Tra I Suoi Simboli, La Spada E Il Gioiello

Mar 26 2021
Q uesti i doni che la dea del sole Amaterasu fece agli Imperatori giapponesi, sua progenie in terra. Rappresentante della dinastia più antica al mondo, privato dei poteri politici dal conquistatore americano, il Tennō continua a incarnare l’anima più spirituale e valorosa del Paese. In nome di un popolo che disprezza la volgarità del presente e insegue i valori e l’assoluto.

«Penso che il popolo giapponese ricerchi l’Assoluto. Non credo che possa soddisfarsi con la felicità del relativismo. Per me, questo Assoluto è l’Imperatore». Così parlò il grande scrittore Yukio Mishima nell’ultima intervista data prima di commettere seppuku, lo spettacolare suicidio con cui 50 anni fa lanciò il suo guanto di sfida al mondo. Ma cosa rappresenta l’Imperatore per i giapponesi di oggi? Per i fedeli shintoisti e i tradizionalisti, è un akitsukami, un «dio che si manifesta in terra», l’anima stessa del Paese. Secondo il credo shintoista, Amaterasu Ōmikami, la dea del sole, donò a suo nipote Ningi no Mikoto tre oggetti: un gioiello, uno specchio e la spada del dio delle tempeste Susanoo. Poi gli affidò una missione: «Va’ e pacifica il Giappone». Quattro generazioni dopo, nel 660 a.C., Jimmu, pronipote di Ningi, divenne il primo Tennō, «Imperatore», dell’Arcipelago. Se vogliamo credere a questa leggenda, quella nipponica è la più antica dinastia tutt’ora regnante; se invece ci basiamo sui dati storici (che risalgono fino al III secolo), cede il primato solo dinanzi a quello dei pontefici romani. Il potere del sovrano, dunque, è ancora oggi legittimo perché deriva dal legame di sangue ininterrotto con la divinità. Egli è il figlio del sole, un augusto ambasciatore dell’Assoluto. La centralità del Tennō nella vita del Paese si riflette anche sul tempo. In Giappone, infatti, gli anni non vengono calcolati a partire dalla nascita di Cristo, ma dall’inizio di un regno. Pertanto, il 1° maggio comincerà il terzo anno dell’epoca Reiwa, «meravigliosa armonia», nome assunto dall’attuale imperatore Naruhito al momento di ascendere al trono nel 2019. L’avvicendarsi dei sovrani non è una semplice questione dinastica: è il passaggio di consegne tra il vecchio mondo e quello nuovo, la cesura definitiva tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Per i sacerdoti dell’accademismo pastorizzato e gli alfieri dell’intellighenzia conformista, invece, il Tennō non sarebbe altro che una figura anacronistica, il residuo di un passato feudale e retrivo che ha condotto il Paese agli orrori della Seconda guerra mondiale. In parte, quest’accusa è vera. Nella storia giapponese, l’Imperatore ebbe un ruolo politico effettivo solo fino all’XI secolo. Successivamente, fu ridotto a una sorta di taumaturgo di Stato mantenuto dai vari shōgun, i signori della guerra, veri detentori del potere, per legittimarne il governo. Durante il Sengoku jidai, la grande guerra civile che imperversò per tutto il XVI secolo, la loro posizione degradò al punto che l’imperatore Gonara si ridusse a vendere le proprie opere calligrafiche per sbarcare il lunario. Lo scenario cambiò radicalmente nel 1868: per far fronte alla decadenza di un potere shogunale rimasto feudale e alla pressione degli Stati Uniti, che minacciavano di devastare il Paese com’era avvenuto alla Cina durante le Guerre dell’oppio, il tennō Meiji venne riportato sul trono. Fu una rivoluzione militare e culturale. Il mito delle origini divine dell’Imperatore (e, di conseguenza, dei giapponesi, suoi figli) fu rimarcato ossessivamente per creare una forte identità nazionale e permettere alla popolazione di reggere gli enormi sacrifici richiesti da un’industrializzazione forzata e accelerata. Ma questa fu un’arma a doppio taglio: ciò che permise alla società nipponica di non disintegrarsi, fu ciò che la spinse al delirante sogno della conquista del Pacifico «in nome degli dèi». Non a caso, dopo la disfatta del 1945, la Costituzione imposta dagli americani negò formalmente la natura divina del Tennō e i suoi poteri temporali, relegandolo al ruolo quasi unicamente onorifico di «simbolo dello Stato».

Sopra, Meiji, l’Imperatore che tra il 1868 e il 1912 ha traghettato il Paese dal feudalesimo all’età moderna.

Entrambe queste immagini dell’Imperatore sono vere, ma parziali. La sua figura di padre del popolo fu senza dubbio una forzatura, ma per sostenerla rischiarono la vita alcune delle personalità più straordinarie della storia dell’Arcipelago. Questa fede fu l’ancora di un popolo allo sbando tra i marosi dei grandi mutamenti della Storia. Oggi, nel Giappone dei robot avveniristici, dei treni ultraveloci e degli alberghi a capsule, nel Giappone ultramaterialista, relativista, ipertecnologico, sonnolento e cinico della contemporaneità, si avverte lo stesso rischio di una perdita irrimediabile d’identità e di senso. Il Tennō, questo Imperatore senza impero, resta il simbolo dei valori più spirituali ed elevati della tradizione, una barriera all’ideologia modernista e allo straniamento tecnologico. Il legame che ogni sovrano stipula con gli dèi, con gli antenati e con le generazioni a venire è più importante di qualsiasi considerazione politica ed economica, e permette di trascendere la volgarità del presente. Non è una semplice questione dinastica: è di appartenenza, di storia, di terra, di carattere, di sangue e di legge che stiamo parlando. Come ha sottolineato il grande yamatologo Fosco Maraini, l’Imperatore «è tanto forte perché tanto debole. Sta. Rappresenta. Significa. Non si muove, non delibera. È». Non a caso, i giapponesi non chiamano mai il sovrano per nome, ma sempre e solo Tennō heika: «sua maestà l’Imperatore». Quando i rappresentati dello Zengakuren, analogo nipponico del Movimento studentesco, chiesero a Yukio Mishima come sperasse di vincere la sua disperata lotta a un tempo antiamericana e anticomunista, lui, ridendo, rispose: «Perché io ho un asso nella manica: io ho l’Imperatore».

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