Novembre 2020

Nov 16 2020


Il 2020 per Arbiter era iniziato bene. Le nuove idee, i nuovi progetti, i nuovi collaboratori, gli eventi programmati e da mesi in fase di realizzazione appagavano la vita quotidiana della redazione con entusiasmo e adrenalina. Si respirava aria fresca, nuova. Tutti ai remi per andare oltre il mare in tempesta nel quale si trova da anni l’editoria, almeno quella a cui appartengo. Non avendo famiglie di industriali importanti alle spalle, non avendo la «benedizione amica» di politici che da anni aiutano e alimentano attraverso i contributi del sistema editoriale, elargendo milioni e milioni di euro, i famosi «prenditori» furbetti dell’editoria. Non avendo santi in Paradiso nei grandi istituti bancari, vedi Intesa San Paolo, ormai divenuta un pilastro portante per l’editoria, tanto da poter affermare che sono gli unici veri grandi investitori/editori italiani, considerato che tutti, soprattutto i «grandi» passano e dipendono da loro. Ad Arbiter invece viviamo del nostro, di quella cultura etica che determina l’estetica e che porta alla realizzazione di prodotti editoriali con un proprio Dna, diversi, dove l’emozione e la qualità devono gratificare il lettore. Cercando di vendere sempre più copie in edicola, con gli abbonamenti, cercando di perdere il meno possibile dei ricavati della pubblicità. Tutti segmenti da dieci anni sempre più in grande difficoltà. In un mercato ormai alla frutta, completamente in vacca. Pensate un po’. I grandi gruppi, anche internazionali, vendono giornali «considerati importanti» con due, tre prezzi di copertina differenti, dipende se vivi al Nord, al Centro o al Sud. Ma che schifezza e presa per i fondelli è questa? Se compro a Milano il famoso periodico Pinco Pallo, lo pago 3 euro, se lo compro a Roma lo pago 1,5 euro, se vivo al Sud e nelle isole 0,90! Peggio ancora: periodici regalati durante l’anno nei vari «imbottiti» con i quotidiani del Sud, dove paghi 3 euro e porti via pubblicazioni per un valore di 15 euro. Mensili ormai ridotti a cataloghi di cartelle stampa, che escono solo quattro, sei, otto massimo dieci volte all’anno, per gratificare il marketing e la pubblicità. Tutto questo è vergognoso, amorale. Ma chi dice, chi controlla come vengono forniti i dati, chi provvede a far rispettare le regole, la distribuzione, il mercato? Come può un Signor edicolante vivere con il 20% del prezzo se vende giornali da 0,20, 0,50 per di più surrogati editoriali? Certo che poi le edicole falliscono, chiudono!

Noi invece andiamo avanti, con lo sguardo fiero, guardando tutti i mesi il lettore negli occhi, da Nord al Centro, al Sud, senza ingannarlo. Convinti del nostro operato, consci di cosa doniamo come controvalore ai 10 euro richiesti. Posso quindi affermare con immensa gioia e convinzione che oggi, piaccia o non piaccia, Arbiter è la Bentley o se preferite la Rolls-Royce dell’editoria italiana. Sempre e comunque 12 numeri all’anno. Costruendo con pertinenza, coerenza, libertà e target mese dopo mese il giornale, seguendo la nostra storia, i valori del passato interpretati nella contemporaneità. Poi è arrivato il periodo febbraio-marzo, con il suo tsunami, il Covid-19, che ha colpito l’Italia, nessuno escluso. Ho dovuto rivedere tutto, impostare l’azienda come richiesto dai vari Dpcm, ripensare l’operatività, l’organizzazione, la programmazione, il personale, la finanza, le regole del Dio giornale. Tranne Rizzo, Ceriani, Tedoldi e i due Simone, Conforte e Botta, tutti gli altri a lavorare da casa, così per sei mesi, sino ai primi di settembre. Momenti non facili, anzi difficili ma non impossibili. Senza denari in tasca diventa tutto più complicato. Certo che se lo Stato, il governo Conte, fosse intervenuto subito come in Svizzera, Austria, Germania dando al volo alle aziende dal 10 al 25% del fatturato dell’anno precedente, o il doppio del costo del personale, beh, sarebbe stato più semplice affrontare lo tsunami. E invece, come cantava Mina, «parole, parole, parole». Nulla hanno fatto per le piccole e medie aziende, hanno sfornato leggi del cavolo che a nulla portano. Ditemi voi se per affrontare la crisi servono monopattini o biciclette quando gli operai, con la loro dignità, non hanno la possibilità di sfamare la propria famiglia (e ancora oggi più di 200mila persone sono in attesa della Cassa integrazione di maggio!). E io invece avanti. Consumato come un cerino, tra vivi e morti, siamo arrivati a settembre. Redazione in formazione tipo, distanze, mascherine, tutto nel rispetto assoluto della conformità alle disposizioni degli innumerevoli Dpcm. Redazione felice, galvanizzata, con il morale alle stelle, dalla voglia di fare, di ricominciare. Così il 18 e il 19 settembre abbiamo realizzato un progetto al quale lavoravamo da mesi, riportando in vita, finalmente e dopo 52 anni, il Trofeo Arbiter, Milano Su Misura e il suo Km Giallo. Non aggiungo altre parole. Ma settembre personalmente ha segnato per me un altro record, perché il 18 iniziavo il mio 52° anno di «lavoro», tutto d’un fiato dal ’69 al 2020. Una corsa bellissima, a realizzare con passione le cose che amo e mi piacciono. Bellissimo.

