Noi che abbiamo fatto l’Italia

Nov 10 2020
D a artigiani a grandi imprenditori. Hanno creato ricchezza, non solo economica ma anche culturale. Hanno consacrato e sono stati consacrati da quella stagione straordinaria che ha visto il decollo della piccola impresa. La moda, il design, il mobile, la gastronomia, le eccellenze di un Paese che lo Stato oggi deve tutelare per far ripartire. Lo spiega Giuseppe De Rita ad Arbiter

Ci sono due numeretti che raccontano meglio di tante fumose analisi il miracolo italiano. Due dati separati da dieci anni: quelli in cui il Paese schiude le ali e spicca il volo. «Nel 1971 c’erano nel Belpaese 480mila imprese», spiega Giuseppe De Rita, uno dei più noti sociologi tricolori, classe 1932 ma ancora attivissimo, «nel 1981 erano più che raddoppiate, toccando quota un milione». Quel periodo segna il decollo della piccola industria: «È il momento in cui», prosegue il fondatore e presidente del glorioso Censis (Centro studi investimenti sociali), «l’Italia fa un balzo decisivo e matura l’assetto contemporaneo, tanto decantato nel mondo intero. È la stagione straordinaria in cui vengono consacrati gli orafi di Vicenza e i produttori di scarpe di Macerata, è l’epoca in cui si affermano gli scarponi sportivi di Montebelluna, le ceramiche di Sassuolo e l’industria tessile di Prato. In una parola, le mille meraviglie dell’Italia di oggi».
Un passo indietro. Anni 50 e 60. Povertà. Immagini in bianco e nero. Ma l’occhio di milioni di connazionali vede già i colori e le sfumature di domani, del successo e di quello che diventerà il made in Italy. L’Italia è una costellazione di bottegucce, di modeste trattorie, di capannoni dal respiro corto, senza nemmeno i nanetti di gesso che verranno ostentati più tardi. La Nazione è indietro ma ha una marcia in più. «In quegli anni», insiste De Rita, «quella che io chiamo l’economia del sommerso diventa uno straordinario incubatore che genera appunto la piccola impresa, fino al 1970 poca cosa, moltiplicando i talenti. C’è una disperata voglia di diventare ricchi: il Paese cresce, magari male e a gomitate, magari col nero e l’evasione fiscale, ma ingrana. La società è più aperta, inclusiva, ottimista. È l’Italia del boom. Pensiamo al Veneto o all’Emilia: quei capannoni sgraziati sono alveari dove un Paese si fa le ossa e corre verso la modernità. Come può, ma senza fermarsi mai».

Lo stilista Giorgio Armani agli inizi degli anni 80: nel 1965, a 31 anni, era commesso alla Rinascente di Milano, quindi passò al Lanificio Fratelli Cerruti e nel ’75 fondò il suo marchio omonimo.

