TRA TRIBÙ IN GUERRA E OCEANI DI GHIACCIO

Ago 26 2021

Non troppo tardi per scoprire nuove terre e troppo presto per esplorare lo spazio, Giorgio Ricatto è riuscito a ritagliarsi un proprio posto nella storia dei viaggi: dal 1961 ha visitato tutti i 196 Stati sovrani e in 65 dipendenze, percorrendo oltre 6 milioni di chilometri. È apparso per 20 anni sul Guinness dei primati, finché il titolo non è stato soppresso: il vincitore era divenuto scontato.

di BENEDETTO COLLI

Giorgio Ricatto nel suo studio di Torino. Dei suoi 85 anni di vita, quasi 60 li ha trascorsi viaggiando anche per otto mesi su dodici.

Nella vita di Giorgio Ricatto, prima ancora che dai ricordi di tribù in guerra e di sante assetate, di zuppe di cobra e di statue d’oro, di deserti infuocati e di oceani di ghiaccio, si rimane colpiti dai numeri. A partire dal 1961, questo Bruce Chatwin sabaudo ha viaggiato in tutti i 196 Stati sovrani e in 65 dipendenze. È apparso per 20 anni sul Guinness dei primati come l’uomo che ha visitato più Paesi, finché il titolo non è stato soppresso perché il vincitore era divenuto scontato. Ha percorso oltre 6 milioni di chilometri (per intenderci, la distanza tra la Terra e la Luna è di «soli» 384.400 chilometri), compiendo per otto volte il giro del mondo e riempiendo 25 passaporti. Dei suoi 85 anni di vita, quasi 60 li ha trascorsi viaggiando anche per otto mesi l’anno. Nato troppo tardi per scoprire nuove rotte e troppo presto per esplorare lo spazio, il torinese Ricatto è riuscito a ritagliarsi un proprio posto: non c’è uomo nella storia che abbia posato il piede su più terre di lui. Stando agli ispettori del Guinness, da visitare gli mancherebbero solo sei minuscoli arcipelaghi nell’Oceano Indiano meridionale, a ridosso dell’Antartide: le Isole del Principe Edoardo, dipendenze sudafricane; le Heard e McDonald, australiane; le Crozet e le Kerguelen, francesi. Non vi sono mezzi per arrivarci se non le navi oceanografiche, che le raggiungono ogni due o tre anni. Ha chiesto inutilmente d’essere ospitato a bordo.

Nel 1961, a 26 anni, prese la decisione di girare il mondo: «Lavoravo nell’ufficio amministrativo di un’azienda di vernici. Mi scoprivo ogni giorno con il naso attaccato alla finestra. Partire, partire, sognavo solo quello. Quindi mi licenziai, vendetti l’auto e con un amico mi imbarcai a Marsiglia su una nave della compagnia che portava legionari e merci nelle colonie francesi. Trascorremmo un anno e mezzo tra piccoli alberghi e grandi baracche, visitando su mezzi di fortuna India, Nepal, il Sud Est asiatico, Giappone, Indonesia, Australia, isole del Pacifico, per poi arrivare ai Caraibi e proseguire con il giro del Sudamerica. Infine, attraversato l’Atlantico, rientrammo a Marsiglia». Al ritorno, capì che non sarebbe mai più riuscito a restare seduto in un ufficio. «Per mantenermi, vendevo a case editrici e agenzie di viaggi le foto che scattavo. Era l’epoca del boom del settore geografico e gli albori di quello turistico». A oggi, possiede un archivio di più 400.000 immagini. Non solo della natura, ma anche, e soprattutto, di uomini. «Ciò che mi piaceva di più era mescolarmi alle popolazioni. Amavo ascoltare le storie delle persone comuni. È un appagamento che in Europa non ho provato e che ho scoperto soprattutto nei Paesi più poveri. E poi, le tribù. Dai Bororo del Mato Grosso, un’etnia che pratica lo scambio delle mogli, ai Dayak del Borneo, cacciatori di teste che usano ancora la clava e la cerbottana come armi».

Tra i cibi più strani che gli sia capitato di mangiare, c’è solo l’imbarazzo della scelta: «Ho assaggiato le cavallette in Niger, la scimmia selvatica in Camerun, i pipistrelli alle Seychelles, il boa in America centrale, le formiche e l’iguana in Messico, un piccantissimo pezzo di cagnolino nelle Filippine, la zuppa di cobra a Canton. Persino un liquore andino prodotto grazie alla fermentazione della saliva umana. Ma il peggio è stato il garum, una salsa già usata dai Romani, ma che in Vietnam ha come ingrediente principale le teste di pesce fermentate». Dal punto di vista spirituale, invece, non dimenticherà mai le cappelle dedicate all’argentina Maria Antonia Deolinda Correa, nota come la Difunta Correa, morta di sete nel 1835 mentre cercava di raggiungere il marito in guerra. «Camminò per 62 chilometri con il figlio in grembo, finché cadde stremata in una zona desertica. Il suo corpo fu ritrovato molti giorni dopo: stava ancora allattando il neonato. È divenuta la protettrice di viandanti e camionisti. I tempietti a lei dedicati, diffusi in tutto il Sudamerica, sono circondati da montagne di bottiglie d’acqua donate dai fedeli. Così la beata può bere».

