L’UOMO CHE SCOLPISCE IL PO

Giu 24 2021
E nrico Menegatti è l’autore di statue fatte solo con legni trasportati dal fiume sul litorale. Dichiara: «Qualcosa di superiore guida la mia mano». I vandali continuano a distruggere le sue opere e minacciano di ucciderlo, ma non ha intenzione di fermarsi: «Il mio desiderio più grande, nella vita, è fare arte: vuoi mettere morire per questo?»

Enrico Menegatti, classe 1955, autore delle sculture Nate dal mare, interamente composte di legni e fili di ferro scaricati dal Po nell’Adraitico.

Qualcuno vuole uccidere l’uomo che scolpisce il Po. Chi può odiarlo al punto da incendiare le sue statue di legno e lasciare tra le braci, come monito, un cuore di daino, una pistola giocattolo e un cartello dell’alta tensione, quelli gialli con il teschio e la scritta «Pericolo di morte»? Nessuno riesce a capire quale male oscuro abbia risvegliato l’artista Enrico Menegatti nel sonnolento Delta del Po. Bisogna seguire il corso del principale fiume italiano fino al Lido di Volano, il più estremo e selvaggio dei lidi ferraresi: una manciata di case disperse in una pineta combattuta tra la foce, il mare e il cielo. Un luogo così fuori dal mondo che, proseguendo per il litorale, ci si imbatte senza soluzione di continuità in giraffe, delfini, dinosauri. Anche in San Giorgio con il drago e in Marco Pantani. Tutti monumenti lignei di bellezza unica. Il loro creatore, Menegatti, originario di Codigoro, classe 1955, vincitore del premio Arte Mondadori nel 2000, le ha chiamate Nate dal mare: sono sculture interamente composte di legni e fili di ferro scaricati dal Po nell’Adriatico e depositati sulla battigia. Lo stesso Menegatti ha finito per assomigliare a una delle sue opere: un volto duro e abbronzato, inciso nell’ebano; le rughe a incorniciare uno sguardo penetrante da scultura gotica. A dimostrarlo umano ci pensano le mani, mobilissime e irrequiete. Brusco nei modi, ma spontaneo e di gran cuore. Dopo un’ora di conversazione, ti ha già offerto due birre; dopo due ore, ti regala le susine del suo orto.

L’idea delle sculture è nata in un giorno d’estate del 2015: «Stavo camminando sulla spiaggia quando ho trovato un legno che poteva sembrare il muso di un cavallo a grandezza naturale. Dopo pochi metri, tra i rami abbandonati, ho “visto” una zampa, poi un’altra, poi la coda. In un’ora e mezza di trance artistica, sotto un sole cocente, mi sono ritrovato davanti un intero cavallo tenuto insieme con il fil di ferro portato dalla risacca. Non ho fatto in tempo ad andare a recuperare il cellulare che già si erano fermati a fotografarlo almeno dieci turisti ammirati. Tornando a casa, mi sono ripromesso di creare di nascosto una statua tutti i sabati, sino alla fine dell’estate. Iniziavo all’alba con la spiaggia deserta. Solo alla quarta scultura sono stato scoperto da una coppia di bresciani che ha poi postato la foto su Facebook. Tornarono l’indomani per dirmi che, in meno di 24 ore, avevo ricevuto 2000 like. La settimana successiva uscì un articolo sul giornale locale». La fama ha avuto per lui un lato ironico: «L’avevo sempre reputata arte, eppure nessuno mi dava retta; arriva un cronista di provincia ed ecco che tutti lo considerano acclarato. Si cominciò a creare un via vai di persone in un luogo estraneo al turismo estivo. Proseguii per tutta estate, realizzando una dozzina di opere. A ottobre misi da parte i rami per la stagione successiva. Giorno dopo giorno, mi accorgevo che alla giraffa mancava una zampa, il cavallo aveva il corpo sfondato… Riparavo i danni senza farne parola con nessuno, sperando che fosse colpa delle mareggiate: il mare dona, il mare riprende. Arrivò il 4 dicembre e mi distrussero cinque statue in un colpo solo. Una mareggiata umana, di sicuro. Non me l’aspettavo».

 

San Giorgio e il drago, una delle opere di Menegatti esposte lungo il litorale del Lido di Volano, in provincia di Ferrara.

 

Data la stagione, non fu certo l’atto vandalico di un turista. «Non ebbi il tempo di pensarci: mi avevano appena commissionato due presepi per Natale. A inizio gennaio rimisi a posto le statue. Il 17 dello stesso mese le distrussero di nuovo e, sopra una di esse, inchiodarono un cuore di cervo adornato di piume. In provincia di Ferrara operano quattro esorcisti: due vennero a benedire il territorio, nel timore che si trattasse di un rito satanico. Neanche un mese dopo, incendiarono un’altra statua, lasciando come ammonimento una pistola giocattolo e un cartello giallo di pericolo di morte, quelli che si mettono sui tralicci dei cavi elettrici. A quel punto intervennero i carabinieri». Ma Menegatti non ha mai pensato di fermarsi: «Il mio desiderio più grande, nella vita, è fare arte: vuoi mettere morire per questo? Nonostante i carabinieri avessero installato delle telecamere, i vandali tornarono incappucciati e bruciarono ancora una volta le statue, eccezion fatta per un crocifisso che sfregiarono con della vernice nera. Ho dovuto ripetere almeno due o tre volte ogni pezzo. In compenso, questi atti fecero da richiamo pubblicitario: iniziarono manifestazioni di solidarietà e richieste di esporre fuori dal paese. L’unica statua che si salvò del tutto, una foca, vinse un premio a Cantù; i giornali locali titolarono: “I vandali distruggono e i Longobardi premiano”».