Il Paese è pronto per il grande allungo: gli anni 70 sono quelli in cui la penisola si scopre una potenza mondiale e comincia a far parlare di sé nel mondo. «Attenzione», spiega De Rita, «c’è un fatto culturale di importanza straordinaria. Non è l’Italia della grande industria a creare il mito del made in Italy. No, è la piccola impresa a marcare quel segno indelebile di misura, di eleganza, di fascino. La moda. Il design. Il mobile. La gastronomia». Il Paese libera energie e risorse inimmaginabili e sconosciute che vengono da millenni di civiltà, da quella tradizione artigianale in tanti campi, insomma dalla storia ricchissima del nostro popolo. Pensiamo, per citare una storia fra le tante, a Gianni Versace che inizia la sua strepitosa carriera dall’atelier della madre sarta. La metamorfosi è compiuta: il formicaio è ora il set del sogno. Ecco l’Italia dei distretti, dei signori del vino che vanno alla conquista degli Usa e del Giappone e danno l’assalto al primato della Francia, è l’Italia che si accorge di essere la patria di infinite eccellenze, è l’Italia delle catene di valore, come le chiamano con termini non proprio scintillanti gli economisti e che De Rita, inesauribile come un vulcano, preferisce ribattezzare l’Italia delle grandi filiere. Il nostro petrolio. La nostra ricchezza. I nostri tesori, anche ai tempi di Lehman Brothers e del Covid. «Abbiamo avuto almeno due grandi crisi economiche», afferma l’ex presidente del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), «e poi questa terribile epidemia che speriamo di aver finalmente superato, ma ci siamo ripresi e ci riprenderemo. L’Italia ha gli strumenti e la bussola per andare avanti. Per non scomporsi, per non affondare. E per non tornare nelle retrovie della geografia globalizzata».
Certo, ci sono, come sempre nelle evoluzioni tumultuose, difetti e squilibri. Ma dentro un percorso che non si è mai interrotto. «Oggi», riassume De Rita, «la stagione del “piccolo è bello” non è più così vera, perché molte realtà si sono irrobustite e sono diventate media impresa, qualcuno poi è entrato nell’olimpo dei grandi, come è successo ai brand più acclamati della moda. Contemporaneamente c’è una difficoltà perché altri sono rimasti troppo piccoli, frammentati, parcellizzati: il troppo piccolo spesso non è bello». Senza contare il grande handicap di tutto il nostro sistema produttivo: i ritardi cronici, a tratti drammatici, delle infrastrutture, della logistica, della macchina statale con le sue infernali perversioni. «In questo momento», è l’analisi dello studioso, «siamo a un bivio pericoloso. Lo Stato deve decidere cosa vuol fare: continuare con questa politica senza futuro dei bonus, il bonus monopattino, il bonus vacanze, il bonus baby-sitter e via elencando, oppure una politica attenta, concentrata, di aiuto alle imprese e a tutto l’apparato che manda avanti la baracca». Una questione decisiva, fondamentale, trasversale alle logiche dei partiti: «Bisogna scegliere: lo Stato dovrebbe aiutare il sistema, non il singolo che pure è in difficoltà; lo Stato non deve fare l’elemosina, il Paese non riparte con il reddito di cittadinanza, ma spingendo, promuovendo, incentivando quel tessuto virtuoso di opifici, laboratori, officine che punteggiano lo Stivale e che tutti ci invidiano. Purtroppo vediamo segnali di segno opposto: un’impostazione dirigista, assistenzialista, burocratica. Purtroppo si affermano linee di comportamento tortuose, farraginose, barocche. Purtroppo gli imprenditori restano spesso soli in mezzo al guado, assediati dai problemi: il fisco vorace, le strade rimaste agli anni 60, la legislazione del lavoro troppo rigida».

Il designer fiorentino Stefano Ricci ritratto negli anni 80. Ha fondato la sua impresa nel 1972: ha iniziato con cravatte fatte a mano, oggi l’azienda è un’eccellenza internazionale nel settore dell’abbigliamento maschile, accessori, sartoriale e lifestyle.

Il Paese è come dentro una bolla, fatta di attesa e immobilismo: certo, povertà e disoccupazione sono spettri terribili, ma le difficoltà non si eliminano imponendo la cassa integrazione a oltranza, con i soldi che peraltro arrivano quando arrivano, se arrivano, e il blocco dei licenziamenti. I problemi finiscono sotto il tappeto, mentre la forza inesauribile che ha fatto la nostra fortuna recente viene mortificata e un po’ alla volta rischia di soffocare e di spegnersi. Prevale in prospettiva, ma speriamo di sbagliarci, una cultura del non lavoro, delle braccia conserte, del divano e della mano aperta in attesa di un qualche sussidio. «L’Italia», è la conclusione di De Rita, «vanta oggi quattro grandi filiere frutto di quel processo di modernizzazione maturato dagli anni 50: la filiera del turismo, con le città d’arte, i borghi meravigliosi e sconosciuti del Paese profondo, le spiagge e le montagne; poi l’enogastronomia con i ristoranti stellati che diffondono il gusto tricolore in Asia e America e poi con il vino, l’olio, la pasta, i formaggi, l’industria alimentare e tutto il resto; ancora la filiera del lusso, o meglio il made in Italy, inteso come moda e design dove siamo imbattibili; infine la filiera dei macchinari, dai telai alle lavorazioni della plastica fino ai robot, con consolidate leadership europee e mondiali. Dobbiamo sostenere questo poker di eccellenze in tutti i modi, senza disperdere in mille rivoli le risorse che non sono infinite». Dobbiamo premiare l’Italia migliore perché l’Italia continui a dare il meglio di sé.

Gianfranco Ferré al lavoro nell’atelier di via della Spiga 19 a Milano, nel ’96. Il suo debutto nella moda avviene durante gli studi di architettura a Milano, quando disegna accessori che regala alle amiche. La sua azienda omonima nasce nel 1978.
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