L’impronta è del designer

è nel rapporto tra forma e funzione che Francesco Lanzone, bottier di Torino, basa i suoi progetti: calzature realizzate innanzitutto come se dovesse indossarle lui

 

Non sono tanti coloro che diventano calzolai per esigenza. Tantomeno quelli che iniziano a cimentarsi nell’ars sutoria da autodidatti. Il torinese Francesco Lanzone appartiene a entrambe le schiere. Classe 1979, ha sempre avuto difficoltà a reperire delle belle scarpe: a 18 anni portava il 47. Parallelamente, desiderava fare il designer, ossia «il progettista», come dice lui, «che individua un problema in un oggetto, lo studia e lo risolve». Insomma, che migliora gli oggetti. «Così mi sono iscritto alla facoltà di Disegno industriale del Politecnico di Torino», racconta, «Mi dicevo: “Progetterò qualcosa in primis per me”. Una volta presa la laurea e abbandonata la prospettiva di lavorare in uno studio, ho approfondito la calzoleria come architettura: il buon design sta nel rapporto forma-funzione, nelle materie prime di qualità e nella giusta costruzione. Nel 2006 lessi un reportage su alcune calzolerie di nuova generazione, tra cui scorsi il nome di Francesco Barbacci, di Arezzo, che presentava dei modelli in una sartoria milanese. Sono andato a vedere la collezione, che mi è piaciuta. Così mi presentai da Barbacci con una mia prima scarpa realizzata leggendo il libro Scarpe da uomo fatte a mano di László Vass e andando a disturbare un calzolaio di quartiere di Torino che cuciva a mano, giusto per aiutarmi a mettere in pratica i rudimenti acquisiti sul testo. Ad Arezzo quindi ho svolto nella bottega, che si chiamava Bottier, una palestra di cinque anni, durante la quale ho imparato non solo il montaggio a mano, le cuciture, il disegno del cartamodello, il taglio, ma anche a conoscere le concerie e le qualità dei pellami. Il maestro mi ha aperto le porte da totale sconosciuto, è stato un incontro fondamentale».

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