Così lo scolpisco

Per interpretare il Premio Laureus, Tonino Negri ha scolpito una statuetta in cui l'uomo e la sua nobiltà d'animo diventano punto di congiunzione tra terra e cielo. Narrati attraverso materiali archetipici della natura: l'argilla, il rame e il fuoco

DI Giuseppe Frangi
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Secondo una favola zen, una volta un vaso di ferro aveva sbeffeggiato un altro vaso fatto di ceramica, vantando di essere infrangibile: «Se tu cadi invece vai in pezzi. A me non mi rompe nessuno». Un paio di millenni dopo, un archeologo scavando trovò due vasi. Uno era ridotto a un mucchio di ruggine. L’altro era intatto e con poco sforzo sarebbe stato di nuovo tirato a lucido: era quello di ceramica. Quando Tonino Negri racconta questa favola, dice molto di se stesso. La sua vita d’artista infatti è legata a una venerazione per la materia che ha scelto come campo d’azione. Per lui la ceramica è una sorta di trait d’union tra terra e cielo, tra tempo ed eternità. La ceramica chiede manualità, umiltà artigianale (e umiltà ha la stessa radice di humus, terra), pazienza. Ma nello stesso tempo, una volta plasmata, una volta cotta, è fatta per sempre. «La ceramica è una materia che ha una sacralità speciale», spiega Negri. «Il fatto che sia fragile la rende ancora più unica e quasi magica». 

 

 

 

Negri, da vero ceramista, è personaggio legato a una terra, la sua: è nato infatti a Lodi nel 1961 e ancora lì vive e lavora, avendo saputo resistere all’attrazione fatale che la vicina Milano esercita verso chiunque eserciti professioni creative. Lodi è una delle 37 città italiane di antica tradizione ceramica. Grazie alla massiccia presenza di argilla nel territorio, nei secoli passati si era sviluppata una tradizione di fornaci specializzate nella produzione di tegole e mattoni. Ma, soprattutto, l’argilla è diventata materia prima d’eccellenza per i maestri vasai e ceramisti. Divenuti famosi in Europa grazie alla perfezione garantita dalla cottura cosiddetta «a gran fuoco» e a una particolare raffinatezza nelle decorazioni floreali. Poi sono arrivati i processi di industrializzazione e la tradizione è andata poco alla volta spegnendosi. Oggi vive grazie a personaggi che hanno scelto la ceramica come vocazione e che hanno saputo mantenersi legati alla filosofia della bottega. Tonino Negri è uno che ha fatto bottega, in tutti i sensi. Ha imparato mettendosi a bottega mentre con poca convinzione seguiva gli studi di agraria. E ancora oggi lavora in una dimensione di bottega, avendo al proprio interno anche il forno in cui affidare al gran fuoco le proprie creazioni. La bottega in cui ha appreso gli strumenti del mestiere è quella di Marcello Chiarenza, un artigiano-artista, siciliano di nascita e lodigiano d’adozione, personaggio eclettico e poliedrico, chiamato in tutt’Italia per la sua abilità nel costruire apparati effimeri per feste popolari o per eventi. Nella bottega di Chiarenza Negri si occupava di tutto ciò che andava realizzato in terracotta o ceramica. «Il che voleva dire», racconta oggi l’artista, «eseguire degli ordini: quelli che lui mi dava». Ma questo significa «far bottega»: imparare obbedendo. 

 

Del resto, quando parla di ceramica Negri ha molta difficoltà nel distinguere tra creazioni alte e prodotti diffusi. «Spesso girando per l’Italia mi capita di scoprire quanta bellezza abbia saputo generare l’artigianalità popolare. C’è un patrimonio straordinario di vasellame d’uso che non ha nulla di meno rispetto alla cosiddetta ceramica d’arte». Non a caso tra i suoi referenti cita («ma li guardo tutti dal basso verso l’alto») personaggi come Gio Ponti, Fausto Melotti, Lucio Fontana, che hanno realizzato capolavori facendo semplici oggetti quotidiani. Del suo maestro Negri parla quasi con devozione. «È da lui che ho capito che la ceramica ha anche una sua ritualità. Chiarenza infatti, lavorando per ideare macchine teatrali, quasi sempre realizzate con materiali naturali, mi ha aperto all’idea che la ceramica potesse andare oltre la dimensione dell’oggetto e diventare qualcosa di più». Da questa intuizione è nata ad esempio la serie di presepi di grandi dimensioni che Negri ha realizzato in più edizioni per la Basilica domenicana di Santa Maria delle Grazie a Milano. «È stata un’emozione straordinaria vedere queste mie creazioni sotto l’architettura cristallina del tiburio di Bramante». Per Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ha realizzato un’arca. «Per me», conclude Negri, «rappresenta un soggetto simbolo. È come il prototipo del vaso perfetto, quello destinato a contenere la vita». 

 

 

Tonino Negri

 

Così Tonino Negri ha spiegato la genesi dell’opera di copertina: «La sfida era provare a reinterpretare in maniera artistica il premio Laureus, la statuetta in metalli preziosi di un uomo che regge un arco, che ogni anno viene assegnata per meriti sportivi dalla Fondazione Laureus. Vista con lo sguardo da ceramista-scultore, l’immagine si è trasformata in una figura umana dagli arti inferiori robusti, ben piantati, che sorregge un cielo con le braccia esili e slanciate. Ho dato vita a una forma archetipa dell’uomo come centro di trasformazione e congiunzione tra la terra e il cielo. Espressione di quello spirito solidaristico che si ritrova poi nel nome: Laureus Nobilitatis, un premio alla nobiltà d’animo (nelle foto, fasi di lavorazione). L’uomo poggia i piedi su una base quadrata che rappresenta la terra, il suo colore è bruno. Si eleva poi come una colonna di color paglierino, un’anatomia semplificata che regge con gesto leggero il disco turchese della volta celeste. Lo smalto arricchisce la terra, non è una mai semplice decorazione. La simbologia emerge anche nella scelta degli smalti e dei colori: l’ossido di ferro risolve la componente terra, quello di rame il cielo. La nuda terra priva di smalto, bronzata dal fuoco di cottura, distingue l’uomo. Nudo, semplice, ma capace di trasformare e di unire l’alto al basso. I piedi radicati nella terra non gli impediscono di raggiungere l’alto del cielo. Quasi con le mani toccasse l’intero universo. L’uomo però non è padrone assoluto, è anello di congiunzione, centro di trasformazione delle energie terrestri e celesti. La spiritualità nasce dalla terra per poter salire verso l’alto. Nei miei lavori sono spesso presenti figure antropomorfe che rimandano agli archetipi. Gli elementi naturali quali terra, fuoco, acqua e aria si intrecciano a significare il contatto primordiale con la natura. Manufatti corposi, dalle linee morbide dove il gioco tra il pieno della materia e gli spazi vuoti dialoga con la semplicità e la leggerezza».