Credere in io

D evoto alla sapienza artigianale, Luigi Dalcuore imbastisce i suoi abiti con understatement partenopeo e da Napoli li fa conoscere in tutto il mondo

All’opera e nelle arene vedo moltiplicarsi coloro che innalzano tra gli occhi e la scena lo schermo di un palmare. Rubano a loro stessi, riducendo la memoria a souvenir, la ricchezza rischiosa dell’arte a tranquilla cartolina da spedire ai conoscenti. Infatti il motivo per cui i display-dipendenti rinunciano volontariamente alla partecipazione autentica per una presenza virtuale è poter raccontare alla comunità dei loro simili: io ero lì. Cosa li spinge a preferire una scadente riproduzione all’alta tensione della realtà? La risposta va cercata in un depotenziamento di quello stesso io, in cui la visibilità esterna è diventata preponderante sulla costruzione dall’interno. Dalla società liquida dell’immagine siamo passati a quella gassosa dei profili, in cui l’uomo comunica con pittogrammi ed è percepito attraverso gli evanescenti contorni di una pagina Facebook. 

Le grandi case di abbigliamento hanno capito che gran parte del potere di indirizzo si è spostata dalla stampa ai blog, dalla televisione ai social network, assoldando più o meno apertamente schiere di specialisti perché li controllino a loro vantaggio. Se assecondano i nostri desideri, è soltanto dopo averli creati attraverso sofisticate strategie di comunicazione. Chi veste con marchi planetari ha la sensazione di avere a disposizione infinite possibilità, sempre diverse stagione per stagione, trascurando il fatto che sono uguali in ogni parte del mondo. Alla fine acquista qualcosa che lo fa sembrare figo, anche se a dirlo è un programma estetico virale che gli è stato impiantato. Il cliente di sartoria si trova all’estremo opposto. Non riconoscendosi in un io delegato al voi e al loro, pur attribuendo al giudizio altrui la giusta importanza non se ne sente determinato. Tende a realizzare una propria idea dell’abito e di se stesso, sperando che uno dei due porti l’altro al supremo traguardo dell’eleganza. Dunque l’industria multinazionale è a capo dell’impero dell’uniformità, che prospera sulle certezze, l’artigianato è al servizio della piccola contea dell’identità, le cui uniche risorse sono la ricerca e la tradizione. Uno dei laboratori dove ho visto vivere con maggiore coerenza la missione interpretativa del sarto è quello di Luigi Dalcuore. 

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