Lo scorso numero è stato un giornale bello da vedere, interessante da leggere, un numero da conservare, che rimarrà nella storia dell’editoria. A quel punto, pensi, dai che abbiamo superato anche questo ostacolo. Non è finita, ma stiamo riprendendo quota. Tutti. Nemmeno tempo di girare pagina e via con la bellissima, inebriante tre giorni di Palazzo Serbelloni, per organizzare e gestire le degustazioni delle 23 etichette scelte da Spirito diVino, in occasione della Milano Wine Week. Due segnali di voglia di fare, di qualità, di ripartenza concreta. Poi siamo tornati tutti uniti e compatti in redazione per fare Arbiter, chiudere il nuovo numero di Kairós e iniziare il prossimo di Spirito diVino, per varare finalmente il progetto dell’internazionalizzazione, online e in inglese, di tutti i prodotti editoriali che realizziamo. Il nostro obiettivo del 2021. Perché? Quante persone esistono al mondo che amano e sono appassionate d’italianità? Che amano la nostra cultura, storia, le cose belle fatte su misura per loro con raffinata qualità? Tre riunioni e via, pronti a muovere. Tutto questo anche se con immensi problemi, economici e finanziari, conscio di andare oltre, perché la redazione è con me, partecipa con me, soffre con me, tutti d’accordo nel non aspettare «l’elemosina» di questa sottospecie di governo composto da arroganti cicisbei. Del resto, per chi conosce e ha letto e studiato lo svizzero Henry-Frédéric Amiel e l’ebreo tedesco Günther Anders, dov’è la novità? Avevano già intuito e raccontato tutto quello che sarebbe accaduto nella società, nella politica, nei governi, nella democrazia! Quindi di cosa stupirsi. Lo stupore è che per anni non abbiamo fatto nulla per cercare di arrestare questo processo perverso d’involuzione. Più passa il tempo, più mi rendo conto, malgrado i profondi disagi affrontati da bambino, della grande fortuna che ho avuto di respirare l’aria di Losanna, di crescere vivendo la quotidianità dei valori, delle regole, dell’educazione dettati per quasi 100 anni in Lombardia, così come in Veneto, Friuli e Trentino-Alto Adige, dal trascorso storico culturale legato all’imperatrice Maria Teresa, all’imperatore Francesco Giuseppe. Era gente seria, avevano creato un impero vero. Altro che Sciaboletta di Carignano!

