Perfezione di famiglia

A Bologna Peron & Peron interpreta lo stile e la volontà del committente offrendo a ciascuno e ogni singola volta l’esperienza di una calzatura unica

Alla fine degli anni '70, calzolerie e sartorie si trovarono in difficoltà per mancanza di ricambio nella clientela. I giovani, infatti, erano affascinati dalle fogge estreme più che da una moderazione che la loro generazione, che poi era la mia, combatteva a testa bassa. Gli anni '80, quelli della Milano da bere, videro poi un trionfo degli stilisti che sembrò, a torto, totale e definitivo. I primi yuppie italiani, descritti da film come Via Montenapoleone, sbavavano per i capi griffati. I capelli cotonati e i power suit con spalle imbottite, lunghi baveri e punto vita molto sotto l’ombelico, furono la caricatura del già caricato gusto del decennio precedente, proprio come lo stile degli anni 40 fu un’iperbole di quello dei 30. Con gli anni 90 si entrò nel secondo yuppismo, la cui simbologia non si limitò più a diffondere una smaccata idea di fortuna, tanto più invidiabile se avulsa da ogni limite e giustificazione.

Cercò piuttosto di creare un’aura di dominio di sé e degli altri basato su conoscenza e aggiornamento, rispettivamente esprimibili in termini di tradizione e contemporaneità, che non a caso restano ancora il binomio più strombazzato dalla pubblicità dei beni di alta gamma.

Chi in quegli anni a Montenapoleone ci sia capitato davvero, avrà notato che all’inizio degli anni 90 molti dei trentenni alla moda calzavano scarpe che non avevano nulla a che vedere con quelle inglesi alla Gordon Gekko. Avevano guardoli importanti, punte quadre con spigoli vivi, cuciture appariscenti. Presto si dotarono anche di una vivace livrea con preferenza per i colori pastello, dal rosa al turchese.

Il profeta di questa iperscarpa fu Stefano Branchini. Buona parte della calzoleria italiana imboccò passivamente la nuova deriva sensazionalista, che dirottò parecchi verso vicoli ciechi di sterile virtuosismo. 

Si deve però ascrivere al maestro di Bentivoglio il merito storico di aver destato un interesse in grado di invertire in modo duraturo l’oblio della scarpa su misura. Ora è difficile censirle tutte, mentre prima di lui erano rimaste attive in tutto il Paese non più di una quindicina di botteghe degne di questo nome. Lo ricordo bene perché proprio allora Salvatore Parisi e io eravamo alla ricerca di un calzolaio che potesse realizzare i modelli che avevamo in mente.

Dopo alcuni tentativi resi insoddisfacenti dall’atteggiamento degli artigiani, poco propensi ad ascoltare le nostre esigenze, Salvatore mi chiamò con tono concitato: «Il nostro uomo è qui. Gli ho chiesto di rifarmi una quarter brogue di John Lobb con qualche piccola rettifica e lui non solo ha lodato il campione che avevo ai piedi, ma ha aggiunto che non era certo di poterle migliorare e per la verità nemmeno di eguagliarle».

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