Una cappella dedicata Maria Antonia Deolinda Correa, nota come la Difunta Correa, in Argentina. Questi tempietti, diffusi in tutto il Sudamerica, sono circondati da bottiglie d’acqua donate dai fedeli per far bere la santa, morta di sete.

Com’è facile immaginare, non si può condurre questo tipo di vita senza correre qualche rischio: «Il 28 gennaio 1989 ero in Antartide, imbarcato con una ventina di scienziati su una rompighiaccio militare argentina. Improvvisamente, la nave colpì una roccia semisommersa, cominciando a imbarcare acqua e a inclinarsi. Nella chiglia si era aperto uno squarcio di 10 metri. Ci fu appena il tempo di lanciare un Sos a una base militare Usa e di calare le scialuppe di salvataggio. Le orche facevano a gara per saltare dentro le nostre imbarcazioni, sembrava quasi che stessero giocando a basket. Ma prima che riuscissero a fare canestro, siamo stati salvati da un C-130». La natura, si sa, è matrigna. E gli uomini, invece? «In Papua Nuova Guinea sono stato coinvolto in uno scontro tribale a base di frecce avvelenate, originato dal furto di un maialino da latte. Sono poi stato arrestato tre volte: nel 1974 a Sidone, per aver fotografato un castello senza sapere che era una base dell’Olp; nel 1981 in Perù, perché venni scambiato per una spia ecuadoriana; in Somalia quand’era al potere il dittatore Siad Barre, per aver immortalato un panorama al tramonto. Sono riuscito a cavarmela anche con l’Oas in Algeria». Per un uomo come Ricatto, se lo avesse desiderato, sarebbe stato molto semplice far sparire per sempre le proprie tracce: «Non mi è mai venuta la tentazione. Nel caso, mi sarei nascosto in Turkmenistan, uno dei Paesi dell’Asia centrale ex sovietica. Quando ci andai, non vi incontrai neanche un turista. Gli stessi abitanti dovevano ottenere un lasciapassare per poter entrare nella capitale Aşgabat. Allora lo guidava Saparmyrat Nyýazow, sedicente “padre del Turkmenistan”, che ha riempito le piazze con statue dorate che lo ritraggono in tutte le pose, persino neonato in braccio alla madre. Oggi il presidente a vita è Gurbanguly Berdimuhamedow, che un anno fa ha inaugurato una scultura d’oro alta sei metri del suo cane preferito».

Saparmyrat Nyýazow, sedicente “padre del Turkmenistan”, che aveva riempito le piazze della capitale Aşgabat con statue dorate che lo ritraggono in tutte le pose, persino neonato in braccio alla madre.

Un luogo comune che Ricatto conferma è quello per cui, ovunque si vada nel mondo, ci si imbatte sempre negli italiani. «L’unica eccezione è Nauru, un atollo in mezzo all’Oceano Pacifico con la superficie della Venaria Reale. Al centro dell’isola c’è un altopiano formato nei millenni dagli escrementi degli uccelli. La chiamano “l’isola del guano”». È facile immaginareperché i nostri connazionali non facciano a pugni pur di visitarla. «Nello zaino portavo sempre libri, scarpe molto comode, vestiti larghi, un antimalarico tipo la Clorochina, l’irrinunciabile retino contro le zanzare e vari repellenti. Senza dimenticare le pasticche per rendere l’acqua potabile, che in Guinea-Bissau mi avrebbero salvato dall’epatite A». Certo, il mondo è cambiato molto da quando ha cominciato a viaggiare: «Negli anni Sessanta era più sicuro. Il massimo contributo alla destabilizzazione lo ha dato il mercato della droga, ormai onnipresente. E poi una volta i poveri accettavano la loro condizione. O meglio: ignoravano quanto fossero poveri. Oggi, nell’era della comunicazione globale, assistono giorno e notte al consumismo esasperato dell’Occidente e si dicono: perché non dovremmo averlo anche noi? E se lo prendono con la forza». Oggi Ricatto ha chiuso con i viaggi, ma i ricordi della sua vita da esploratore sono rimasti vividi: «La traversata del Sahara in autostop su un camion algerino: si dormiva nelle buche scavate nel deserto e si bivaccava con i Tuareg. La lenta risalita del Rio delle Amazzoni. Le lunghe camminate sugli altopiani della Nuova Guinea, dove guerrieri con le asce di pietra vivono a pochi chilometri dai supermarket. E la luna di miele con mia moglie Adriana, nel 1971: un anno e mezzo trascorso fra i Tropici. La prima notte di nozze la passammo proprio nel Sahara, dentro una buca scavata tra le sabbie del deserto».

Nauru, atollo in mezzo all’Oceano Pacifico con la superficie della Venaria Reale, detto “l’isola del guano”. Per Ricatto, è l’unico luogo al mondo in cui non ha incontrato italiani.

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