Poi arriva quello che pensi non possa accadere. Il 19 ottobre il Covid-19 mi cattura. Pensavo fosse una raffreddata presa sulle colline attorno a Imola, mentre con Gianmaria Cesari provavamo la nuova Dallara Stradale. Su, giù dalla macchina, aria fresca, poi in cantina, due ottimi bicchieri e via. Pensavo fosse un forte raffreddore. Non è stato così. Dal 20, sono stato bloccato in casa con una media di 38,8 di febbre, per otto giorni consecutivi. Il fisico a pezzi, come mi fosse passato sopra uno schiacciasassi. Poi il tampone, la febbre che continuava a salire incontrollabile, il fiato e la voce diminuivano, così come l’ossigenazione. Anche nelle asfissianti nottate non ho mai avuto paura che tutto finisse, la paura di morire non mi appartiene più da quando avevo 11 anni, perché c’è chi mi ha insegnato, preparato e fatto capire che non siamo eterni, perché siamo solo di passaggio, che il nostro compito è di procreare, fondare una famiglia, amare la propria donna, fare del bene e creare positività e ricchezza per tutti. Cercando di educare e dare un futuro ai nostri figli e se possibile lasciare qualcosa, un pensiero, un’idea al prossimo perché rifletta e sappia cos’è la vita e impari ad apprezzarla giorno dopo giorno. Per fortuna, l’intervento di amici medici fidati come Alberto, Bruno e Pieri ha fatto breccia nel nemico. Da remoto hanno cominciato a curarmi, darmi terapie tagliate ad hoc. Esami studiati su misura, cure modificate di conseguenza. Al mio fianco sempre l’angelo custode che per settimane mi ha accudito, Antonella, mia moglie. Parallelamente ho dovuto bloccare la redazione. Far fare i tamponi a tutti. Organizzare la sanificazione degli uffici, chiudendoli per otto giorni. Fino a quando, dal 3 novembre, con parsimonia e in sicurezza, in cinque hanno ripreso a lavorare in redazione. Tutti gli altri a lavoro libero da casa. Tradotto: sette uffici vuoti su nove. Anche gli spazi diventeranno un nuovo problema. Mi spiego. Che senso ha avere un ufficio di 220 mq se d’ora in poi ne basteranno 100? Che senso ha avere una folta redazione sotto lo stesso tetto? Sarà uno degli impegni e decisioni che affronterò a breve. Come tutto il mondo dell’editoria sta facendo, basti pensare che un quotidiano è andato in edicola per due giorni lavorato solo da remoto. Un tempo non era così. Non c’erano le tecnologie di oggi. E il confronto serrato, di idee e ideali, era l’unico collante attorno al ticchettio della Lettera 22. Quel confronto che deve rimanere in presenza, nella riunione di redazione. Ma poi, per preparare il tutto, dovremo trovare una nuova quadra.

Nel frattempo, dopo 16 giorni, la parte più pericolosa sembra passata, debellata. Rimane solo il coraggio di prendersi del tempo, per verificare, per effettuare nuovi esami, tampone, lastre e una Tac. Mi auguro che dopo il 13 novembre possa riprendere la plancia di comando in redazione, anche se, in realtà, non l’ho mai abbandonata. In queste settimane ho letto, visto e sentito tanta cattiva informazione, tutto e il contrario di tutto, report di autorevoli colleghi che, come tanti vassalli e servi della gleba, difendevano le posizioni dei loro padroni, politici, scienziati e industriali che fossero. Un vero schifo. Tutti più o meno a gettar bordate (giustamente) a questo governo di arroganti cicisbei, ai loro demenziali consulenti, ai loro provvedimenti e ai loro inutili stati generali del cavolo. Quanto tempo e denaro buttati via, per niente. Mesi e mesi senza fare nulla, per i trasporti, gli ospedali, i medici, la nazione, il popolo. Ecco il punto. Guardate, tutto questo accade perché noi siamo quelli che siamo, perché da lì veniamo. È la nostra storia, sin da Roma, nessuno può cambiarla. Pensate al 1865. Dopo quattro anni la giovane Italia aveva già un debito pubblico superiore agli 800 milioni di lire dell’epoca. Pensate alla Prima guerra mondiale. Avevamo segnato un patto di non belligeranza, sappiamo com’è andata a finire. Pensate all’ignobile 8 settembre del ’43. Pensate al patetico Sciaboletta che scappa e abbandona l’Italia, lasciando a quel pagliaccio di Badoglio le sorti del Paese. Gli storici inglesi e americani ancora oggi ridono e ci scherniscono. Da qui è nata l’idea di rileggere quei passaggi storici, non quelle pagine di storia che ci hanno sciroppato per anni, con un taglio critico. Per riscoprire cosa accadde. Per riscoprire le tante verità non dette. è un percorso che già in passato Gianluca Tenti ha affrontato su queste pagine, con approfondimenti che hanno fatto luce sul sequestro Moro, sulla fine di Dalla Chiesa, sulla trattativa (presunta o tale) Stato-mafia, intervistando Pier Luigi Vigna, Licio Gelli, Mario Mori. Sentendo tutti, pensando liberamente.

