeva niente, e mi toccava fare tutto di nascosto con la complicità di mia madre, che di lavoro faceva l’insegnante».

Vestire
Iscriviti

Newsletter

Entra nel mondo di Arbiter: iscriviti alla nostra newsletter per restare sempre aggiornato e ricevere i contenuti in anteprima.