Tuttavia, non sono stati i premi a dargli sicurezza sulla qualità delle opere. «È stato quando, davanti alla statua di un dinosauro, è passato un anziano con la nipotina per mano: il signore di 90 anni e la bimba di 3 avevano la stessa espressione. Una gioia infantile, a bocca aperta». Menegatti è convinto di non essere lui a scegliere il soggetto delle opere: si sente guidato da qualcosa di superiore: «Parlerei di “una mano dal cielo” se non mi sentissi ridicolo; ma io stesso, alla fine, mi meraviglio dell’opera conclusa. Ogni settimana trovo una testa e costruisco la statua a partire da quella, nel luogo in cui l’ho rinvenuta. Non scolpisco nulla, assemblo. Non sono io a decidere cosa creare». La sua formazione è quella dell’autodidatta: «Avrei voluto andare al liceo artistico, ma rinunciai per non gravare sulla famiglia. Decisi che ciò non mi avrebbe fermato. Nel 1973, quando avevo 18 anni, mio fratello si trasferì a Milano e m’invitò a seguirlo per fare arte. Qui in zona già non si trovava il lavoro, figurarsi le gallerie. Ma mi sembrava una decisione così artificiosa: io non volevo andare a Milano, volevo che fossero i milanesi a venire a Codigoro. Mi ci sono voluti 50 anni, ma ci sono riuscito. Quando i visitatori mi chiedono che scuola abbia frequentato, sono orgoglioso di dire che no, non ho fatto nessuna scuola, ho studiato da solo. Il problema del mondo dell’arte è che, dopo la Transavanguardia, non ci sono state più correnti, tutto è fermo. Sono tempi molto difficili perché ormai si è visto di tutto. Stupisce, invece, che riscuotano successo lavori così semplici, economici, legati al territorio».

Ed è proprio questa l’idea centrale della sua opera: valorizzare il territorio del Delta del Po. «Avrei voluto portare qua persone da tutto il mondo. Quando la direttrice del museo di Pomposa, vedendo due mie sculture alla Sagra della patata di San Nicolò, per dire il contesto, mi ha invitato a esporre di fronte all’abbazia, ho capito di avercela fatta. C’è una sottile meraviglia in questo paesaggio ancora selvaggio. L’impatto delle statue è immediato perché già nel legno, lavorato dalle burrasche e dal mare, c’è tutta la poesia. Questa è arte popolare, è la gente comune a giudicare. Non voglio filosofi tra i visitatori, voglio persone normali in cerca di emozioni. Sono più sensibili. Dove incontri gente che discute d’arte contemporanea, oggigiorno?». Menegatti ha una sua teoria su chi possano essere i vandali che hanno preso di mira le sue opere: non bracconieri che non hanno gradito il via vai di visitatori, né concittadini invidiosi, ma semplici mitomani. «Ogni volta che i giornali locali scrivono di me, loro sanno di avere un’occasione per far parlare di sé. Se li incontrassi, farei finta di non vederli. Fin dalla prima statua ho messo in conto la cattiveria umana». È innegabile, tuttavia, che gli incendi e le minacce abbiano contribuito a farlo conoscere al di fuori di Ferrara. «Sono stati per me quel che per Caravaggio è stata la violenza, per Ligabue la pazzia, per Van Gogh il taglio dell’orecchio. Deve esserci una sorta di mistero attorno all’opera. È assurdo, ma dovrei ringraziare i miei persecutori per aver avuto questa meravigliosa intuizione. Mi sono persino dovuto giustificare con quanti credevano che fossi stato io a dar fuoco alle mie opere per ottenere visibilità. Se fossi così ingegnoso, lavorerei a Cinecittà!». Proviamo a provocarlo: non desidera scoprire i vandali perché verrebbe meno l’aura di mistero e, con essa, parte del suo successo? «Meglio trovarsi a quest’età con la carica che sento in me, piuttosto che avere un milione in banca ed essere vuoto dentro. Io sono l’uomo più ricco del mondo. Lavoro cinque giorni alla settimana come subacqueo per la bonifica del territorio. Il sabato stacco e vado alla ricerca del tesoro. Io trovo l’oro».

 

Due opere di Menegatti. << Costruisco le statue nel luogo in cui ho rinvenuto i primi legni. Non scolpisco nulla, assemblo. Non sono io a decidere cosa creare >>.

La foca, l’unica statua che si salvò dalla prima ondata di vandalismo, vinse un premi a Cantù. I giornali locali titolarono << I vandali distruggono e i Longobardi premiano >>.

San Martino divide il suo prezioso mantello con un povero, in un’opera di Enrico Menegatti.

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