Da questo numero, quindi, Arbiter traccerà una serie di passaggi chiave della nostra Italia. Poiché la mia riflessione «Perché questi siamo perché da lì veniamo» si basa su dati e non su pensieri. Pensate per esempio al «grande» Duce, che scappa dinanzi ai partigiani, camuffandosi da soldato tedesco! Si chiama codardia. Certo, ha sempre fatto il duro, ma non era un militare, non aveva la cultura della destra storica (quella che in dieci anni pareggiò il debito pubblico italiano!), non aveva giurato fedeltà alla Patria, era un socialista giunto al potere. Pensate al tesoro di Dongo, sequestrato a Mussolini e sparito in men che non si dica nelle tasche del partito comunista di Como. Pensate di aver convinto gli italiani che abbiamo vinto la guerra (grazie ai partigiani...), perdendola. Con essa perdemmo la credibilità, la dignità, la reputazione di un popolo. Poi arrivarono i padri costituenti e crearono la Costituzione, regole ferree perfettamente studiate per mantenere il potere politico dello Stato, saldo nelle mani, impenetrabile per tutti. Tutto chiuso con tre catene serrate da inossidabili «lucchetti» le cui chiavi vennero affidate al Presidente della neonata Repubblica. Da allora sono passati 70 anni, il mondo è cambiato, in questi ultimi dieci più che mai, l’Italia è cambiata. Quello che non cambia, anzi peggiora, è la società, è la democrazia ormai sostituita dall’anarchia. L’etica, i valori, le leggi, le regole, i partiti politici con la corte dei miracoli sono tutti lì che seguono il capo branco di turno. Nessuno tenta di arrestare questa involuzione, anzi, molti come i surrogati al governo ne approfittano per gestire ignobilmente la situazione drammatica creata nel Paese, gettando fumo negli occhi del popolo e creando sempre più caos, incertezza e paure, protetti e tutelati dalla dannata burocrazia. Eppure ci sarebbe e c’è chi da due anni avrebbe potuto evitare tutto questo, una vera e propria decimazione, una carneficina morale e culturale per il popolo italiano. Sua eccellenza il presidente Sergio Mattarella, ma perché non è intervenuto? Cosa gli abbiamo fatto di male noi italiani? Perché ha girato le spalle ai problemi della Sua nazione? Perché ha consentito questo massacro? Certo, il Parlamento è sovrano. E non è colpa sua se su quegli scranni siede oggi un’accozzaglia senza capo e senza coda, con governi non eletti e frutto di manovre di partiti. E allora? Provate a immaginare come si sarebbero comportati Pertini e Cossiga. E datevi una risposta. Non bastavano le patetiche figure fatte con la gestione del caso Csm, con le crisi irrisolte da Alitalia all’ex Ilva, con un sistema bancario che mangia denaro pubblico e non paga mai se non scaricando sulle persone (quanto si è speso fino a oggi per il Monte dei Paschi?), con l’immigrazione clandestina incontrollata. Il governo viaggia nell’interspazio, confermando la distanza abissale con il mondo reale, dimostrando sempre più un disprezzo inaccettabile verso i propri cittadini, così come l’inefficienza dell’organizzazione e gestione nei trasporti, nella sanità, nelle economie dei lavoratori, delle piccole e medie aziende. Potrei scriverci un libro! Tutte persone che se non moriranno di Covid-19, moriranno di fame. Ma Lei dov’era Presidente, le chiederanno le future generazioni. Apra i lucchetti, dia la parola al popolo, si confronti con le persone colte, di esperienza finanziaria, imprenditoriale, piccola o grande che sia, ma faccia qualcosa per il Suo popolo, prima che sia troppo tardi. Memento Audere Semper.

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